domenica 23 aprile 2017

Preganziol, presentazione libro Maleviste 1945



La trascrizione integrale della presentazione si trova nella rivista "storiAmestre, associazione per la storia di mestre e del territorio" (in linea dal 7 maggio 2017).

Due momenti della presentazione da parte del prof. Alessandro Casellato
(Università di Venezia) del libro Maleviste 25 aprile 1945. Cinque caduti per la libertà 
nella campagna fra San Vitale di Canizzano, Sambughè di Preganziol e Zero Branco.
(Foto di Laura Martinello)

Francesca Gallo, assessore alla Cultura di Preganziol,
ringrazia i partecipanti alla serata e annuncia le prossime
manifestazioni in programma. (Istantanea da video)

                                                                                                                 
   

Giovedì 27 aprile 2017 ore 20,45

presso la Biblioteca Comunale di Preganziol

ALESSANDRO CASELLATO

presenterà il volume di Camillo Pavan

Maleviste 25 aprile 1945

sull'uccisione - da parte dei militi della XX Brigata Nera "Amerino Cavallin" - 
dei partigiani Adolfo e Ettore Ortolan,
del sergente maggiore Carmine Gargiulo di Napoli
e di Antonio Bragato e Marco Galiazzo di Sambughè.
Sarà presente l'Autore.

Il prof. Alessandro Casellato (Ca' Foscari) presenterà
giovedì 27 aprile 2017 ore 20:45 alla Biblioteca Comunale di Preganziol
il libro di Camillo Pavan "Maleviste 25 aprile 1945 - Cinque caduti per
la libertà nella campagna fra San Vitale di Canizzano,
Sambughè di Preganziol e Zero Branco"

Cippo partigiano di via Maleviste a San Vitale di Canizzano (TV).
Ricorda l'uccisione da parte delle brigate nere di Treviso
(durante la loro ultima azione antipartigiana)
di Adolfo e Ettore Ortolan, Carmine Gargiulo, Antonio Bragato e Marco Galiazzo.

venerdì 14 aprile 2017

Marcon, 20 aprile 2017: presentazione del libro sui partigiani Dolfino e Ettore Ortolan e sugli altri caduti a Maleviste, il 25 aprile 1945


Camillo Pavan e Luigino Scroccaro

La sala del Centro Culturale De Andrè di Marcon durante la presentazione

Giovedì 20 aprile 2017 alle ore 20:30 
sarà presentato a Marcon
da Luigino Scroccaro
presso il Centro Culturale De Andrè
il volume di Camillo Pavan
Maleviste 25 aprile 1945
in cui viene ricostruita, 
sulla base di documenti d'archivio e di testimonianze orali,
l'uccisione per mano delle brigate nere di Treviso
dei partigiani di Marcon Adolfo e Ettore Ortolan,
oltre a quella di due giovani di Sambughè, 
Antonio Bragato e Marco Galiazzo,
e di uno "sbandato" napoletano, Carmine Gargiulo.


Locandina della presentazione a Marcon del libro
"Maleviste 25 aprile 1945" (edizioni Istresco). 
La serata sarà introdotta dallo storico Luigino Scroccaro. 
Interverrà l'autore. 


Ascolta le testimonianze sui fatti delle

lunedì 16 gennaio 2017

La famiglia Benvenuto: operai, comunisti e partigiani di Santa Bona (Treviso). Il ricordo di Lucia, la figlia più giovane

Fratelli Benvenuto -
I partigiani Ugo e Wladimiro Benvenuto erano i primi due dei cinque figli di Guido (1897-1970) e Amelia Pessotto (1895-1980).
Guido, nato a Mira e secondogenito di otto fratelli, si trasferì fin da piccolo con la famiglia a San Lazzaro di Treviso in via Ghirada, dove già a nove anni iniziò a lavorare. Partecipò alla prima guerra mondiale e riuscì a salvarsi sul fronte dell’Isonzo per la sua abilità nel nuoto che, in un momento di pericolo, gli permise di sfuggire alle pallottole immergendosi nel fiume.
Dopo il matrimonio si trasferì nelle case popolari costruite - negli anni '20 e '30 - nella periferia di Treviso all'epoca immersa nella campagna.
Dapprima trovò alloggio a Sant’Angelo, nel IV gruppo delle “case Luzzatti” (via Ottavi), per trasferirsi poi (1932) nelle “popolarissime” di via Bindoni a Santa Bona, nella stessa casa in cui abbiamo incontrato Lucia [1].
Guido fu un comunista della prima ora, come si può dedurre dal nome che diede al secondogenito Wladimiro nel 1925: un nome che suonava di sfida all'ormai imperante regime. «Avevamo i fascisti sempre in casa. Perquisivano, chissà cosa credevano di trovare, e quando arrivava Mussolini mettevano mio papà in prigione» [2].
Faceva il fornaio e lavorava dai Rachello, proprietari di un mulino sul Sile a Quinto e di un forno con «un gran negozio sotto i portici di quel bel palazzo che c’è in piazza San Vito». Era un lavoro duro «perché tutte le sere quando erano le otto, partiva da qua e andava a fare “i levài”, il lievito per il pane. Tornava a casa e alle tre di notte doveva essere di nuovo al lavoro».
Il primogenito Ugo (1923) fino alla chiamata alle armi lavorava nella fabbrica di spazzole Krull. L’8 settembre , di stanza come caporale degli autieri a Cervignano, riuscì a sfuggire alla cattura dei tedeschi, tornare a casa e rimanere nascosto.
Wladimiro riparava radio a Treviso «in una botteghetta all’angolo di via Indipendenza, vicino alla Loggia dei Cavalieri».
Con la costituzione della Repubblica Sociale Italiana [a republicheta, come la chiama Lucia] né Ugo né Wladimiro risposero ai bandi di arruolamento e - insieme al padre - presero contatto con la struttura clandestina del PCI.


Diploma di medaglia garibaldina rilasciato al partigiano Guido Benvenuto.
(Album di famiglia, Lucia Benvenuto) 

«Anch’io, che ero ancora piccola, andavo con mio papà in bicicletta a portare i volantini di propaganda per le stradine di Canizzano e Zero Branco. Ricordo che avevo fatto un taglio sulla fodera della giacca e dentro mettevo i manifesti. Andavamo con biciclette tutte “taconàe” [rappezzate], perché in quel tempo non c’era niente, mancavano le materie prime».
Da maggio a settembre 1944 troviamo Ugo in montagna, sul Mariech sopra Valdobbiadene, con la brigata Mazzini [3].
Dalla domanda di iscrizione all’Anpi, stilata il 5 novembre 1945, veniamo a sapere che Ugo, dopo essere rimasto nascosto nell’inverno 1944/45, nel febbraio 1945 fu catturato dalle brigate nere e a marzo costretto a entrare nei ranghi della RSI, probabilmente nel 29° CMP, caserma di Istrana, da cui fuggì nell’aprile del ’45.
Negli ultimi giorni della guerra, la famiglia si trasferì da conoscenti in una casa nella campagna di Padernello. «Ci sembrava di essere più sicuri, lontani dalle strade principali. E poi noi ragazze (io e mia sorella più grande Clara, 1926) avevamo paura degli americani che venivano avanti. I miei fratelli dicevano che c’era il rischio che violentassero le ragazze».
Per Ugo l’appuntamento con la morte avvenne durante i combattimenti contro i tedeschi in ritirata attorno alla fonderia di Santa Maria del Rovere il 27 aprile 1945. Fu colpito dal piombo nemico perché non fu pronto nell’attraversare il canale Piavesella: a differenza del padre, non sapeva nuotare [4]. Fu portato ancora in vita all’ospedale di Casier dove morirà poco dopo.
Wladimiro fu fucilato con altri sette partigiani davanti al muro del cimitero di Villorba il 29 aprile 1945, poco prima della partenza della colonna di SS che li aveva catturati il 27 aprile all'ingresso del paese [5].
«Il giorno dei funerali, che li hanno fatti il primo maggio, mia mamma sapeva di Ugo, perché Ugo era stato ferito ed era andata a trovarlo all’ospedale. Sapeva di Ugo, pensava di andare al suo funerale, e non sapeva niente di Wladimiro. Solo al momento di partire da casa mio papà le ha detto: “Mèlia, fate corajo, che i portemo via tuti do”.



La Omaggio di Rinascita, organo del CLN di Treviso (2.6.1945)
alla famiglia Benvenuto di Santa Bona, antifascista della prima ora,
che nella lotta partigiana ha perso i due figli Ugo e Wladimiro.
Guido Benvenuto - su proposta del CLN - sarà giudice popolare
in 19 dei 91 processi della Corte di Assise Straordinaria
di Treviso che fra il 1945 e il 1946 misero alla sbarra alcuni dei più
spietati esponenti del fascismo repubblicano della Marca.
In particolare Benvenuto farà parte della giuria di processi importanti
come quelli che comminarono le condanne a morte a Michele Pistone,
Firmino Morello "Tarzan", Giorgio Brevinelli "Lince", Egidio Simonetti "Nina",
Dino Cappelli "occhio di vetro" e Attilio Pillon.
Condanne che per Tarzan, Lince e Nina saranno eseguite.

… E dopo sono stati anni tremendi».
Anni tremendi, ma non disperati.
Amelia seppe "farsi coraggio", si rimboccò le maniche per mandare avanti la famiglia e seguire gli altri tre figli («a gavèa altri tre fioi da starghe drio»).
Il partito comunista fece di lei e della madre di Wladimiro Paoli - mamme di tre martiri della Resistenza - due modelli di donne da imitare.
"El sior Guido", così, affettuosamente e con rispetto conosciuto da tutti, continuò nel suo lavoro di panettiere. Per un anno (26.6.1945 - 3.7.1946) fu giudice popolare della Corte d'Assise Straordinaria istituita a Treviso per processare i fascisti rei di aver collaborato con gli occupanti nazisti [6].
Con le prime elezioni libere del dopoguerra, che a Treviso si svolsero il 31 marzo 1946, Guido Benvenuto venne eletto consigliere comunale per il PCI (quinquennio 1946-1951).
Fino alla fine rimase fedele al partito, che non mancò di ricompensarlo con un viaggio a Mosca e uno anche a Roma, assieme alla moglie.



Guido Benvenuto nel 1946, candidato ed eletto
per il PCI nelle prime elezioni democratiche dopo
la Liberazione; Treviso, 31 marzo 1946.
(Il Lavoratore, Settimanale della federazione trevigiana del PCI)

Bruno Marton, sindaco di Treviso (1965-1975, DC), consegna una
medaglia d'oro all'ex consigliere comunale del PCI Guido Benvenuto.
(Album di famiglia, Lucia Benvenuto)

La famiglia Benvenuto -
Amelia Pessotto e Guido Benvenuto a Roma. Al centro, Luciano Cappellotto (1927-1982),
partigiano, funzionario del PCI e a lungo sindacalista: dapprima con i tessili CGIL, poi con
la Federmezzadri di Treviso e dal 1977 presidente della neonata Confederazione Italiana
Agricoltori - CIA. (Informazioni del figlio Otello, a mezzo Diego Agnoletto). 
(Album di famiglia, Lucia Benvenuto)

Morirà poco più che settantenne, di infarto.
Meritano essere ricordate le considerazioni della figlia sulla sua morte.
«Era qua in casa e diceva “questo braccio, questo braccio che mi dà fastidio”. Telefoniamo al dottore e ci dice di andare in pronto soccorso. Siamo andati io e mio marito a portarlo. Siamo andati all’ospedale, c’era ancora il pronto soccorso vecchio [a Ca’ Foncello].
Vai al pronto soccorso - adesso è tutta un’altra cosa, perché c’è il codice rosso -  ... e avanti e indietro, e ci mandano in geriatria. Andiamo in geriatria. Con la nostra 500, non loro con la Croce Rossa; siamo andati noi a portarlo. Gli infermieri che lo ricevono, dicono che bisogna misurargli la febbre. Ma si può morire anche senza febbre, o no? E dopo, quando è venuto fuori il dottore ha detto: “Ha tutti i sintomi dell’infarto, si salva se passa i primi momenti”.
Insomma, tutto quel tempo che è stato fermo, … se lo avessero visitato subito!».
- Il funerale com’è stato?
Al duomo hanno fatto i funerali.
- Non era ateo?
No, no. A lui piaceva papa Giovanni XXIII. In chiesa non andava, comunque quello che c’era da fare, cerimonie, ecc., le faceva.
- Non ha impedito a nessuno, per dire, di battezzarsi.
No. L’ideale suo era di vedere la libertà. Era proprio un idealista. Aveva fede nella sua idea, l’idea del popolo che stesse bene. Sono stata capace di spiegarmi?
A volte penso …  è morto a 72 anni. Ma sto poro vecio de setantadó ani, a quarant’anni passati gli è toccato andare in montagna, i fascisti sempre qua. Dentro di me dico: «Che possa aver avuto rimorso per la morte dei due figli? Ma lui non gli ha mai imposto niente, perché noi abbiamo fatto comunione, cresima … come facevano tutti. Non è da dire che lui avesse vietato qualsiasi cosa.
Lui non li ha spinti in nessuna maniera, eh! Hanno deciso loro. Perché anche il più giovane, Miro, quella volta - come le ho detto - non ha accettato di andare nella repubblichetta di Salò, e allora sono scappati via tutti. E l’altro [Ugo] era militare, e anche lui è scappato.
- Un bel peso per suo papà, immagino.
Capisce il mio discorso? Dentro di lui, chi lo sa cosa pensava. Che potesse avere anche rimorso, nel senso “li ho spinti io”?  Ma lui non ha spinto mai niente, sono stati loro…».


Amelia Pessotto, mamma di Ugo e Vladimiro Benvenuto, all'inaugurazione della mostra sulla Resistenza a Treviso,
Ca' Da Noal, 25 aprile 1969. Da dx. Ivo Dalla Costa (Segretario della Federazione provinciale  del PCI)
e il sindaco di Treviso Bruno Marton (DC) - Alle spalle del sindaco s'intravedono, da sinistra  (e di profilo)
l'avv. Renato Capraro (presidente dell'ANPI provinciale) e l'on. Elio Fregonese del PCI.
Foto e informazioni di Diego Agnoletto.

Amelia Pessotto, mamma di Ugo e Vladimiro Benvenuto, all'inaugurazione della mostra sulla Resistenza a Treviso,
Ca' Da Noal, 25 aprile 1969. Ivo Dalla Costa (di spalle) fa gli onori di casa al sindaco Bruno Marton.
Al centro l'avvocato e consigliere comunale del PCI Cirillo Boccaliero, a sinistra, il ten. col.
Pietro Curci, vicesindaco DC di Treviso. Da notare come Amelia Benvenuto indossi una collana
con due ciondoli contenenti le foto dei due figli partigiani. Foto e informazioni di Diego Agnoletto.

Ai fratelli Ugo e Vladimiro Benvenuto sarà intitolata la sede della sezione di Santa Bona del Partito Comunista Italiano, fino allo scioglimento del partito.

Lucia è una donna minuta e gentile che ha vissuto sempre nella stessa casa popolare di via Bindoni, anche da sposata [7].


Le case popolari di via Bindoni, prima laterale destra di via Santa Bona Nuova, TV,
costruite nel 1929, conservano la struttura urbanistica originaria. [8]
(Mappa Istella 2017 - Blom CGR - 2012 Terra Italy) 

Lavorò dapprima -
per dodici anni - alla IANA di Luigi Palla come ricamatrice: «facevamo tutta roba per bambini, coprifasce, vestitini da battesimo, quelle robe là». Passò poi alle dipendenze di Mario Toniolo, in via Montello e in uno stabilimento grande a Fontane che dopo qualche anno fu ceduto a Benetton. «E gli ultimi tre anni li ho fatti con Benetton».
È lei a conservare con amore i ricordi familiari. In una cartella le foto e i diplomi. In una piccola scatola le medaglie assegnate al padre e ai fratelli.
Ne distende il contenuto sul tavolo.
Ecco quanto rimane di due giovani vite spezzate e della storia umana e politica di questa famiglia di combattenti per la libertà e la giustizia che a Treviso - per mezzo secolo - fu portata ad esempio di impegno sociale: una manciata di medaglie e croci al valore o commemorative.
Della Resistenza, passato il fatidico 25 aprile, oggi si parla poco.
Dei partigiani, specie di quelli uccisi negli ultimi giorni della guerra di liberazione, spesso si sente dire che potevano starsene a casa, e non andare a stuzzicare i tedeschi che si ritiravano[9].
Il Partito è morto.
Lucia approfitta del nostro incontro per chiedere se non sia meglio lucidarle e ravvivarle un po', le medaglie.
- No, perderebbero la patina del tempo.
Per metterle in ordine inizia allora ad incollarle con una striscia di scotch ai relativi fogli originali di conferimento.
Poco vale ricordarle che lo scotch, nel corso di pochi anni rovinerà la carta.
«Ascolti, ho ottantacinque anni…»
- Ma noi dobbiamo pensare ai nipoti.
«Non ne vogliono sapere per niente. Adesso, se gli parli di queste robe qua, è come se tu parlassi della luna!».


Famiglia Benvenuto, Santa Bona di Treviso -
Amelia Pessotto Benvenuto tra il sindaco Giuseppe Schileo e il genero Marcello Pellizzari
nell'atrio del municipio di Villorba, in attesa della scopertura della lapide ai 15 partigiani caduti
nel territorio di Villorba. 25 aprile 1975, trentennale della Resistenza.

(Album di famiglia, Lucia Benvenuto)

Amelia Pessotto Benvenuto depone un mazzo di fiori ai piedi della lapide con i nomi
dei 15 partigiani caduti in territorio di Villorba, fra i quali il figlio Wladimiro Benvenuto.
Alle sue spalle il sindaco Giuseppe Schileo. 25 Aprile 1975, trentennale della Resistenza.
(Album di famiglia, Lucia Benvenuto)


Note

[1] Tutte le notizie relative alla famiglia Benvenuto, sono tratte dalla testimonianza dell'ultimogenita Lucia, 1931, raccolta nella sua abitazione di Santa Bona il 2.12.2016 (file 16120203 e 16120204) e il 12.12.2016 (file 16121201).
[2] Guido Benvenuto è stato in effetti sorvegliato dal regime e iscritto, come comunista, al Casellario Politico Centrale dal 1930 al 1942.
[3] Testimonianza di FA, Santa Bona 1924, partigiano, amico e vicino di casa dei fratelli Benvenuto (file 16120202, 05:00) e domanda di iscrizione all’Anpi a nome del caduto Ugo Benvenuto (Aistresco, b. 47, fondo Anpi). In montagna nel 1944 c’erano anche Wladimiro e il padre Guido. Lucia ricorda che il padre era riuscito a scappare dalla prigione a Treviso con il bombardamento del Sette aprile 1944.
[4] Testimonianza di F.A., file 16120202, 02:05-03:13. «È una testimonianza “per sentito dire”, perché io e Ugo dovevamo andar via insieme, ma mia mamma [dopo che un mese prima ero scampato alla fucilazione] ha detto: “no, tu da qua non ti muovi” e mi ha chiuso in casa».
In altre parole, il punto esatto dell'uccisione di Ugo Benvenuto, non lo conosce (o ricorda) neppure il partigiano F.A., amico, compagno e vicino di casa.
[5] Resta da chiarire il motivo per cui nella lapide del monumento di Villorba siano incisi i nomi di entrambi i fratelli Benvenuto, visto che sia le testimonianze orali sia i documenti d'archivio attestano che la loro uccisione avvenne in due luoghi diversi.
[6] In particolare fece parte della giuria presieduta dal dr. Guerrazzo Guerrazzi che il 4 luglio 1945 condannò a morte, sentenza 19/45, i tre brigatisti neri Giorgio Brevinelli (Lince), Egidio Simonetti (Nina) ed Emanuele Gerardi (Barba); condanne eseguite per i primi due il 13 febbraio 1946, mentre "Barba" morì in ospedale per setticemia prima dell'esecuzione. (Cfr. Sentenze della C.A.S., pdf online, pp. 50-54).
[7] Lucia Benvenuto sposò Marcello Pellizzari, autista da Krull (la nota fabbrica trevigiana di spazzole). Il marito morirà poco più che sessantenne in seguito a un ictus.
[8] Le case di via Giuseppe e Vincenzo Bindoni [rispettivamente figlio e padre, entrambi insegnanti. Il più noto dei due è Vincenzo, autore nel 1884 di un "Vocabolarietto del dialetto trevigiano (1884)", ristampato da Canova nel 1978] fanno parte dei quattro gruppi di casette "popolarissime" costruite nel 1929 dall'Istituto Fascista Autonomo Case Popolari in posizioni volutamente periferiche e "un po' nascoste" «dal momento che i fabbricati che sorgeranno dovranno accogliere una categoria di inquilini che sarà bene siano un po' segregati».
È facile immaginare come questa concezione urbanistica abbia contribuito ad aumentare anziché diminuire l'opposizione sociale di chi in quei luoghi segregati abitava.
Gli altri tre gruppi di casette sorsero in via Feltrina (Monigo), via Piavesella (zona Corti del Rovere) e via Borgo Venezia (S. Lazzaro).
«La totale assenza di servizi sociali, la lontananza dal centro e l'impianto urbanistico improntato secondo una maglia rettilinea di massima economicità, costringono questi piccoli quartieri in aree di quasi totale estraniamento dalla vita cittadina». (Andrea Bellieni, Luigi Pavan, "L'architettura delle case popolari a Treviso. Lo IACP di Treviso 1915-1990, pp. 167-168).
[9] Ci si riferisce solo ai commenti più teneri. Per gli altri basta guardare la vergognosa sequela di ingiurie che compare su Google digitando "partigiani uccisi" [ultima ricerca effettuata il 2 febbraio 2017].

lunedì 21 novembre 2016

Le contraeree tedesche attorno a Treviso - 28 aprile 1945

Resistenza trevigiana: i partigiani e le quattro contraeree tedesche che circondavano la città - 
Nell’ultimo periodo della seconda guerra mondiale erano dislocate nei pressi di Treviso quattro postazioni contraeree tedesche: 1 - Sambughè di Preganziol, 2 - Sant’Angelo, 3 - Silea, 4 - località Corti.

Contraerea tedesca a Treviso, 1945 - 
La dislocazione delle quattro contraeree tedesche nei pressi di Treviso
al 28 aprile 1945 (ordine del CLN di occupare la città).

Loro compito era difendere lo strategico nodo ferroviario di Treviso, per cui transitavano e da cui si diramavano strade ferrate di grande importanza per i collegamenti e i rifornimenti delle truppe tedesche che contrastavano l’avanzata alleata in Italia:
- Venezia-Udine-Tarvisio, fondamentale collegamento con le ferrovie austro-tedesche.
- Treviso-Motta di Livenza con successiva biforcazione per Portogruaro-Trieste o San Vito Tagliamento-Udine.
- Treviso-Conegliano-Ponte nelle Alpi-Calalzo, da dove partiva la Ferrovia delle Dolomiti che, sia pure a scartamento ridotto, raggiungeva Dobbiaco e metteva anch’essa in collegamento con le ferrovie germaniche.
- Treviso-Ostiglia, che attraversando la pianura veneta si congiungeva alla Bologna-Verona-Brennero.
- Treviso-Vicenza con diramazione a Castelfranco per Bassano-Trento e da qui alla ferrovia del Brennero.
- Treviso-Montebelluna-Feltre-Belluno-Calalzo-Dobbiaco.
Bersagli dell'aviazione angloamericana erano quindi le linee ferroviarie coi relativi ponti sul Sile (in particolare il mai distrutto ponte della Gobba), le due stazioni (centrale e SS.40) e lo strategico scambio/bivio Motta che consentiva ai treni provenienti dalla stazione centrale di dirigersi verso nord (Udine) oppure verso est (Motta di Livenza).
Va tenuto presente che la città - malgrado la presenza di un aeroporto funzionante - era del tutto priva di contrasto aereo e quindi il tiro delle contraeree da terra era di fondamentale importanza per cercare di limitare i danni delle ripetute azioni alleate sul cielo di Treviso.
Le incursioni terminarono solo con l’ultimo giorno di guerra. Alle tre del mattino di 29 aprile 1945 è infatti segnalato lo sganciamento di tre bombe sulla caserma De Dominicis [1].

Delle quattro contraeree l’unica che negli ultimi giorni di guerra riuscì ad abbandonare indenne la postazione fu quella delle Corti.
Così viene segnalato dalla radio della missione "Hollis-Margot" il suo allontanamento: «Batteria 88 località Santabona mio 119 est partita ore 17 locali con sei cannoni et mitra per Feltre»[2].
L’indicazione “Santabona” è generica, come si evince dal citato messaggio 119 che recita: «Da missione Leto […] comunica Treviso est liberata giorno 28 aprile da patrioti x [stop] resistono ancora due batterie contraeree da 88 mm con mitra da 20 mm località Silea x 6 km circa sud est Treviso et fornaci Santa Bona Chiodo 4 k nord ovest Treviso x località indicata con approssimazione»[3]. Il corsivo è mio, e personalmente non sono ancora riuscito ad individuare con precisione il luogo in cui era piazzata questa batteria.


Cannone contraerei 88 tedesco - Flak 18-36
attualmente in mostra al Museo della Luftwaffe di Berlino.
(Foto di Rickard Ångman su Wikipedia)

Maggiori dettagli sullo sganciamento della FlaK delle Corti si apprendono dalla relazione della brigata garibaldina Bavaresco, a firma del comandante “Sparviero” (Corrado Vanin):
«Verso mattina (29 aprile 1945) i 200 tedeschi del presidio di Villa Ricci […] furtivamente si sganciano […]. Immediatamente noi entravamo in Villa Ricci [a Paderno di Ponzano] per frenare gli eventuali atti vandalici della popolazione e per il recupero delle macchine e materiale vario abbandonato dai tedeschi. […] Sistematesi in Villa Ricci in modo da poter affrontare eventuali assalti tedeschi, venne posta una vedetta sul campanile […]
Nel frattempo improvvisamente giungeva dalla strada di Camalò un’altra colonna composta di sei camion con circa 100 uomini […] che si dirigeva verso Treviso per l’aiuto allo sganciamento della Flak.
Subito le nostre poche forze, armate di una Breda 38, che ha malamente funzionato, un mitragliatore, due mitra e pochi moschetti, hanno attaccato la colonna che, malconcia, si è velocemente sganciata portandosi un carico di 18 morti e tre feriti[4]. [...]
La nostra staffetta verso le 15,30 urgentemente ci avvertiva che stava per sopraggiungere la colonna della Flak che da Treviso si dirigeva verso Paderno, fortemente armata di 14 camion e tutte le armi automatiche pesanti della difesa di Treviso. Sentito l’ordine superiore che ci ammoniva di [non] sparare un colpo e considerata la nostra piccola forza per poter resistere, abbiamo subito dato ordine di abbandonare la Villa e occultarsi ciascuno nella campagna senza rispondere agli spari della colonna che stava per sopraggiungere. […]
La colonna della Flak […] occupava la Villa Ricci e sostava tre ore circa in attesa dell’oscurità per riprendere la marcia. Subito dopo la loro partenza un nostro nucleo occupava nuovamente la Villa che da quel momento è rimasta nelle nostre mani… »[5].

Della batteria di S. Angelo abbiamo parlato: si arrese, o meglio fu abbandonata dopo aver reso inutilizzabili i pezzi (numero non precisato), nella notte sul 29 aprile 1945.



Contraerea di Silea: dislocazione e resa ai partigiani

Porto fluviale di Silea, presso attuale ''Osteria da Nea'': un burcio a vela
e la campagna lavorata dalla fam. Toffolo dove da gennaio a metà aprile 1945 furono
piazzati i cannoni della contraerea tedesca (FlaK).  (Foto g.c. da Bruno Gandin, Silea).
Due barche con complessivi 2000 q.li circa di munizioni dirette alla contraerea di Silea,
furono affondate il 26 aprile 1945 presso Cendon dai partigiani del btg. Perini
dopo aver costretto alla resa i tedeschi di scorta.
(Aistresco, b10, fasc. Raccolta Relazioni..., sf. Diari storici -5E)

Resistenza - Liberazione di Silea (28-29 aprile 1945) -  
La contraerea tedesca di Silea, da gennaio a metà aprile 1945, si trovava nella vigna
lavorata dalla famiglia Toffolo, presso il porto fluviale (Osteria da Nea). -1-
(Testimonianza di Maria Toffolo, Silea 1924, file 2005.17b, 13:43/16:35)
Dopo il 15 aprile si spostò in centro del paese. -2-
I partigiani, che a Silea diedero il via all'insurrezione
il 26 aprile (Diari Storici Istresco, p. 386), iniziarono le lunghe trattative per la sua resa
da villa Miollo, al bivio per Cendon, dove si erano assestati. (Relazione del parroco).

Al 28 aprile 1945 la contraerea tedesca era piazzata nei pressi dell’incrocio fra la strada per Treviso e quella per Lanzago, immediatamente a ovest della chiesetta [oratorio] della Madonna delle Grazie, ora abbattuta, e di quello che allora era il centro del paese [cfr. sopra, mappa IGM 1940, n. 2]. Per la precisione si trovava nei campi lavorati dalla famiglia Fava (detti Faonetto), campi delimitati a nord e a est da due fossati con siepi di "oppi" (òpi, aceri campestri).
I potenti cannoni da 88 mm della FlaK - gittata di 8000 metri sia contro aerei sia contro carri - erano posizionati a circa 250 metri dalla chiesa di Silea e a 4000 metri ca., in linea d'aria, dal centro di Treviso (piazza dei Signori). 
Il deposito delle munizioni era stato collocato nell'allora campo sportivo, a nord della batteria e subito di là della strada, più o meno all'altezza della posizione attuale del monumento ai caduti.
Adriano Caldato (1942) di Porto di Fiera (TV) ripropone sul posto le indicazioni fornite in una precedente intervista dal partigiano Rino Botter di Fiera (1927), all'epoca abitante a Silea.




Adriano Caldato a Silea nel luogo in cui era piazzata la batteria contarerea
tedesca (6 cannoni da 88mm - 65 uomini), che si arrese ai partigiani nella notte
fra il 28 e il 29 aprile 1945. (Fotogramma da video)


Resistenza. Liberazione di Silea, aprile 1945 - 
Brano della relazione del parroco di Silea sui giorni dell'insurrezione
sulle trattative per la resa della contraerea
(Cronistorie di guerra ... , a c. di Erika Lorenzon - dal Dvd allegato).

Resistenza - Liberazione di Silea (28-29 aprile 1945) -  
Il partigiano Marcello Caldato "Sauro" (Porto di Fiera, 1919) rivendica,
nella sua domanda di iscrizione all'Anpi, di aver partecipato
alla "Intimazione di resa della batteria di Silea" il 26 aprile 1945.
Il partigiano Sante Voltarello (Silea, 1912), sempre nella domanda di iscrizione
all'ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d'Italia), dichiara:
1) - di aver partecipato il 27 aprile, con 6 uomini, all'attacco contro un camion tedesco carico di rifornimenti
e viveri diretto alla contraerea costringendo i tedeschi a bordo a darsi alla fuga fra Cendon e S. Elena;
2 - di aver catturato a Nerbon, il 28 aprile con 7 uomini, due tedeschi e il fascista Luigi Cattarin, di S. Elena,
poi condannato a 10 anni dalla Corte d'Assise Straordinaria di Treviso.
3) - di aver preso il comando del btg. "Perini" a Silea impossessandosi con 14 uomini del municipio,
dove catturò 7 soldati tedeschi addetti alla contraerea. Voltarello precisa che "Detto stabile
era minato in attesa di distruzione da parte tedesca".
4) - di aver partecipato infine alla liberazione della città di Treviso "unendosi alla propria brigata Wladimiro"
con la sua squadra territoriale al completo (14 uomini).

Relazione di mons. Guglielmo Cagnin, parroco di Silea
(Trascrizione parziale e sintesi)

« 27 aprile
Si cominciano vedere i primi partigiani verso la chiesa-oratorio della Salute. Panico della gente. Notizie allarmanti di scontri, di rinforzi tedeschi - la popolazione comincia esulare dal paese. Verso sera arriva un camions di rinforzi tedeschi: sparatoria nei campi del paese: un tedesco ferito, e poi morto, morto un partigiano.
28 aprile
Giornata, che si presentava tragica.
ore 10. Invitato dal cav. Fantin, per incarico del S. Ten. Trümples, mi presento ai partigiani, postisi in casa Miollo, invitandoli a non sparare, altrimenti i tedeschi avrebbero fatto fuoco violento contro di essi e contro il paese. Rispondono affermativamente.
Ore 11. I partigiani con a capo i fratelli Perini e [Antonio] Sellan da Treviso mi mandano chiamare: vogliono la resa dei tedeschi: questi sono quanto mai preparati. Io rispondo e propongo che si presentino con un ordine scritto dei loro Comandanti: si dà tempo un’ora. Poi non ho più visto nessuno.
Ore 14. Il Comandante tedesco mi prega di avvisare i partigiani, che [...] »
se entro due ore non si ritireranno a oltre due km. loro sono pronti a sparare con i cannoni ad alzo zero “pur colpendo il paese” e al primo colpo “avrebbero fatto seguito le batterie di Treviso contro Silea”.
Le trattative proseguono per tutta la serata di sabato 28 e buona parte di domenica 29 aprile. Punto irrinunciabile per i tedeschi è di potersene andare armati e con l’intera batteria.
Alle 18 di domenica finalmente le trattative si sbloccano.
Da Treviso [che già dal mattino era in mano ai partigiani] arrivano in canonica di Silea due ufficiali partigiani, uno dei quali è il capitano Astorre Vecchiati *** . I due rappresentanti del comando piazza invitano il parroco ad accompagnarli dal comandante della batteria al quale per l’ultima volta viene intimata la resa. Il tenente chiede mezz’ora di tempo.
Alle ore 20 del 29 aprile 1945, finalmente il comandante tedesco accetta di allontanarsi con i suoi uomini, portando con sé le sole armi personali «scortato per la sua sicurezza dal capitano dott. Vecchiati, fino alla Callalta. Poi di lui e dei suoi uomini non si seppe più nulla».
(Cronistorie di guerra..., pp. 238-240).


Relazioni partigiane
Le date della resa della contraerea fornite dal parroco e dalle relazioni partigiane sono discordanti.
Prendo per buona la relazione della brigata Negrin, (sotto la cui giurisdizione il btg. Perini - pur autonomo - operava) e che coincide con la successione cronologica del diario di Sante Bovo.
Questo il breve passaggio della relazione Negrin:
«Nelle notte [del 28] sul 29 vengono ultimate le trattative di resa iniziate il giorno precedente colle batterie tedesche di Silea. I tedeschi abbandonano i pezzi ai garibaldini che a loro volta, consegnano agli Alleati due giorni dopo (6 cannoni da 88/mm. e un forte quantitativo di armi, munizioni e materiale vario.
Il giorno 29 una solida colonna concorre nell'occupazione della città, mettendosi successivamente a disposizione  del Comando Militare della Piazza [...]».
(Diari Storici... , p. 494).


Relazione del battaglione autonomo Perini

«La sera del 26 aprile u.s., previ accordi intercorsi con le forze patriottiche operanti nei paesi limitrofi, due gruppi di animosi dislocati nella zona di Silea e di Lanzago impugnavano le armi e costituivano posti di blocco e servizi di vigilanza per le strade e per i campi. [...]

Per quanto riguarda la resa del Presidio tedesco addetto alla batteria contraerea di Silea, si è creduto opportuno addivenire a patti e la sera del 30 aprile (sic!) il Presidio composto di circa 65 uomini abbandonava la piazzaforte portando con sé le armi leggere.
Ciò è stato ritenuto necessario per, evitare un vero e proprio conflitto che si sarebbe concluso logicamente a nostro sfavore e con innumerevoli perdite per la popolazione, in considerazione della potenza di armamento quale può avere una simile piazzaforte.
Si è potuti venire in possesso di un considerevole bottino e catturare inoltre 15 prigionieri i quali, dapprima impiegati in lavori vari di riattamento strade e campi, sono stati in questi giorni avviati ai campi di concentramento tramite comando Alleato.
Agli stessi Alleati sono stati pure consegnati: 6 cannoni da 88 antiaerei con munizioni e materiale vario. Un automezzo non efficiente è rimasto a disposizione di questa Brigata».
(Diari storici... , pp. 386-387).

Messaggio radio con cui la missione “Margot-Hollis” - capomissione il veneziano Pietro Ferraro radiotelegrafista il modenese Dario Lelli [Leli] - comunica al comando alleato la resa ai partigiani della contraerea tedesca di Silea:
               «145 gr. 25
Mio 119 x batteria at Silea consegnata a patrioti quattro cannoni da 88
20 mitra da 20 mm».
(Chiara Saonara, Le missioni militari alleate e la Resistenza nel Veneto, p. 203).


Dal "Diario" di Sante Bovo
«A Silea, ed in altre località che non mi sovvengono, in una piazzola ben protetti vi erano i tedeschi, con cannoncini antiaerei che potevano sparare anche a gradi zero e con mitragliatrici pesanti, e senza dubbio pronti; avendo sentore di rinforzi d’intervenire.
Sarebbe stata una carneficina.
Pochi di tutta questa gente che aveva ingrossato le file [volontari aggregatisi ai partigiani nelle ultime ore] si rendeva conto del pericolo, che poi, e noi sapevamo che al primo colpo ben pochi saremo rimasti a [s]parare.
Certamente fu merito principale di chi trattò con tattica consapevole, e merito anche di quei pochi che avevano un passato alle spalle nell’aver convinto la massa a non commettere colpi di testa.
Intanto però queste trattative si facevano più lunghe.
Noi si aveva fretta sapendo che una colonna corrazzata tedesca risaliva dalla Triestina ed ogni ritardo di questa resa poteva compromettere tante cose.
Ci facemmo minacciosi e circondando protetti poi - da sedi naturali: fossati e camminamenti - questa piazzola.
Fu dato un ultimatum, e si arresero.
Sono certo però che anche se loro avessero tentato di resistere, non pratici del terreno, ad uno a uno sarebbero stati annullati, se più qualche colonna come ho detto: e questo noi si temeva non gli avesse soccorsi.
Tirammo tutti un sospiro di sollievo.
In tutte queste zone era stato eliminato ogni focolaio, ma: vi furono morti e feriti».



*** Il capitano Astorre Vecchiati, classe 1914, partigiano di Giustizia e Libertà in forza al battaglione Vito Rapisardi operante nella zona di San Michele del Quarto/Quarto d'Altino (Diari Storici Istresco, Op. cit., p. 727), morirà novantottenne a Treviso nel 2012, in assoluta povertà, senza che nessuno ricordasse il suo passato di coraggioso patriota. (Leggi: Tribuna di Treviso - Gazzettino).
Astorre Vecchiati fu anche candidato nella lista del Partito d'Azione nelle prime elezioni amministrative libere del comune di Treviso dopo il fascismo, tenutesi il 31 marzo 1946, ma non fu eletto. Il P.d'A. ebbe un solo consigliere: Leopoldo Ramanzini, il prefetto della Liberazione.
Cfr. Rinascita, Organo del Comitato di Liberazione Nazionale Provinciale di Treviso, anno 2, n. 9, 2 marzo 1946, p. 4; Il Lavoratore, Settimanale della Federazione trevigiana del PCI, 23 marzo 1946; Il Gazzettino, mercoledì 3 aprile 1946 (per i risultati).






La postazione contraerea di Sambughè fu presa d’assalto e si arrese ai partigiani il 28 aprile, come risulta dalla relazione del btg. Mirando[6].

A proposito di questa relazione, redatta dal comandante Alessandro Golfetto e dal commissario politico Gino Dal Bianco il 1° maggio 1945, va messo in risalto come, dopo un ridondante incipit da “bollettino ufficiale” dell’esercito, si scopre che in realtà tutta la forza di cui dispone il “battaglione” sono quindici uomini armati di fucili o pistole. Ed è con questa potenza di fuoco che i quindici coraggiosi si apprestano a intimare la resa a una caserma della X Mas, quella “vittoriosa già sul mare, ora pure sulla terra” (come recitava il suo inno).


La relazione del btg. Mirando, brigata partigiana Negrin:
resa di una caserma della Decima Mas, attacco a nuclei di SS sul Terraglio,
attacco alla contraerea di Sambughè (28 aprile 1945).
Trascrizione

Gruppo Brigate Wladimiro / Brigata Negrin / I° Battaglione “Mirando”


RELAZIONE

«Alle ore 15 del 27/4/1945 le Forze del Gruppo Zona Territoriale di S. Lazzaro - S. Angelo - S. Trovaso e Preganziol si riunirono a seguito di ordine di mobilitazione per l’insurrezione contro l’odiato nemico nazi-fascista.
Non avendo il Comando armi a sufficienza per i 105 uomini pronti per l’azione, solo 15  di questi, armati soltanto di fucile o pistola, e con poche munizioni, partirono con ferma decisione all'attacco per la prima azione, la quale doveva procurare le armi per le successive.
Fu disposto l’attacco alla X^ Mas, avente stanza in Villa Pace, lungo la strada statale Terraglio.
Accerchiata la villa dove trovavasi la caserma della Mas e intimata la resa al presidio, si presentò il capitano delle forze fasciste onde trattare col Comandante delle Forze Partigiane.
Pattuito il disarmo che consentì di equipaggiare altri Patrioti, fu possibile, con l’aiuto dei quali, di far cedere le armi ad un gruppo di 30 tedeschi in completo assetto di guerra che si trovavano nelle adiacenze della villa.
Nella giornata del 28-4-1945, nuclei tedeschi appartenenti ai Reparti delle S.S., furono attaccati e disarmati lungo la strada Terraglio.
Nello scontro quattro Patrioti furono feriti e quattro tedeschi rimasero sul terreno.
I Reparti Patrioti si spostarono successivamente per l’attacco alle postazioni contraeree di Sambughè che resistettero fortemente e che furono soprafatte dopo aspra lotta e disarmate: due soldati tedeschi furono feriti. […]».

Questa invece la relazione, stilata il 2 ottobre 1945, del parroco di Sambughè don Pellegrino Agnoletto: «Addì’ 28 Aprile alle ore 3 pomeridiane ebbe luogo nei pressi della chiesa uno scontro tra partigiani e tedeschi, tedeschi che erano qui di stanza per il servizio della contraerea. Nello scontro ci furono due feriti tedeschi che i partigiani portarono in canonica e di cui io parroco ebbi cura. Un’ora dopo sopraggiunse un rinforzo tedesco che cominciò una violenta sparatoria contro il campanile e contro la chiesa e contro la canonica. Il campanile fu colpito in più punti, e una campana, la mezzana, venne squarciata dalle pallottole partite da un canoncino da 35 mm.»[7].
Abbiamo infine una ricostruzione complessiva della giornata da parte di Angelo Grimaldo e Dino Vecchiato:
«A Sambughè i tedeschi avevano installato in un vicolo della zona delle Fiandre una piazzola di artiglieria contraerea per contrastare i caccia alleati lungo la ferrovia. […] Il giorno 28 il comandante Golfetto e una decina di uomini, tra cui Ugo Tronchin e Cesare Michieletto, si avviarono tra i campi alla postazione e l’attaccarono con bombe a mano e colpi di moschetto, mentre i tedeschi tentavano di disincagliare un loro camion caduto in una scarpata presso la piazzola. I tedeschi risposero e chiesero rinforzi. Informati da una staffetta in bicicletta dell’arrivo dei rinforzi e sentendo arrivare camion e autoblinde dalla strada di Campocroce, i partigiani decisero di ritirarsi. I tedeschi, che avevano già deciso di sgomberare la piazzola, lasciarono il camion impantanato con due soldati di guardia. Uno dei due fuggì, l’altro, ferito dai partigiani, fu ricoverato dal parroco dentro il campanile. I tedeschi ritornati in forze spararono con le mitragliatrici e colpirono un civile, Ercole Vettorazzo, che si aggirava lì per caso, nonché la campana mezzana. Volevano incendiare il paese, ma don Agnoletto  riuscì a dissuaderli consegnando il ferito salvato; e quelli se ne andarono definitivamente».
In altre parole, furono lasciati sul posto non solo i cannoni contraerei, ma anche un camion "impantanato". Proseguendo nella loro ricostruzione Grimaldo e Vecchiato ricordano poi come il parroco don Agnoletto in una lettera al Comune del novembre 1945 definì il giorno degli scontri per la contraerea «giornata di passione, giornata di puro partigianismo, giornata di gloria», proponendo di sostituire il vecchio nome della piazza con Piazza 28 Aprile, a ricordo «del fatto più saliente di Sambughè di questo tempo e d’altri tempi». Il parroco farà poi incidere sulla campana colpita e rifusa la seguente iscrizione: «Teutonica rabies diruit 28.4.1945, pietas fidelium restituit 25.12.1945»[8].

Note


[1] Ballista, Ali sulla Marca, pp. 84-85. Lo stesso autore quantifica in otto mitragliamenti e dodici bombardamenti più o meno pesanti l’attività degli aerei alleati su Treviso nel 1945, con nove reazioni delle contraeree tedesche. In particolare il 15 gennaio ci furono ripetuti mitragliamenti (sempre sotto tiro contraereo) del bivio Motta e un bombardamento della stazione centrale e della linea ferroviaria presso la segheria Miani (verso l’Eden) e il 13 marzo ci fu «un pesante bombardamento serale, previa grande illuminazione, sulla parte nord-orientale e sud-orientale della città da parte di quadrimotori B24 sotto forte tiro antiaereo».
Complessivamente nel corso dei 21 mitragliamenti e 35 bombardamenti subiti da Treviso nel 1944-1945 persero la vita (fra la sola popolazione civile) circa 1600 persone, e 350 furono i feriti gravi. (Pozzobon - Rizzi, p. 53).
Gran parte delle vittime vanno ascritte al primo devastante bombardamento del 7 aprile 1944, che provocò la protesta anche del Cln. (Obiettivo Venerdì Santo..., p. 25)
[2] Saonara, p. 202 - radiomessaggio n. 136 (580 progressivo).
[3] Idem, p. 200.
[4] Numero che, in attesa di ulteriori fonti, pare francamente esagerato, viste le poche e malandate armi a disposizione; oltretutto non si capisce come - nella concitazione del momento - sia stata possibile una conta cosi precisa.
[5] Diari storici…, pp. 424-425.
[6] Aistresco, b. 7, fondo Caporizzi, fasc. Divisione Sabatucci, sf. Brigata Negrin - [ID 90, n. invent. 007]. Il battaglione aveva preso il nome di Mirando Favaretto, di San Lazzaro, ucciso dalla brigate nere nel novembre del 1944.
[7] Cronistorie…, p. 1545.
[8] Grimaldo e Vecchiato, Preganziol… , pp. 123-124.