venerdì 25 marzo 2016

Bibliografia

                                                                    
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Sqvadristi a noi! Squadrismo nella Marca Trevigiana, con la ristampa anastatica di "Elenco squadristi, 28 ottobre 1940" (Treviso 1940), a c. di Ernesto Brunetta e Fabio Bruno, Treviso, Devanzis, 2008.
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Ventennale della Resistenza, Comune di Mogliano Veneto, 1965.
Volti e luoghi della Resistenza trevigiana, [Federaz. prov. PCI - Treviso], 1. edizione, 1979.
* * *
A ricerca conclusa
È uscito l'importante volume (che non ho usato ma che segnalo) La Resistenza nel Basso Sile tra Trevigiano e Veneziano, di Ivano Sartor, Istresco 2020, pagine 482.

Mel maggio 2024 Salvatore Emanuele Passaro, dell'Istresco, mi ha segnalato:
Dario Venegoni, Uomini, donne e bambini nel Lager di Bolzano. Una tragedia italiana in 7.982 storie individuali - Seconda edizione, Fondazione Memoria della Deportazione/Mimesis, Milano 2005. (Scaricabile nel sito dell'ANED - ASSOC. NAZ. EX DEPORTATI NEI CAMPI NAZISTI) .
Volume utilizzato per definire le tappe della deportazione dei due partigiani del liceo classico Canova di Treviso, Ardi e Bordin, catturati dai tedeschi nelle montagne del Feltrino e morti a Melk, sottocampo di Mauthausen.



La mia casa di campagna, Giovanni Comisso, aprile 1945

Maleviste 1945 - I luoghi e i morti dell'ultima azione della XX Brigata Nera 
"Amerino Cavallin" di Treviso in una mappa del 1940.


Nel riquadro celeste la "casa di campagna" dello
scrittore trevigiano Giovanni Comisso

Al centro della mappa l'abitazione di Giovanni Comisso. Presente in casa nel giorno dell'incursione delle brigate nere, il celebre scrittore (squadrista "d'ufficio" in quanto legionario fiumano) dimentica di citare l'episodio nel romanzo La mia casa di campagna, pur così ricco di osservazioni anche minute su quanto gli accade attorno, tutto preso dal dolore per la morte - sull'altopiano di Asiago, per mano partigiana - del suo Guido. Ucciso senza colpa, come di recente riconosciuto anche dall'Anpi "7 Comuni".
Ricordando quel periodo, si limita a scrivere a p. 169: «Gli ultimi giorni di aprile furono lunghi a passare. […] Le stradine di campagna si erano fatte deserte, tutti se ne stavano rinserrati nelle case. Mia madre e io si stava in ascolto alla radio che già comunicava l’avanzata oltre il Po. I partigiani passavano per i viottoli dei campi verso i loro raduni segreti [...]». [ * * * ]
Scrivono Marco  Bresciani e Domenico  Scarpa, in Gli intellettuali nella guerra civile (1943-45) «… Più che “attendisti” (definizione coniata da Mussolini per stigmatizzare l’atteggiamento degli intellettuali di fronte alla guerra “fascista”) non pochi uomini di pensiero furono spettatori della guerra civile. […] E questo termine più neutrale, spettatori, potrà accomunare tanto chi - come Giovanni Comisso - viveva un amore pressoché materno per un ragazzo di vent’anni, Guido Bottegal, giovane poeta destinato a soccombere dopo aver militato nelle file saloine, quanto chi - come Umberto Saba, ebreo, o come Eugenio Montale, entrambi nascosti a Firenze - aspettavano da un giorno all’altro la sconfitta  del “tedesco  lurco” e del “fascista abbietto” …»*.
Nel caso di Comisso sarebbe corretto aggiungere che fu sì spettatore, ma spettatore un po’ distratto.
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* “Atlante della letteratura italiano”, a c. di S. Luzzatto e G. Pedullà, Einaudi 2012, 
Vol. III, Dal Romanticismo a oggi, p. 703 - (Dal web)

[ * * * ] Nota del 30 aprile 2017
Devo, almeno in parte, correggermi su Comisso e questo episodio.
Lo scrittore Nicola De Cilia, tramite Alessandro Casellato, mi fa presente che in realtà Comisso citò l'episodio, e da par suo, non in questo libro ma in "Le mie stagioni" (p. 1375 dell'edizione del Meridiano):

“In quei giorni una banda di fascisti imbestialiti per la fine vicina, aveva infuriato attorno alla mia campagna; avevano incendiato una casa dove era stata trovata una mitragliatrice e avevano ucciso sei ragazzi contadini. Questa banda era composta di giovani sanguinari di neanche vent’anni. Mi ero fatto cupo, si trucidava follemente colla forza di queste armi che mi davano orrore. Andai a vedere due dei ragazzi uccisi vicino alle mie siepi, il primo che vidi accanto a un gelso raggomitolato sull’erba, aveva un maglione blu da marinaio e le mosche erano sul suo sangue. Per un attimo ò pensato al fuggitivo, qualcosa del giovane ucciso somigliava a lui.”

A parte il saggio di "bella scrittura", non tutto - però - mi convince nella descrizione di Comisso.

Quel "fuggitivo" e quel "qualcosa del giovane ucciso" che somigliava a lui...
Beh, se ci riferiamo all'età, in effetti aggrediti e aggressori erano tutti giovani. Ma nel caso dei due ragazzi uccisi vicino alle siepi di Comisso, Antonio Bragato e Marco Galiazzo, i fatti non andarono come raccontato dallo scrittore.
Nessuno fuggì, dopo la loro uccisione, anzi!
Narciso Frasson di San Lazzaro - uno dei fascisti che ammazzarono Antonio Bragato - si fermò a gustarsi il lavoro ben fatto, commentando col camerata Bajeche (Gio. Batta Sartor) di Preganziol: «Hai visto che salto ha fatto il Bragato Antonio, ora sono contento che sono arrivato a dodici».
Cfr. Maistrello, XX Brigata Nera... , pp. 188-189. Vi è riportata la deposizione di Narciso Bragato, padre di Antonio, al brigadiere di PS Fortunato Ricato. (Atti dell'Istruttoria del processo a Simonetti [Nina], Brevinelli [Lince], Girardi [Barba] e altri, in Archivio Istresco, b. 77, fondo Tribunale speciale e Corte d'Assise Straordinaria di Treviso).


Parte finale della dichiarazione di Narciso Bragato sull'uccisione del figlio Antonio
da parte del brigatista nero Narciso Frasson detto Furin.
Dichiarazione resa al brigadiere di PS Fortunato Ricato. (Archivio Istresco, b. 77)

                                    

Una lettura "definitiva", e finalmente chiara, di Giovanni Comisso sui fatti delle Maleviste si trova in un suo articolo pubblicato su La Fiera Letteraria del 16 agosto 1946 e riproposto il 22 maggio 2020 nel sito del Premio Comisso con il titolo 

“Il fucile da caccia”. Il drammatico racconto di Giovanni Comisso sugli eccidi di Zero Branco


Ne prendo atto con piacere, ma mantengo quanto scritto in questo post, a testimonianza del progressivo processo di apprendimento di una persona, come me, non certo esperta di letteratura. 
Inoltre, la parte iniziale con la cartina topografica, è ormai impressa sulla carta delle 200 copie di  Maleviste 25 aprile 1945... edite dall'Istresco nel 2016.
(Camillo Pavan, 9 gennaio 2023)

Notizie sulla Bandiera della Brigata NEGRIN

A cura di Diego Agnoletto

La bandiera della brigata partigiana "Negrin". 
Le stelle sulla sinistra indicano il numero dei caduti.
(Foto di Diego Agnoletto)

"Il garibaldino", fregio per l'asta portabandiera
della brigata Negrin, opera dell'intagliatore e doratore Carlo Geromin.

Il partigiano comunista Oreste Licori, nome di battaglia "Negrin",
fucilato dalle brigate nere a Mirano il 1° novembre 1944.
In suo onore fu intitolata la brigata partigiana operante nel trevigiano.

La Brigata, operante prevalentemente fra Preganziol Mogliano Roncade, è stata intitolata a Oreste Licori “Negrin” partigiano comunista di Mirano, già alpino in Slovenia poi comandante della compagnia “Volga” della brigata (poi diventata divisione) Garibaldi “Sabatucci”, arrestato su delazione e fucilato a 23 anni il 1 nov  ’44.

Il partigiano Wladimiro Paoli (1926-1944)
a cui fu intitolato un battaglione della brigata Negrin. 

Va notato come un comunista avesse scelto come nome di battaglia quello del socialista Juan Negrin Lopez, prima ministro delle finanze e poi presidente del governo della repubblica spagnola del ’36 e come l’intitolazione di una brigata della bassa trevigiana ad un partigiano della provincia di Venezia ribadisca i legami, anche operativi fra l’entroterra veneziano e il trevigiano.

Speranza De Benetti Paoli (1906-1952), 
mamma di Wladimiro Paoli.

La bandiera è stata fatta, con tutta probabilità nel 1947, da Speranza Paoli  (05/09/06-29/09/52), moglie di Nicola Paoli antifascista, perseguitato e molto attivo nella Resistenza, e madre di Wladimiro nato il 12/02/26 e caduto in azione a Piombino Dese il 19/09/44 a 18 anni. A quest’ultimo venne intitolata la brigata mobile d’assalto operante fra Casale Cendon e Roncade.  
Il "garibaldino", fregio per l'asta, è stato intagliato da Carlo Geromin, di professione intagliatore e decoratore, antifascista, decorato di medaglia di bronzo e di croce di merito al valor militare.

Il partigiano Carlo Geromin (1908-1954), 
medaglia di bronzo al valor militare.


NdC 
Il testo di Diego Agnoletto è edito in I quaderni di Nicola Paoli, Una famiglia comunista attraverso il fascismo e la Resistenza, a cura di Marina Anastasio, Istresco, 2012, pp. 33-34.
- Le foto, scattate o riprodotte da Diego Agnoletto, sono edite - tranne quella di Geromin - in  Il dovere della memoria, Mogliano nella Resistenza, di Corrado Tegon, 2010.

Composizione e serie dei comandanti della brigata partigiana garibaldina
"Negrin" (CVL - Treviso) dal settembre 1943 al 30 aprile 1945.
Minuta per la preparazione del Diario storico.
(
Aistresco, b. inv 010, fasc. Raccolta Relazioni delle Brigate sul Diario storico, sf. Elenchi componenti Brigate)


Premio di Liberazione

Arturo Mattiazzi, di Postioma, partigiano caposquadra del battaglione Bruno Chiarello (brigata Pietro Gobbato di Giustizia e Libertà) entrò per primo con i suoi uomini nella città di Treviso ancora occupata da fascisti e tedeschi, il mattino del 27 aprile 1945.
Ricompensa?
Un posto di lavoro nelle miniere del Belgio, in quella emigrazione italiana seguita all'accordo "uomo-carbone" del giugno 1946 che gli storici considerano una "deportazione economica".
Di Mattiazzi, oltre alla sua relazione sulle storiche giornate dell'aprile 1945, resta una foto che lo ritrae splendente di giovinezza nei pressi della miniera di La Louvière in Vallonia.
Ginocchio a terra a sfiorare un'ascia, elmetto in testa, volto squadrato e sorridente, sguardo fiero, brandisce spavaldo il motopicco quasi fosse lo sten che lo accompagnò nella sua incursione all'interno delle mura trevigiane.
Di sicuro la foto è stata scattata nel periodo iniziale della sua permanenza nel paese delle miniere, perché  mano a mano che il tempo sarebbe passato, anche per lui lo sguardo si sarebbe spento, la carnagione impallidita: sarebbe diventato come tutti quelli che si inoltravano nelle viscere della terra per guadagnarsi un po' di pane e molta silicosi. * 
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* Come gran parte dei cinquantamila suoi colleghi emigrati nelle miniere del Belgio a partire dal 1946, anche Arturo morirà di silicosi.

Partigiani di Treviso -   
Arturo Mattiazzi, partigiano a Treviso, minatore in Belgio
(FAST - Foto Archivio Storico Trevigiano, fondo Postioma)

Battaglione Bruno Chiarello

Relazione del comandante Mattiazzi Arturo e del vice comandante Perissinotto Quinto



La relazione dei partigiani Arturo Mattiazzi (Postioma, TV)
e Quinto Perissinotto, maggio 1945

(Aistresco, fondo Caporizzi - b 8 - fasc Gruppo Brigate Giustizia e Libertà, sf Brigata P. Gobbato)

Testo della relazione
Squadra Comandante 


Notte 24-25 Aprile: 
Prelevamento viveri, armi e materiali alla caserma De Dominicis 

Giorno 27 Aprile: 
Ingresso a Treviso con Brigata Gobbato ore 7,45, prima assoluta in 60 uomini. Il Comandante Mattiazzi Arturo armato di Sten con due uomini armati di Pistola ha catturato un'autoblinda, una corriera Croce Rossa e una moto furgoncino. Ha disarmato una 40 di tedeschi facendoli prigionieri. Sono stati recuperati armi, bagagli che vennero distribuiti ad altri patrioti. 
Partito con la moto furgoncino e portatosi a S. Bona ha disarmato 8 Tedeschi.
In seguito si è portato al Comando Gruppo Brigate G.L. e assieme al Vice Comandante con 5 uomini disarmò 70 tedeschi recuperando cavalli, carri e armi. 

Il 28 aprile alle ore 11 il Comandante, il Vice Comandante e 3 uomini in zona di Porcellengo,  benché i tedeschi fossero appostati, mascherati ed innalzassero bandiera bianca, cominciando poi a sparare e lanciare bombe a mano, hanno disarmato 3 tedeschi comandati da un capitano recuperando armi ed automezzi. Nell’azione avendo avuto un ferito lo portarono all’Ospedale, mentre altri patrioti sopraggiunti mettevano in salvo il materiale e gli automezzi.
Nei giorni successivi sono stati disarmati gruppi isolati di tedeschi fascisti, spie, e appartenenti alle brigate nere per un totale di circa 200 uomini.
Complessivamente sono stati disarmati 437 tedeschi, 53 spie fascisti e recuperati cavalli, carri automezzi e materiale vario.


Squadra vicecomandante 

Giovedì 26 Aprile - Sera:

Scoppio del deposito munizioni, mine anticarro ed altro materiale, avvenuto nel Cantiere di Castagnole [Paese], per evitare il prelevamento da parte delle FF. AA. tedesche. L’azione è stata fatta con la collaborazione del Gruppo “Brigate Garibaldi” di Ponzano Veneto per evitare sospetti da parte del Comando Tedesco. 

Venerdì 27 Aprile: 
- Disarmo e cattura di tedeschi che tentavano la fuga con autoveicolo.
- Attacco contro gruppo tedesco ed elementi della brigata nera. Non fu possibile nessuna cattura data la forte superiorità numerica e l’armamento di cui disponevano, però dovettero abbandonare immediatamente la località in cui dovevano rimanere sino a sera. 

Sabato 28 Aprile: 
Alle ore 15,30 circa attacco e disarmo di tedeschi con cattura armi e munizioni su strada Feltrina. 

Domenica 29 aprile: 
- Assalto a Castagnole a gruppi tedeschi e loro disarmo.
- Assalto a forte Gruppo tedesco (60 uomini circa) autotrasportato. Cattura di armi pesanti e leggere ed ingente bottino vario. Azione avvenuta tra Porcellengo e Musano
- Assalto a macchina tedesca con cattura e disarmo soldati. 

Lunedì 30 Aprile:

Di rinforzo a gruppo di Paese contro colonna corazzata di passaggio. 

Martedì 1° Maggio

Rastrellamento e cattura di soldati tedeschi. Azione avvenuta in Postioma. 

Mercoledì 2 Maggio:

Presidio al Cantiere di Castagnole. 

N.B. I partigiani di Castagnole hanno, dal giorno 26 Aprile in poi presidiato giorno e notte il Deposito ed il Comando Presidio di Castagnole.

Sono stati inoltre arrestati e consegnati al Comando di Treviso Pio X elementi appartenenti alle Brigate Nere, alla G.N.R. e sospetti di azioni dannose al popolo o ai partigiani dall’8 settembre 1943 a questi giorni.

Il vice Comandante
F.to Perissinotto Quinto

IL COMANDANTE
F.to Mattiazzi Arturo


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Arturo Mattiazzi nei giorni dell'insurrezione: il ricordo del parroco



L'attività insurrezionale del partigiano di Postioma (TV) Arturo Mattiazzi
e della sua squadra ricordata dal parroco don Giovanni Capoia.
Cronistorie … 1939-1945, a c. di Erika Lorenzon. (Postioma, pp. 33-34 del DVD allegato).

Trascrizione

«I nostri partigiani sentono che l’ora della riscossa sta per suonare e la notte del 26 sul 27 aprile si radunano clandestinamente in una casa della campagna di S. Bona e con l’equipaggio da battaglia si preparano per la marcia che doveva condurli alla liberazione di Treviso.

Con impeto travolgente insorgono contro i nazisti alcuni giorni prima dell’arrivo delle truppe alleate e così a queste appianano e aprono la via. La dozzina di volontari da Postioma uniti ad un’altra cinquantina di compagni organizzati, inquadrati e bene diretti, conquistano Treviso molte ore prima delle altre formazioni.

Tre dei nostri partigiani si distinsero maggiormente per coraggio indomito, spirito battagliero esponendosi e superando pericoli di ogni genere.

Non ci si può dilungare a descrivere l’audacia dei combattenti e le vittorie di tutti, basti ricordare quanto fece Arturo Mattiazzi da Postioma, col nome di battaglia “Michelangelo”. Detto giovane con soli due uomini armati di pistola, ha catturato una autoblinda, nonché una corriera e un’auto; con cinque uomini ha poi disarmato e catturato trenta tedeschi con armi, cavalli ed altro materiale; ha preso prigionieri altri venti tedeschi mezz’ora dopo con sette uomini; attaccato con mezzi corazzati appoggiati da artiglieria riusciva a portare in salvo gli uomini senza perdite. Il 28 aprile con soli sei uomini, sulla strada Musano Porcellengo impegna un combattimento contro sessanta tedeschi i quali prima alzano bandiera bianca in segno di resa, ma quando Arturo è a pochi passi da loro gli aprono il fuoco con bombe a mano e raffiche di fucile mitragliatore. La battaglia dura un quarto d’ora, tre tedeschi caddero nella mischia, un solo partigiano colpito da una bomba a mano perdeva un piede sul posto. Finalmente i tedeschi si arrendono con un camions e venti armi automatiche.

Arturo insomma, assieme ad un altro compagno catturava 437 prigionieri con armi e bagagli, oltre 30.000 colpi da 88/53, migliaia di mine ed esplosivi, oltre 53 fascisti e spie».
(Da Cronistorie di guerra ... 1939-1945, a cura di Erika Lorenzon - Parrocchia di Postioma - pp. 1148-1149).