venerdì 13 marzo 2020

Zapparè di Trevignano, 21/22 marzo 1945: la battaglia fra partigiani e tedeschi, l'eccidio nazista di dieci civili (i "Dieci Martiri"), la memoria

Zapparè di Trevignano: il campo di battaglia

"La battaglia di Trevignano (TV)"
Zapparè di Trevignano TV, 21-22 marzo 1945, il campo della battaglia fra partigiani e tedeschi.
(Da “Trevignano 1945, I fatti della Liberazione, Comune di Trevignano”, 2005)


La ricostruzione della battaglia fra partigiani e tedeschi
e dell'eccidio dei dieci civili
nel libro del comune di Trevignano.

[Martedì] 20 marzo 1945
La sera, alle ore 18 circa, nella parte sud del borgo di Zapparè erano arrivati una ventina di partigiani della brigata “Wladimiro Paoli” e si erano insediati nelle case dei Durigon e dei Durante nonostante questi esprimessero forti preoccupazioni per eventuali rappresaglie tedesche che non avrebbero risparmiato né donne né bambini.
21 marzo 1945
È una bellissima giornata di primavera. In visita ai Durante arriva Savina Vettoretto, sorella di Rosa ed Elsa, sposate rispettivamente con Girolamo e Piero Durante, entrambi figli di Angelo. Costei manifesta alle sorelle le sue preoccupazioni perché in casa ci sono dei partigiani. Questi, con grave leggerezza o eccessiva fiducia, lasciano tornare a casa la donna, a Caselle d’Altivole. Appena arrivata a casa , essa comunica la terribile notizia al marito, Angelo Aggio, il quale subito si impegna per far allontanare dalla borgata i partigiani. Così la stessa mattina di mercoledì, verso le 10,30 si reca a Montebelluna per incontrare il commissario prefettizio, Giuseppe Vergani. Non avendolo trovato, determinato nella sua decisione, verso le 11.00 si dirige verso Villa Morassutti, dove si trova il comando tedesco di tutta la zona. Durante il tragitto, incontra prima Narciso Rossi, anche lui di Caselle d’Altivole, poi Tarquinio Gobbetti; i tre vanno insieme alla villa per denunciare il fatto della presenza dei partigiani nella borgata di Zapparè.
Dal comandante tedesco entra Aggio per primo: a lui infatti spetta il premio della delazione, tremila lire e pochi chili di sale. Lo segue il Gobbetti, quindi il Rossi, come afferma il teste Pozzobon[1].
Così, verso sera, alle 18,30 circa, i partigiani vengono sorpresi mentre si preparano per lasciare le case durante la notte. Incomincia uno scontro furibondo e infernale, con morti e feriti da ambo le parti: due i partigiani uccisi, Ugo Bottacin (Bocia) di appena 17 anni e il carabiniere Felice Franceschetti (Checo), tre quelli feriti, fra cui il comandante Attilio Scardala[2]; uno o due i tedeschi morti e cinque i feriti di cui uno molto grave[3].
Ma soprattutto, dopo aver incendiato alcune abitazioni della borgata, i tedeschi, per rappresaglia, catturano undici uomini di Zapparè, alcuni giovanissimi, e li conducono al carcere di Montebelluna. Con loro vengono catturati anche due partigiani di Montebelluna, Augusto Merlo e Leo D'Andrea i quali, seppure disarmati, si erano recati a Zapparè per sorvegliare gli avvenimenti e dare sostegno ai loro compagni.
22 marzo 1945
Gli scontri e i combattimenti durano 5 o 6 ore e, mentre la luna tramonta, circa alle 2,30 del mattino del 22 marzo, tutto è finito.
Mentre le case stanno ancora bruciando, prima delle sette del mattino, si sentono molto lontano, verso Montebelluna due raffiche di mitra. Tutti hanno il triste presentimento della morte dei 10 Martiri. Il dramma è compiuto:
Presso il muro di cinta del campo sportivo giacciono a terra privi di vita:
Antonio Vettore Bordin fu Giovanni Battista di anni 62,
Ernesto Bordin fu Antonio di anni 25,
Pietro Antonio Bordin fu Pietro di anni 29,
Primo Durigon fu Francesco Domenico di anni 47,
Giuseppe Durigon fu Francesco di anni 41,
Girolamo Durante di Angelo di anni 31,
Pietro Durante di Angelo di anni 29,
Lorenzo Durante fu Giobatta di anni 27,
Gottardo Francesco Semenzin fu Giovanni di anni 52, 
Bruno Semenzin di Gottardo Francesco di anni 22.
I due partigiani di Montebelluna, Merlo e D’Andrea, ed il più giovane dei prigionieri di Zapparè, Avellino Tarcisio Durigon, detto “Marcioro”, vengono liberati. […].

Note

[1] Dibattimento del processo di Treviso. Con sentenza di primo grado (Treviso, 23.8.1945) i tre furono condannati “alla pena di morte mediante fucilazione alla schiena”. La sentenza a carico del Rossi fu eseguita il 15.4.1946. Aggio e Gobbetti, condannati in appello rispettivamente a 20 e 14 anni di carcere, torneranno in libertà, grazie alla cosiddetta “amnistia Togliatti”, il 23.10.1948.
[2] Due di loro otterranno la medaglia d’argento al valor militare; a Franceschetti, meritevole dello stesso riconoscimento, non venne assegnata forse perché non gli sopravvissero i famigliari.
[3] Non si è a conoscenza dei nomi, né del numero preciso dei tedeschi morti nello scontro. I dati riferiti dai testimoni italiani sono anch’essi discordi. Forse il numero dei martiri si giustifica con la perdita di un solo tedesco.»
Trevignano 1945, I fatti della Liberazione… , pp. 17-18.
Autore del testo e delle note: Ernesto Danieli


3 aprile 1945 - Relazione del comandante dei partigiani Attilio Scardala (Ugo Marino)


"Battaglia di Trevignano" (TV), 21/22 marzo 1945.  - 
Relazione molto dettagliata in cui Attilio Scardala "Ugo Marino", per la verità, propone
un numero di caduti tedeschi al di fuori di ogni riscontro*.
Tuttavia, facendo la tara a uno stile epico difficilmente evitabile per chi era stato protagonista
di uno scontro così impegnativo e restando alla sostanza, la relazione del comandante partigiano 
ricostruisce in maniera credibile le varie fasi della "battaglia di Trevignano-Zapparè":
1 - l'avvicinamento a sorpresa dei tedeschi in un posto così sperduto;
2 - la decisione/necessità di accettare lo scontro;
3 - la scelta di dividere in tre gruppi le esigue forze disponibili (18 uomini)
con un gruppo - comprendente il comandante Scardala e altri quattro partigiani -
che resta sul posto per proteggere la ritirata degli altri due, pagando un prezzo molto alto:
la morte di Bottacin e Franceschetti e il ferimento dello stesso comandante. 
Un tipo di scontro di intensità e durata tale che non ha paragone
con altri episodi della guerriglia nella pianura trevigiana.
Al riguardo, Fausto Schiavetto che per primo ha pubblicato la relazione
originale di Scardala/Marino (doc. 11, pp. 139-149 del suo volume del 1997), così scrive: 
Il «violento, epico scontro di Trevignano [nel] rapporto del comandante della 'Wladimiro",
[...] , scritto pochi giorni dopo i fatti, è una delle più vivide rievocazioni
degli scontri tra partigiani e nazifascisti che abbia mai ritrovato.
È da ribadire qui che quasi nulla della storia concreta della Resistenza è stato ricostruito
e che gli accadimenti reali degli scontri di guerriglia, che pure ebbero la loro importanza
nella storia militare della guerra, sono stati seppelliti sotto tonnellate di retorica.
Il perché è immediatamente intuibile e sarebbe facilmente dimostrabile:
la narrazione nuda e cruda dei singoli episodi avrebbe una carica, ancor oggi, troppo sovversiva.
Paradossalmente si ritrova più verità nell'opera antipartigiana di Antonio Serena
che in tanta, a volte francamente insopportabile, fumisteria retorica resistenziale».
- - - -
* Riguardo all'esagerato numero di tedeschi uccisi riportato in questa e in altre ricostruzioni partigiane,
si vedano le considerazioni di Claudio Pavone alle pp. 320-321 di Una guerra civile...

Trascrizione integrale
Zona di operazione 3 / 4 / 945

Relazione dell’azione militare del 21 / 3 / 945

Verso le ore 18.15 del giorno 21/3/945 veniva segnalata, ad una distanza di 70 metri circa, una pattuglia di SS tedesca che si avvicinava in formazione di combattimento al nostro accantonamento nella zona di Trevignano.
Tutti i presenti accorrevano alle armi ed aprivano il fuoco contro gli aggressori che battevano le nostre posizioni con una mitragliera da 20 m/m, fucili mitragliatori, mitragliatrici “elettrica”, pistole “mascin” e fucili “mauser”.
In questo primo momento due elementi di una squadra (Bruna e Rio) raggiungevano il grosso della squadra, aprendosi il passaggio a fianco della prima pattuglia di SS. In questa azione Rio scaricava un caricatore di pistola “mascin” contro la suddetta pattuglia (erano circa 12) e tutti cadevano a terra , colpiti più o meno gravemente. I tedeschi sospendevano all’istante il fuoco. Raggiunto il grosso delle squadre partigiane informavano che gli attaccanti non erano molti. Il comandante dava ordine di prendere posizione per aprire un varco, quindi raggiungeva il piano superiore della casa per rendersi conto delle forze attaccanti dal lato Nord. Da detto lato un primo pattuglione di nemici avanzava a gruppi di 5 o 6 persone; si poteva valutare ad una forza complessiva di circa 70 uomini.
Contro questo pattuglione veniva aperto il fuoco per obbligarli a rallentare l’avanzata.
In questa azione agivano Ugo e Dardo colpendo sicuri 3 nemici e molti altri probabili feriti. Subito dopo Dardo prendeva il comando di un gruppo per cercare di aprire un varco nell’accerchiamento, mentre Bocia, Michele, Billi, Ugo e Checco rimangono nell’accampamento per coprire le spalle al gruppo uscente.
Nel frattempo un primo gruppo era riuscito a forzare l’accerchiamento e a mettersi fuori raggio d’azione. In questa azione il primo gruppo uscente, composto da Fuego, Dere, Armando e S. (Armando e S. disarmati) venivano rincorsi da 3 nemici contro i quali Fuego scaricava un caricatore facendoli stramazzare a terra tutti e tre.
Dall’uscire dell’accantonamento Dardo incontrava una pattuglia di nemici dei quali i primi due battevano la facciata della casa. Dardo apriva il fuoco e i due cadevano a terra . Dopodiché la pattuglia usciva battuta da armi leggere. La pattuglia era composta da Dardo, Bruna, Bomba,  Elio, Pedro, Friz, Rio, Cocco e Topolino. La pattuglia, uscendo, trovava in piedi allo scoperto, Ivan, con il fucile mitragliatore “Breda” con infilati alla canna 9 caricatori, che sparava contro gli avanzanti dal lato sinistro della formazione nemica. Contro l’ala sinistra nemica composta da gruppi di 3 o 4 persone. Ivan, in piedi, scaricava 5 caricatori da 20  colpi seminando la strage ed aprendo il varco.
La pattuglia di Dardo intanto ripiegava e nel ripiegamento si attardava Pedro che veniva inseguito da due nemici. Pedro che per la sua costituzione fisica non poteva correre, accortosi si voltava, si inginocchiava e con due pistole apriva il fuoco abbattendo i due inseguitori. Quindi si ricongiungeva alla pattuglia che si sganciava. Durante lo sganciamento della pattuglia di Dardo le forze nemiche riuscivano a circondare la casa e muovevano decisamente all’attacco.
Billi, Checco e Michele erano nella stalla, Ugo ai piedi della gradinata e il Bocia sopra la gradinata per impedire che qualche nemico tentasse l’assalto dalle finestre superiori per colpire alle spalle.
Un nemico si presentava davanti e veniva atterrato da Ugo con una raffica. Intanto Billi e Checco mettevano in funzione il “Bren” e venivano scaricati alcuni caricatori in direzione dei pagliai. Seguiva un lancio di bombe a mano da parte dei nemici ed uno più ardito degli altri riusciva a piazzarsi a quattro metri dietro una colonna. Ugo avvisava Billi e il nemico era spacciato da una raffica di Billi.
Visto che l’assalto non riusciva, i nemici si ritirarono e fecero sgomberare i civili. A questo punto Billi ritenne opportuno salire nel fienile. Avuto il fianco scoperto Ugo e Bocia ripiegarono in stalla e quindi nel fienile, trasportando il “Bren” e le munizioni. Seguì un lungo silenzio, silenzio che fece supporre a Dardo che la pattuglia di Ugo fosse stata sopraffatta nell’aprirsi un varco e che determinò lo sganciamento dell’intera pattuglia.
I tedeschi, in questo lungo periodo di silenzio, mandarono i contadini a liberare le stalle e a vedere dove erano rifugiati i partigiani. La pattuglia attese con calma e sentì distintamente le proposte di resa. Nel frattempo venivano incendiate le tre case e i pagliai. Ma, appena i civili furono allontanati, due nemici si avvicinarono alla stalla con l’intento di lanciare bombe a mano nel fienile. I due venivano atterrati, uno da Billi e uno da Ugo. Una Sipe, sganciata, non esplose, ma provocava lo stesso la fuga dei restanti nemici. Intanto il fuoco compieva la sua opera distruttrice illuminando l’area circostante a giorno. Impossibile tentare un’uscita.
La battaglia attese, i nemici di tanto in tanto aprivano il fuoco per provare la reazione, ma rispondeva solo il silenzio. Intanto le ore passavano, verso le 22,30 una grande esplosione fece supporre che le case erano minate con mine a fuoco. Se così era, sarebbe stato difficile resistere a lungo.
Il fuoco continuava e alle 23,30 circa un’altra grande esplosione fece confermare la supposizione. La situazione diventava critica. Dietro ai calcoli fatti, il fuoco non poteva raggiungere gli assediati che verso le 4 del mattino, ma erano le mine che spaventavano. Una consultazione alla luna. La luna doveva tramontare verso le ore 3 circa; per allora i fuochi dei pagliai molto probabilmente saranno spenti e i fuochi delle case alquanto smorzati. Bisognava attendere quell’ora per tentare l’accerchiamento. Intanto sopraggiungeva Pippo, l’apparecchio notturno. Allora veniva messo in funzione il “Bren”, nella speranza di  avere una reazione, essere avvisati dall’apparecchio, provocare uno spezzonamento e quindi tentare il forzamento. Ma tutto ciò fu inutile. L’apparecchio girò sopra e poi se ne andò.
All’una e mezzo circa, altra grande esplosione che fece tremare ancora più forte la casa. Questa volta l’ipotesi delle mine venne scartata. Fu netta l’impressione che il colpo fosse di un mortaio tipo 81 m/m. Allora fu deciso di abbandonare il fienile e scendere nella stalla, per essere protetti dalla suoletta di cemento armato (contro i colpi del presunto mortaio). Ugo scese per ispezionare la stalla e quindi scesero gli altri. Montarono quindi di vedetta alle finestre Billi da una parte ed Ugo dall'altra.
Verso le ore 2 un tedesco si avvicinò ad un finestrino posteriore , accese della paglia, la buttò dentro ed affacciò la testa. Ugo lo liquidò subito. Due altri tedeschi vennero carponi e lo portarono via. Impossibile agire contro questi. Billi spense il fuoco. Ugo si rimise di vedetta. Dopo un po’ un lampo ed una assordante esplosione. Ugo si ritrasse con la testa coperta di calcinacci, la vista annebbiata e quasi sordo.
Passò altro tempo e fu notato nella parete un grande squarcio. Le supposte mine non erano che colpi di “Panzerfaust” Pugno corazzato. Vengono le 3,30 Ugo sta un po’ meglio. Michele, ferito leggermente al braccio, è pronto. Tutti sono disposti ad uscire dato che la luna è scesa e i fuochi non rischiarano molto. Ugo scavalca il finestrino posteriore, attraversa la strada, raggiunge il fosso. La prima fase riesce.
In un baleno tutti sono nel fosso. Viene attraversato e si incomincia ad avanzare carponi verso le sentinelle tedesche che ormai distano poco più di 100 metri. Avanti ancora, Billi da una parte, Ugo e Michele dall’altra, seguiti da Bocia e Checco. A cinquanta metri dalle sentinelle vengono avvistati. Il piano è: - Avanzare in profondità verso le sentinelle, aprire il fuoco e piegare a destra, dietro una casa che brucia in modo di tagliare la sorveglianza lateralmente.
Dopo la segnalazione delle sentinelle trascorrono alcuni minuti, poi gruppi di 5 o 6 persone si vedono in movimento, ad una distanza di una trentina di metri, sul fianco sinistro della pattuglia partigiana. Da parte nostra viene aperto il fuoco; alcuni cadono, altri rimangono in piedi. I nemici lanciano un razzo, quindi i proiettili incominciano a passare sopra le teste dei partigiani. Il Bocia è colpito subito verso la spalla destra, si contorce si lagna. Viene il buio, uno scatto in piedi di Billi, Michele, Bocia e Checco, uno spostamento raso terra di Ugo quindi si apre ancora il fuoco. Altro razzo, il Bocia è a terra, gli altri non si vedono. Ugo è a terra a fianco del Bocia, tenta di rianimarlo, ma questi serenamente risponde: “Salveve voialtri, mi ormai son morto”. Segue una scarica di armi automatiche, una delle due mitragliatrici “elettrica”, quella di testa, tace. Il gruppo partigiano è accompagnato solo dagli attaccanti del lato sinistro.
Billi e Michele hanno scaricato i loro caricatori contro i gruppi di testa e tre gruppi sono resi al silenzio. Altro razzo, poi buio; Billi e Michele uniti sono fuori tiro, Ugo solo ha ancora uno spazio per essere fuori tiro.
Un altro colpo di fucile, poi un fosso, una strada e quindi i campi.


Riassunto

Partigiani : 18
Armamento: 4 mitra, 2 mitragliatori, 1 pistola “mascin”, 1 fucile mauser il resto sten, 1 carabina.
Perdite
2 Partigiani dispersi
2 mitragliatori - 2 mitra - 4 sten - 1 fucile
Perdite del nemico
Secondo voci 58 morti e vari feriti
Secondo calcoli fatti da noi 50 e forse più le perdite del nemico tra morti e feriti.


[Per] Il Commissario Barba                  Il Comandante Marino






I partigiani che parteciparono alla “battaglia di Trevignano”

Dalla relazione del comandante Scardala, dalla ricerca di Schiavetto, dalle Carte di Bruna Fregonese e dalle domande di iscrizione all’Anpi, si ricavano i nomi di tredici dei diciotto partigiani presenti allo scontro, tutti appartenenti alla brigata Wladimiro.

Ugo Bottacin Bocia e Felice Franceschetti, Checo : i due caduti.
Attilio Scardala, il comandante Ugo Marino, di Giacinto e Zilli Caterina, nato a Carsoli (AQ) il 27.4.1919, residente a Treviso in via S. Antonino 19, perito elettromeccanico, sottotenente di complemento del Genio Pontieri.
Enrico Chiarin Bruna: capo di S. M. della ** brigata Wladimiro.
Silvio e Luciano Fantin, i fratelli Dardo e Fuego, di Aldo (vetturino) e Maria Carretta (diplomata maestra elementare), residenti a S. Antonino in via Fornaci 5.



In primo piano Attilio Scardala e Silvio Fantin ''Dardo''.
In seconda fila, con nome manoscritto, Luciano Bottacin.
Domenica 6 maggio 1945: partenza dei partigiani della Wladimiro 
dalla stazione di Treviso. Sfilata per la consegna armi agli Alleati, in ''Piazza d'Armi'' 
a S. Maria del Rovere. (Da Treviso nella Resistenza di M. Altarui)

Luciano Bottacin Friz: fratello di Ugo, figlio di Giovanni, tranviere, e di Ester Ronchi, nato a Roche-lez-Beaupré presso Besançon l’11.1.1926, residente a Treviso in via Dogali 4.
Luigi Bonan Billi.
Guido Nobile Bedulino.
Orfeo Ungarello Ivan , figlio di Desiderio detto Ascaro, nato a Treviso il 17 aprile 1926 e residente a Casier, ucciso in un’imboscata nella zona di S. Andrea di Riul (Biancade) due giorni più tardi, il 24 marzo 1945.
Giannetto Zanon Pedro.
Cattarin Primo Bomba, di Luigi e Maria Gatto, nato il 22.10.1924 a Casale sul Sile dove risiedeva in via Marconi, 3. elementare, fornaio.
Giuseppe Voltarel, Treviso, cameriere.
"Un tedesco", Rio, passato ai partigiani.
Sono inoltre citati nella relazione di Scardala i seguenti nomi di battaglia non individuati: Armando, Cocco, Dere, Elio, Michele, Topolino. Un partigiano è ricordato con la sola iniziale S.
I presenti a Trevignano arriverebbero così al  numero di 21, ma nel riassunto della relazione - scritta dodici giorni dopo lo scontro - Scardala afferma che erano 18. È quindi del tutto probabile che ci sia una sovrapposizione dei "nomi di battaglia".

Il tedesco Rio sarebbe stato ucciso pochi giorni più tardi assieme ad altri due compagni di lotta - secondo Scardala - da una squadra di partigiani fuori controllo capeggiata da un certo Balilla di Spresiano (Bizzi, La Resistenza nel Trevigiano, 8, p. 141).
Secondo Luciano Bottacin la morte di Rio e del partigiano Topolino avvennero invece per opera delle brigate nere «che nei giorni successivi andavano per le case spacciandosi per partigiani chiedendo dove fossero i “compagni” feriti». (I dieci martiri di Zapparè, p. 114).

I partigiani decorati (entrambi con medaglia d'argento al V. M.)

Ugo Bottacin - Decr. 2 febbraio 1952 - G. U. 35/1953
Attilio Scardala - Decr. 9 aprile 1949 - G. U. 222/1949
(I Trevigiani e Treviso nella guerra di liberazione nazionale 1943-1945,
I decorati al valor militare...)

**
Sull’origine del nome della Brigata Wladimiro, così scrive 




3 aprile 1945 - Informativa della G.N.R. di Montebelluna sulla battaglia e l'eccidio di Zapparè


Eccidio nazista di Zapparè (Trevignano TV) - 
Relazione della G.N.R. di Montebelluna sul conflitto a fuoco fra partigiani e tedeschi
e sull'eccidio da parte dei tedeschi di dieci civili di Zapparè di Trevignano TV (21/22 marzo 1945).
(Archivio Istresco, ID 184, n. inv. 015, fondo RSI,  fasc. "Raccolta notizie sull'attività ribellistica 
per la relazione mensile - S/14" - sf. "Relazioni GNR febbraio-marzo 1945")

Trascrizione

622° Comando Provinciale della G.N.R. di Treviso
Compagnia Terr. Fucilieri - 1° Plotone

n° 30/1 di Prot.                                                      Montebelluna, lì 3 aprile 1945 (XXIII°)
OGGETTO: Conflitto a fuoco tra partigiani e reparto militare tedesco

COMANDO GENERALE DELLA G.N.R = SERVIZIO ISTITUTO =                   P.D.C 707
COMANDO GENERALE DELLA G.N.R = SERVIZIO POLITICO =                   P.D.C 707
ISPETTORATO REGIONALE VENETO DELLA G.N.R.                                   VERONA
CAPO DELLA PROVINCIA DI                                                                          TREVISO
622° COMANDO PROVINCIALE DELLA G.N.R                                                P.D.C. 845
29° COMANDO MILITARE PROVINCIALE                                                     P.D.C. 845
COMANDO COMPAGNIA TERR. FUCILIERI G.N.R                                           P.D.C. 845
ORTSKOMMANDANTUR DI                                                                       MONTEBELLUNA


Sera del 21 marzo decorso in località Zapparè del comune di Trevignano (Treviso) banda di 23 partigiani armati mitra=pistole=bombe a mano et fucile mitragliatore inglese che sera precedente, mediante minaccia armi era stato ospitato da tre famiglie di un caseggiato suddetta località venne in conflitto con un reparto truppa tedesca colà recatosi per la loro cattura punto
Durante conflitto, durato circa 5 ore, rimanevano uccisi due partigiani mentre gli altri si dileguarono abbandonando armi et munizioni punto
Da parte tedesca rimanevano uccisi =un maresciallo= un soldato e 5 feriti di cui uno gravemente punto
Detto reparto che aveva intanto incendiato gran parte caseggiato arrestò dieci uomini proprietari del caseggiato che nelle prime ore del mattino del 22, ritenuti favoreggiatori, vennero passati per le armi al locale campo sportivo punto
Sul cadavere di uno dei partigiani rimasto ucciso furono trovati documenti di appartenenza alla Brigata d’Assalto “Garibaldi” et notevole somma denaro nonché vari assegni bancari punto
Autorità giudiziaria informata punto

Il tenente comandante
(Accomando Vincenzo)



* * *

Il 21 marzo 1945 - “Cronistoria” del parroco di Trevignano don Floriano Mazzarolo

Battaglia di Trevignano - Zapparè -  
La Cronistoria del parroco di Trevignano sullo scontro
fra partigiani e tedeschi e sull'eccidio tedesco
dei 10 contadini di Zapparè.
«Un gruppo di partigiani – Brigata Garibaldi – sostarono di passaggio in qualche casa del Borgo di Zapparè in Trevignano – tale presenza fu segnalata, a mezzo di una spia italiana, al Comando tedesco di Montebelluna, il quale preparò un’azione aggressiva e alle 6 circa della sera del giorno stesso circondò quelle case – i partigiani, sorpresi, risposero al fuoco e per tutta la notte durò il conflitto a base di mitragliamento, bombe a mano e mortai. Vi furono due morti da parte dei partigiani e dei feriti, nonché morti e feriti da parte dei tedeschi.
Le case dei parrocchiani di quel Borgo furono in parte incendiate e tutte  saccheggiate – donne e bambini accantonati fuori all’aperto e dieci uomini furono alle 2 dopo mezzanotte autostrasportati a Montebelluna nella già Casa del Fascio e verso le 7 del mattino del 22 marzo 1945 senza alcun interrogatorio, senza alcun processo, senza l’assistenza religiosa, condotti nell’adiacente campo sportivo in gruppi di 5 per volta e barbaramente mitragliati ed uccisi. Le salme furono alla sera chiuse in casse e deposte nel cimitero comunale di Montebelluna, senza la presenza di parenti perché ciò era vietato dal comando tedesco. Quel campo sportivo ha preso ora il nome di “stadio dei dieci martiri”».
(Cronistorie di guerra … 1939-1945 … , pp. 967-68. Data dello scritto: 27 giugno 1945)

* * * 
Il 28 novembre 1946 i fatti di Zapparè vengono ricordati nel giornale dei partigiani di Treviso "Patrioti della Marca" con un articolo dal titolo "Epopea della Storia Partigiana".
L'articolo, a firma di Gerardo (il comandante della Piazza partigiana di Treviso Ennio Caporizzi) ripropone "abbellendola" la relazione, datata 3 aprile 1945, di Attilio Scardala "Ugo Marino" comandante del reparto di partigiani del battaglione mobile "Wladimiro"che affrontarono lo scontro.

Nel secondo anniversario viene pubblicata una commemorazione dei partigiani Checo e Bocia
nel settimanale dell'Anpi di Treviso "La Nuova Strada"

Felice Franceschetti (Checo) e Ugo Bottacin (Bocia),
partigiani uccisi a Trevignano (TV) il 22.3.1945 in uno scontro con i tedeschi,
sono ricordati nel 2° anniversario dal settimanale dell'ANPI
di Treviso La Nuova Strada (20.3.1947).

E' evidente nell'articolo l'intento agiografico e propagandistico.
Se il numero di morti tedeschi che vi è riportato fosse vero ("oltre 80"), 
la rappresaglia sui civili sarebbe stata di gran lunga più feroce di quanto 
non lo sia stata comunque (10 civili del posto fucilati).
Va ricordato infatti come fin dal 17 settembre 1943, dopo l'uccisione
del primo partigiano trevigiano Giancarlo (Antonio) Brambullo, 
il comando tedesco di Treviso avesse emanato un'ordinanza in cui rendeva noto che 
la rappresaglia sarebbe stata di dieci italiani "scelti fra i prossimi congiunti del colpevole"
da passare per le armi "per ciascun soldato tedesco" ucciso.
Ordinanza che non risulta sia mai stata ritirata.


Copertina del libro edito nel 2005 
dal comune di Trevignano 
Un'accurata e documentata analisi sull'origine e sulla modalità dello scontro di Trevignano (TV), località Zapparè, avvenuto nella notte 21/22 marzo 1945 fra partigiani e tedeschi e il conseguente eccidio di dieci civili del luogo si può trovare nel volume "Trevignano 1945,  I fatti della Liberazione", edito dal comune di Trevignano nel 2005.

A questo volume ha fatto seguito nel 2018 un ulteriore approfondimento a cura di Primo Durigon e Tiziano Sovernigo con prefazione di Lucio De Bortoli, il quale mette in risalto la nefasta - e mai adeguatamente sottolineata - opera di delazione che portò alla scoperta dei partigiani [1].
«L'origine della strage nacque da una serie di delazioni dettate dall'ignoranza, dal fanatismo, non scevre dalla cupidigia, che seguirono, di bocca in bocca, un tragico percorso fino al famigerato comando delle SS insediato in Villa Morassutti a Montebelluna», ribadiscono Durigon e Sovernigo [2].
Primo Durigon, Tiziano Sovernigo
I dieci martiri di Zapparè,
ediz. Zanetti Montebelluna, 2018.

Il fatto d'arme, più spesso definito "battaglia" [3], vista l'intensità dello scontro, durò dalla sera del 21 marzo fin verso le 4 del giorno successivo. Alla fine restarono sul terreno fra i partigiani due morti (Ugo Bottacin e Felice Franceschetti) e tre o quattro feriti (Trevignano 1945 ..., pp. 24, 25) [4] e fra i tedeschi 2 morti e cinque feriti, di cui uno grave (Idem, p. 23) [5].
La rappresaglia tedesca fu feroce: dieci civili della borgata, rei di aver ospitato i partigiani, vennero fucilati al muro del campo sportivo di Montebelluna. Furono inoltre date alle fiamme sei case della borgata.
(Sentenza C.A.S. n. 63/45 del 23.8.1945, cfr. p. 119 di "I dieci martiri di Zapparè").

Note

[1] P. Durigon, T. Sovernigo, I dieci martiri di Zapparè... , pp. 8-9.
[2] Idem, p. 17
[3] Cfr. il discorso del parroco di Trevignano il 22 luglio 1945, in occasione della posa di una lapide - nell'atrio del municipio di Trevignano - in memoria dei dieci civili di Zapparè fucilati (Trevignano 1945 ... p. 57) e - per la memorialistica partigiana: "La battaglia di Trevignano" su I patrioti della Marca (settimanale dell'Anpi), 28.11.1946, Bruna Fregonese, Le Carte di Bruna, p. 68 e 91, intervista ad Attilio Scardala, (Bizzi, La Resistenza nel Trevigiano, 8, p. 144). Usano il temine battaglia e ne sottolineano la durezza anche due testimoni oculari:
«Intanto, la battaglia tra tedeschi e partigiani era diventata furibonda; si sparava da tutte le parti, le pallottole fischiavano paurosamente». (Trevignano 1945, I fatti della Liberazione, pp. 69-70, Gino Durigon di Giuseppe)
«Iniziò il finimondo … la sparatoria fu subito intensa … i partigiani presero le armi e dalle finestre delle case risposero al fuoco. Fuoco che arrivava da nord, da est e da ovest, di intensità maggiore era proprio quello che proveniva da quest’ultima direzione, mitragliatrici e mortai … La battaglia proseguì ancora qualche ora con piccoli intervalli di calma ... Nonostante il fuoco dei partigiani ormai inesistente i tedeschi non si fidavano ad entrare nelle abitazioni». (Idem, pp. 79-80, Ugo Durigon di Primo)
[4] I partigiani feriti (che per Bruna Fregonese furono due: "Bel" e "il Russo") vennero trasportati a Treviso con la cavalla bianca e la carrozza del vetturino Fantin di Sant'Antonino, padre dei fratelli partigiani Silvio "Dardo" - comandante della brigata Wladimiro Paoli [Aistresco, b 10, ID 126 "Organico delle Brigate del Mandamento di Treviso"] - e Luciano "Fuego". Per la precisione furono condotti in zona Ca' Foncello nella casa dei gemelli Vanin (Corrado e Vettore, entrambi della brigata Bavaresco, e il primo - col nome di battaglia "Sparviero" - suo comandante). A  curare i due feriti fu la mamma dei Vanin, Corona. (Le carte di Bruna, pp. 68-69).
In realtà i partigiani feriti furono di più, compreso il loro comandante Attilio Scardala "Ugo Marino". Inoltre, secondo una testimonianza resa il 29 gennaio 2005 da Luciano Bottacin (Durigon, Sovernigo, 2018, pp. 111-114), nel corso dei rastrellamenti delle brigate nere che i giorni successivi setacciarono le campagne nei dintorni spacciandosi per partigiani, vennero catturati e uccisi altri due patrioti feriti nella notte di Zapparè e nascosti in zona, in case di contadini. Di essi si conoscono solo i nomi di battaglia: "Rio" un sottufficiale tedesco passato ai partigiani e sul quale pendeva un grossa taglia, e "Topolino" (Durigon - Sovernigo, cit. p. 114). Sull'uccisione di questi uomini la versione del comandante Scardala è diversa: sarebbero stati uccisi da partigiani incontrollabili, una squadra di Spresiano comandata da "Balilla": «Costui era un ragazzo di ferro, tremendo. Non riceveva ordini da nessuno». (Bizzi, cit., p. 143 - Testimonianza dell'8 novembre 1975)
Riguardo alla ferita del comandante (rimasto sordo a causa dello scoppio di un proiettile a distanza ravvicinata) e alla sua cura e guarigione, così la ricorda Scardala nell'intervista a Ives Bizzi: «La cara amica Fantin è venuta con il marito che aveva una carrozza di servizio piazza. Mi hanno preso e mi hanno portato nella zona di Dionisio Maschio [Monastier] e lì sono venuti i medici a curarmi. E' venuto l'otorinolaringoiatra Zuccardi Merli, noto antifascista di Treviso e nostro simpatizzante, il quale, quando mi ha visto, mi ha abbracciato». (Bizzi, cit., p. 149)
[5] Sul numero di morti tedeschi, Federico Maistrello nella sua scheda dell'Atlante delle stragi naziste [episodio di Montebelluna, 22.3.1945], propende per un morto oltre a un numero indefinito di feriti.
Sui fatti di Trevignano, con un'impostazione decisamente antipartigiana, cfr. Antonio Serena, I Fantasmi del Cansiglio, pp. 89-100.


                                                      


La memoria della battaglia e dell'eccidio dei Dieci Martiri di Zapparè

Testimonianze sulla fucilazione dei dieci civili: 
«Quella mattina, mio padre che lavorava dai concimi e che passava per l'attuale via Sansovino, una stradina a quel tempo, venne fermato dai tedeschi e fatto entrare nel campo sportivo. Questo è ciò che vide.
I primi cinque innocenti erano già a terra, senza vita. Gli altri cinque, provenendo da nord, urlavano e piangevano. Erano padri e figli e si tennero abbracciati mentre la mitraglia li falciava. Non avrebbe mai dimenticato quella scena e quelle urla».
(Testimonianza della signora I. B., classe 1934, riportata il 19 aprile 2015 nella pagina Facebook
di Lucio De Bortoli  Montebelluna Storia e Territorio - debortoliluciostoria )
La fucilazione in due gruppi dei civili di Zapparè è confermata anche dalla testimonianza di Marcello Bonetto (I dieci martiri ... , cit., pp. 5-6) e dal parroco di Trevignano (Idem, p. 59).

Una lapide storicamente corretta


Dieci martiri eccidio Zapparè: la battaglia fra partigiani e nazisti e l'eccidio nazista, 21/22 marzo 1945 -  
Lapide che ricostruisce con sintetica precisione i fatti che portarono alla fucilazione dei dieci civili
di Zapparè posta nel 2004 dal comune di Montebelluna nel luogo della loro uccisione,
a fianco delle altre due con i nomi degli uccisi.
(Largo Dieci Martiri, muro a est della biblioteca comunale).
Si tratta dell'unico accenno su luogo pubblico alla battaglia ("durissimo scontro a fuoco
con una formazione partigiana") che precedette l'esecuzione dei civili.
Testo : «La sera del 21 marzo 1945 dopo un / durissimo scontro a fuoco con /
una formazione partigiana a /Zapparè di Trevignano un reparto /
militare tedesco d'occupazione / scatenò un'efferata rappresaglia /
che portò all'arresto di dieci / persone e all'incendio delle loro / case alle prime ore del mattino /
del 22 marzo i dieci civili innocenti / vennero portati in questo luogo e / fucilati /
i dieci martiri della nostra / memoria sono in noi.
Città di Montebelluna / 2004».

Un cartello con due “ma” di troppo


Dieci martiri eccidio nazista di Zapparè - 
Cartello dell'Agritour dei Cavedin posto a fianco del monumento ai X Martiri
dal comune di Trevignano TV.

Testo «Durante la seconda guerra mondiale le truppe tedesche avevano vietato 
agli abitanti di dare asilo ai partigiani minacciando rappresaglie sulla popolazione, 
ma nel 1945 un gruppo di partigiani si rifugiò in alcune case contadine

della borgata di Zapparè. I tedeschi, scoperto il fatto 
[grazie alla delazione di fascisti locali  ... omesso ]  

circondarono la zona, ma i partigiani riuscirono a fuggire 
[lasciando sul terreno due morti ... omesso ]

La rappresaglia fu spietata: dopo lo scontro, la notte tra il 21 e il 22 marzo
furono incendiate alcune case di Zapparè

e vennero arrestati dieci uomini tra le famiglie sospettate di aver collaborato con i partigiani. 
Condotti a Montebelluna, nel campo sportivo della città, i dieci uomini vennero fucilati. [...] ».
Traducendo: quello che una persona comune, priva di una personale conoscenza dei fatti, 
comprende dalla lettura del cartello è che i partigiani,
non solo disobbedirono
 all'ordine dei tedeschi

entrando nelle case dei contadini, ma dopo essere stati circondati 
riuscirono a scappare lasciando

i civili in balia della "teutonica barbarie".
E sì che di materiale per informarsi, gli autori del cartello, ne avrebbero trovato in abbondanza 
nei due libri sopra citati. (Foto: 1 agosto 2019)

Questa rappresentazione dei fatti (approssimativa e incompleta) si legge, non a caso, anche nell'articolo pubblicato nel quotidiano online oggiTreviso il 25 marzo 2019. (Evidentemente l'autrice si è recata in loco, limitandosi a leggere il cartello di cui sopra e a parlare con qualcuno dei presenti).

«I dieci civili fucilati [...] furono strappati alle loro famiglie perché nella piccola borgata qualcuno ebbe l’ardire di ospitare dei partigiani. "Per ogni tedesco ucciso dieci uomini italiani fucilati!": era l’ammonimento alla popolazione a cui era stato vietato di dare rifugio ai partigiani.
A Zapparè però alcune famiglie avevano accolto alcuni giovani impegnati nella lotta di liberazione e la cosa trapelò da una spia fascista. Nel tentativo di catturare i partigiani ci fu un conflitto a fuoco ma i ragazzi, riuscirono a mettersi in salvo. La reazione nazi-fascista fu terribile, diverse case vennero date alle fiamme e dieci civili vennero arrestati e poi fucilati senza processo».
I morti partigiani? Assenti ... "i ragazzi riuscirono a mettersi in salvo"...
E che dire della breve rievocazione dell'episodio riportata il 18.3.2018 nel sito web locale La Voce di Trevignano (redatto da persone che essendo del luogo dovrebbero conoscere bene come si sono svolti i fatti), sotto il titolo Eccidio X Martiri di Zapparè. Oggi la commemorazione? Tra un profluvio di labari e bandiere compare questo testo:
«Correva il 22 marzo 1945 e dieci civili del borgo Zapparè di Trevignano furono presi prigionieri e poi uccisi dai tedeschi a Montebelluna, dove ora si trova la biblioteca comunale. Oggi la commemorazione dei fatti. Presenti il sindaco di Trevignano e quello di Montebelluna, rappresentanti della Protezione Civile, Carabinieri, Paracadutisti e Alpini».
E la resistenza contro nazisti occupanti e fascisti loro alleati? E la battaglia? E i morti partigiani? Assenti.

La battaglia fra partigiani e nazisti e l'eccidio nazista dei dieci civili di Zapparè 
(21.22 marzo 1945) sul sito web La Voce di Trevignano del 18.3.2018.

D'altronde il 1° agosto 2019, chiedendo personalmente come si fossero svolti i fatti a un sessantacinquenne del posto (non un testimone diretto, quindi, ma un uomo che ha fatto propria una ricostruzione mille volte sentita ripetere in casa o dai vicini e che può essere pertanto considerato portavoce di un "sentire comune" degli attuali abitanti di Zapparè), ho ottenuto questa risposta:
«Qua sono arrivati i partigiani. I partigiani i ga fato un deghèio e i ga copà un tedesco. Ammazzato il tedesco, una spia - che non è tanti anni che è morta, una donna “dae Casee - di Caselle” - ha fatto la spia e ha mandato qua i tedeschi. Mandati i tedeschi, ne hanno preso dieci, i primi che sono capitati, anche padri e figli (ce ne sono due) […] li hanno portati sul muro e li hanno fucilati … ». 
(File audio 1908010, 00:44)

I  partigiani come degli alieni, insomma: compaiono dal nulla, ne fanno di tutti i colori [i ga fato un deghèio], ammazzano un tedesco e spariscono. Poi arrivano i tedeschi a vendicare il loro morto.
La memoria dei fatti si è stemperata in un unico tragico e ormai mitologico evento di cui fanno fede le dieci colonne del monumento ma di cui non sono chiari né la dinamica né il contesto, se non il fatto che, se non fossero arrivati i partigiani, non ci sarebbe stato l'eccidio dei civili.

È per questo che è importante quanto scrivono in chiusura del loro ultimo volume  Primo Durigon e Tiziano Sovernigo:

«Ricordare questi fatti è doveroso, per non perdere la memoria storica che ci appartiene, e anche per ricordare quanti che con il loro estremo sacrificio ci donarono la libertà.
Sacrificio, che con motivazioni e fini diversi hanno portato: chi per fede, chi per dovere e chi suo malgrado a condividere lo stesso destino di morte».

Ovviamente "l'estremo sacrificio" è riferito a entrambi i protagonisti dei fatti di Zapparè (civili e partigiani), anche se è naturale e sacrosanto piangere prima di tutto i propri morti.
Purtroppo, da una guerra scatenata dal dittatore nazista Hitler che voleva imporre il proprio "ordine" basato sulla superiorità della razza ariana all'intera Europa e al quale si unì il dittatore italiano Mussolini contando sulla brevità del conflitto - guerra che invece diventò ben presto mondiale, provocando milioni di morti - era difficile rimanere estranei.
Ci sono dei momenti in cui la storia, e la guerra che ne è parte ineluttabile dall'inizio dei tempi, piomba con tutta la sua violenza pure fra chi vorrebbe rimanerne fuori. E questo fu il caso di Zapparè.

Bene ha fatto Aldo Durante nella sua opera teatrale Profumo de Venezhia , che si rifà ai fatti di Zapparè, a mettere come sottotitolo "Noaltri no volon intrigarse co nessuni. / Noaltri contadini non ston né coi Fasisti / né coi Todeschi né coi partigiani. Noaltri volon star par conto nostro". Perché ripropone quello che era il modo prevalente di pensare di chi all'epoca lavorava nei campi, e non solo a Trevignano. 


Profumo de Venezhia, battaglia Trevignano, Dieci martiri Zapparè. - 
Copertina (parziale) del volume di Aldo Durante ''Profumo de Venezhia'',
edito dal Circolo Culturale Zuccareda nel 2008, ispirato
alla battaglia fra partigiani e tedeschi e all'eccidio nazista di Zapparè, marzo 1945.

Dal lavoro di Durante ha tratto ispirazione l'omonimo cortometraggio di Alessandra Gonnella


Va tuttavia sottolineato che senza l'appoggio contadino, sia pure "suo malgrado", non sarebbe stata possibile la resistenza armata al nazi-fascismo.
Resistenza che fu un fenomeno certamente minoritario ma importante anche dal punto di vista militare (oltre che politico, perché dai suoi esponenti è uscita la nuova classe politica democratica del dopoguerra).
Resistenza che ci fu non solo a Treviso o in Italia ma in tutta l'Europa occupata dai nazisti tedeschi e, fino all'8 settembre 1943, anche nella parte occupata dai fascisti italiani. "Fascisti" (che poi erano quasi sempre sinonimo del nostro esercito regolare, alpini compresi) che non si ponevano certo remore quando in Jugoslavia si trattava di incendiare villaggi o uccidere civili sospettati (come a Zapparè) di proteggere "i ribelli".

Via "Martiri di Zapparè", tabella stradale

La battaglia di Trevignano e l'eccidio nazista di Zapparè, 21/22 marzo 1945 -  
La zona della battaglia, oggi (Google Maps, 2019) con, cerchiato in rosso, il luogo 
in cui sorge il monumento ai "Dieci Martiri"voluto ed eretto dalle famiglie di Zapparè.


I Dieci Martiri di Zapparè


La memoria di pietra

Il primo ricordo a futura memoria dei dieci civili di Zapparè fucilati dai tedeschi, fu realizzato in tempi rapidi, grazie al riutilizzo della lapide in pregiato marmo di Carrara presente nell'atrio del Municipio, che in precedenza - come era avvenuto (o sarebbe dovuto avvenire) in tutti i comuni italiani per ordine del Gran Consiglio del Fascismo - aveva contenuto un'iscrizione di protesta contro le sanzioni economiche cui era stato sottoposto il regime fascista dalla Società delle Nazioni dopo l'aggressione italiana all'Etiopia (conosciuta come guerra d'Etiopia: 3 ottobre 1935/5 maggio 1936).
(Delibera municipale del 26.6.1945 su proposta dell'assessore Giuseppe Billio. Cfr. Trevignano 1945, I fatti... , p. 46).


Dieci martiri di Zapparè di Trevignano (eccidio nazista) - 
Lapide con i nomi dei Dieci Martiri di Zapparè (uccisi dai nazisti
il 22 marzo 1945) posta nell'atrio del municipio di Trevignano TV. 
Bordin Battista, Bordin Pietro, Bordin Vettore, Durante Girolamo, Durante Lorenzo
Durante Pietro, Durigon Giuseppe, Durigon Primo, Semenzin Bruno, Semenzin Francesco.
Fu inaugurata il 22 luglio 1945 riutilizzando la lapide fascista in marmo di Carrara,
già presente nell'atrio in risposta alle sanzioni economiche deliberate della Società delle Nazioni
contro l'aggressione fascista all'Etiopia del 1935.
***
Vai alla lapide originale fascista (si trova a Miane, ma era uguale in tutti i comuni d'Italia).
Guarda il riutilizzo partigiano della lapide fascista (a Trichiana BL).

Il discorso per l'inaugurazione della lapide fu pronunciato dal parroco di Trevignano mons. Floriano Mazzarolo il quale, fra l'altro, disse: «Noi non ricorderemo mai che basta quelle dieci vittime che il furor teutonico, provocato da spie nostrane, ha barbaramente ucciso.
I nostri non sono dei vinti, ma dei vincitori, e la loro vittoria consiste nella loro innocenza, scagliarsi e sopraffare degli inermi è forse un'azione degna di un popolo che si dice civile?
L'odio e la rabbia sono forse titoli che danno diritto a sopprimere delle creature? Quanta prepotenza! Quanta barbarie! Quanto cinismo!
Vivevano la vita semplice e laboriosa delle loro campagne, quando un manipolo di partigiani e patrioti calarono come una meteora nelle loro case, ove venivano accolti con trepidazione, perché sapevano quale sarebbe stata la vendetta, se il nemico avesse avuto sentore del fatto.
Erano quei patrioti appena da ventiquattro ore nelle case dei nostri, che già degli italiani venduti allo straniero segnalarono la loro presenza al Comando tedesco, il quale con una energia e con una sollecitudine degna di miglior causa, allestì una spedizione che da più luoghi convenne su quel Borgo di Zapparè, dove sorpresi i patrioti ma non confusi risposero al fuoco tedesco e nella sera e durante la notte del 21-22 marzo 1945 si svolse una vera battaglia, gli uni appostati nelle case, gli altri che si avanzavano circondandole e solo all'albeggiare cessò la mischia lasciando nel terreno morti e feriti [...] ». (Trevignano 1945... , p. 57 - I dieci martiri... , pp. 57-58).
Successivamente, il Comitato di Liberazione Nazionale di Trevignano si fece «promotore dell'iniziativa del trasferimento delle salme dal Cimitero di Montebelluna a quello di Trevignano e per la costruzione di una tomba-monumento affinché resti a perenne ricordo dei posteri il sacrificio dei martiri della libertà di Zapparè». Il comune, con delibera 3.10.1945 autorizzò la proposta del CLN, concedendo «gratuitamente in perpetuo ai congiunti dei "10 martiri di Zapparè" nel Cimitero di Trevignano-Falzè, un'area di terreno di mq. 10 [...] nell'angolo sud-ovest del Cimitero stesso». (Trevignano 1945 ... , p. 48).

Dieci Martiri di Zapparè, tomba-monumento voluta dal CLN di Trevignano
e dal comune, che concesse gratuitamente in uso perpetuo 10 mq. di terreno sul lato sud-ovest 
del cimitero di Trevignano e Falzè, lato Trevignano. (Trevignano 1945 ... , p. 48).
Eccidio di Zapparè (Trevignano TV, 22 marzo 1945. - 

Mons. F. Mazzarolo: cronaca del trasporto delle salme a Trevignano
«Non fu un corteo formale ma veramente un trionfo il trasporto delle dieci salme delle vittime di Zapparè, dal cimitero di Montebelluna a quello di Trevignano il 31 ottobre 1945.
La dimostrazione fu organizzata dalla Giunta comunale e dal Comitato di Liberazione locale. Una massa di popolo accompagnò le dieci bare, la banda di Musano rendeva più commovente la cerimonia funebre.
Tra le autorità e le rappresentanze abbiamo potuto notare l'Avv. C. (Clemente) Pantaleoni per il Prefetto e il Comitato di Liberazione Provinciale, un gruppo di partigiani della Brigata "Vladimiro", l'Avv. Sanson sindaco di Montebelluna con altri sindaci dei comuni circondari, i Combattenti e i Mutilati del Comune, tutti i Parroci del Comune, rappresentanze delle Associazioni di A.C. con bandiere.
Dopo la Messa solenne il Parroco parlò esaltando il sacrificio dei dieci caduti e richiamando il loro monito di fede, concordia, perdono.
Al cimitero parlarono l'Avv. Pantaleoni, un rappresentante della "Vladimiro" [1] e il Segretario comunale Dall'Antonia». (Trevignano 1945... , p. 56).

A sottolineare quanto difficile fosse la situazione economica in quel 1945 per il comune rurale di Trevignano è significativa la delibera della Giunta municipale del 16 dicembre nella quale si ricorda «che le spese incontrate dall'Amministrazione per il rito funebre figurano [in] due fatture: una per l'acquisto del legname di £ 26.650 e l'altra di £ 10.400 per la costruzione di N° 10 (dieci) casse mortuarie per le quali l'Amministrazione non è in grado di far fronte per mancanza di fondi disponibili».
Il Comune si rivolge allora alla Prefettura di Treviso dalla quale viene indirizzato al Governo Militare Alleato (AMG), che a sua volta lo dirotta al CLNP (Comitato di Liberazione Nazionale Provinciale).
Comitato che, infine, nella seduta del 27 dicembre 1945 accorda al comune di Trevignano la somma di lire 20.000, cioè poco più di metà della spesa sostenuta.
(Marco Borghi, Dopo la guerra... verbali del CLN provinciale... , p. 361)
Il Comune decide comunque di pagare l'intera somma, più volte reclamata dai fornitori - l'impresa Bianchi e Soligo di Montebelluna per il legname e la falegnameria Carlo Callegari di Trevignano per le casse - «imputando la spesa al Titolo 3°, (partite di giro) del bilancio del corrente esercizio». (Trevignano 1945... , p. 50)
In precedenza, sempre il CLNP, nella seduta del 26 giugno 1945 presieduta dal prof. Silvio Zorzi (del Partito Cristiano Sociale) aveva erogato 150.000 lire per la ricostruzione delle case bruciate e danneggiate dai tedeschi.
(Borghi, Dopo la guerra ... , p. 209).
Spesa del tutto insufficiente se si considera l'enorme perdita di valore subita dalla lira nell'immediato dopoguerra.

Nota

1 - In questa solenne cerimonia organizzata dalla Comune e dal Cln locale, sarà l'unica e ultima volta, che a Trevignano - per cinquant'anni - prenderanno la parola dei partigiani.
Come ricorda con rammarico il combattente della Wladimiro Luciano Bottacin (presente alla battaglia) in un'intervista del 2005 "nell'immediato dopoguerra" gli amministratori di Trevignano negarono ai partigiani (ritenuti la causa della rappresaglia dei tedeschi) di deporre una loro corona alla lapide commemorativa dei Dieci Martiri posta nell'atrio del municipio. (Trevignano 1945... , p. 63)
Dovrà arrivare il 1995 prima che Durigon Avellino Tarcisio detto Marcioro, classe 1930, che era stato portato con gli altri dieci sul luogo della fucilazione ma fu risparmiato per la sua giovane età, si riconciliasse con i partigiani, abbracciandoli nell'auditorium di Falzè, dove si teneva la commemorazione del 50° anniversario dell'eccidio.
Riportiamo testualmente l'accenno a questo episodio: Trevignano 1945..., p. 60, nota a piè di pagina)
«Tarcisio in occasione del cinquantesimo anniversario (1995) si era riconciliato con i partigiani, causa questi della rappresaglia dei tedeschi (Sottolineatura del curatore). Tarcisio in quell'occasione ha abbracciato i partigiani, tra gli applausi di un folto pubblico, nell'auditorium di Falzè di Trevignano».
Ci sono due osservazioni da fare riguardo al fatto che ancora una volta si afferma che i partigiani sono stati la causa della rappresaglia tedesca.
1 - Se nessuno avesse messo in moto il perverso meccanismo della delazione [come abbiamo visto sopra nella ricostruzione di Ernesto Danieli e come ribadisce Lucio De Bortoli  (I dieci martiri ... , 2018, pp. 8-9) ], i tedeschi non si sarebbero avventurati a Zapparè; altrimenti avremmo assistito a un continuo andirivieni di nazisti a caccia dei partigiani che si erano riparati nelle case dei contadini della pianura trevigiana dopo i rastrellamenti del 1944 di Cansiglio e Grappa (questi sì programmati dalle truppe tedesche). I soldati di Hitler, a fine marzo del '45, avevano ben altri impegni bellici cui badare; per queste operazioni di controguerriglia erano sufficienti gli appositi reparti fascisti, brigate nere in primis.
2 - L'uccisione di un soldato tedesco non sempre portava automaticamente all'uccisione di dieci civili per rappresaglia, come in teoria previsto fin dal primo ordine del comandante trevigiano delle forze naziste d'occupazione, apparso sul Gazzettino del 17 settembre 1943.
Valga per tutti l'episodio avvenuto a Guarda sempre nel marzo 1945 (cioè nello stesso periodo dell'eccidio di Zapparè) riportato dalla Cronistoria del prevosto di Montebelluna mons. Daniele Bortoletto.
«Nel mese di marzo [1945] avvennero diversi scontri tra partigiani e tedeschi.
In via Guarda alcuni partigiani stavano trascinando un carrettino di dinamite per far saltare i ponti della ferrovia quando venivano sorpresi da tre soldati tedeschi. I partigiani fecero fuoco: ne uccisero due e misero in fuga il terzo; quindi si eclissarono, dopo aver dato fuoco alla dinamite.
Durante la notte vennero arrestate una cinquantina di persone dei dintorni. Appena avutane notizia, il Prevosto accompagnato dal Segretario Comunale si recava al Comando e riusciva a dimostrare la innocenza degli arrestati e ottenere così la loro liberazione». (Cronistorie ... 1939-1945... , p. 957)

Il monumento di Zapparè ai Dieci Martiri

Dieci Martiri di Zapparè di Trevignano, 1945 -
Il primo monumento ai dieci contadini di Zapparè fucilati per rappresaglia
dai tedeschi. (Archivio privato fam. Luciano Bottacin "Friz")
Fu eretto su terreno donato dalla fam. Zanella di Trevignano; per fargli spazio 
venne abbattuto un antico e grande gelso. (Informazione di Flavio Durante, del luogo) 
Vai a una bella foto del monumento attuale, realizzato su progetto dell'architetto Manolo Bordin.

1995 - Abitanti del luogo al lavoro per la costruzione del nuovo monumento.
A costruirlo, su progetto dell'arch. Manolo Bordin, furono: Pietro Bordin, Aldo Bordin, Flavio Durante,
Solideo Bordin, Francesco Bordin, Angelo Bordin, Abramo Durante e Mario Duravia.
(Primo Durigon - Tiziano Sovernigo, I dieci Martiri... , p. 146)

Dieci Martiri di Zapparè, il monumento ripreso da Google Street View nell'agosto del 2010.

mercoledì 23 ottobre 2019

Una nemesi storica: il riutilizzo nel 1945 delle lapidi fasciste contro le "inique sanzioni" del 1935


Lapidi sanzioni -
Lapide fascista con iscrizione originale (ma i simboli del fascio eliminati) a ricordo delle sanzioni economiche volute
dalla Società delle Nazioni contro l'aggressione italiana all'Etiopia - diventate operative il 18 novembre 1935 -
presente nella piazza centrale di Miane (TV) di fronte al monumento ai caduti. (Foto: 22.10.2019)
Testo: «18 Novembre 1935 XIV / A ricordo dell’assedio / Perché resti documentata nei secoli /
l’enorme ingiustizia / consumata contro l’Italia / alla quale / tanto deve la civiltà / di tutti i continenti».
(Sulla base dei documenti riportati nel sito del Comune di Cinisello Balsamo si può affermare
che la lapide sia stata murata - a Miane come in tutti comuni italiani - il 18 novembre 1936).

Trichiana - BL, 2 maggio 1945: riutilizzo della lapide delle sanzioni economiche contro l'Italia fascista (1935)
in onore dei partigiani caduti combattendo il fascismo. (Foto: 22 ottobre 2019)
Testo: «Il Btg. L. Manara / ai suoi caduti nella lotta di Liberazione
Merlin Antonio, Palman Aldo, Barp Michele, Candeago Giovanni, Como Giuseppe,
Bertanza Pietro, De Bona Renato, Bernard Luigi, Cibien Giovanni, Bonetta Mario
Trichiana li 2 - 5 -1945».

Un'analoga lapide, riutilizzata il 22 luglio 1945 in memoria dell'eccidio nazista 
dei dieci civili di Zapparè, si trova nell'atrio del comune di Trevignano (TV).

mercoledì 1 maggio 2019

Dopo l'omicidio di Matteotti: Giovanni Girotto, tranviere repubblicano di Treviso ucciso dai fascisti il 15 giugno 1924. (Una lunga resistenza)

Vicolo Giovanni Girotto, Treviso - 
La stradina dedicata al tramviere repubblicano Giovanni Girotto 
ucciso nel 1924 (ferito il 15 giugno e morto il giorno successivo)
 da una squadra di manganellatori 
fascisti 
di Treviso per aver protestato contro il rapimento e l'omicidio
del deputato socialista Giacomo Matteotti.
(Rapimento e uccisione avvennero il 10 giugno, il corpo fu nascosto
e recuperato solo il 16 agosto successivo, ma da subito  fu chiaro
a chi voleva vedere che Matteotti era stato assassinato).
Via Giovanni Girotto si trova vicino all'incrocio
tra i viali 
Cacciatori 
Orleans, a poca distanza dal luogo
in cui il giovane antifascista fu bastonato a mor
te. 
In attesa dell'apertura  sempre troppo lenta  delle sbarre del passaggio a livello di viale
Cacciatori verso Santa Maria del Sile, quante volte mi son chiesto, guardando il nome dell'ultima stradina sulla destra prima dell'incrocio con viale Orleans, «ma chi sarà mai questo G. Girotto "martire per la libertà 1902-1924"»?
In questi giorni, in maniera del tutto casuale, sono venuto a capo del mistero.
Cercavo nel mio archivio notizie sul deputato del partito popolare Italico Corradino Cappellotto[1]. Fra i tag con questo nome uno mi rimandava al numero 13/1946 di Rinascita, l'organo del Comitato di Liberazione Nazionale di Treviso, in cui era ricordato l'abbandono dell'aula e del posto di consigliere comunale da parte di Cappellotto nella seduta del 22 ottobre del 1924, l'anno dell'omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti. 
In quel 22 ottobre nella sala consiliare di Treviso (sindaco il fascista Luigi Faraone) era all'ordine del giorno la commemorazione di alcuni "onorati cittadini" e dell'aviatore medaglia d'oro Giannino Ancillotto, morto qualche giorno prima in un incidente stradale.
Giovanni Girotto, il tranviere repubblicano
 ucciso dai fascisti di Treviso
nel giugno 1924, a 22 anni.
La Voce Repubblicana, 20.7.1924
Avuta la parola, Cappellotto  dopo aver reso onore alla figura di Ancillotto  ricordò il brutale assassinio di Matteotti e quello del tramviere trevigiano Girotto, un repubblicano che aveva manifestato il suo sdegno per tale omicidio. «Il povero Girotto era un onesto operaio: non ha fatto male a nessuno ed è degno di essere commemorato in questa aula come gli altri cittadini». Al che il sindaco gli tolse la parola. E Cappellotto, di rimando: «Questo non è un Consiglio Comunale!». Si alzò e se ne andò esclamando: «Viva Matteotti, Viva Girotto, Viva la libertà!».
Una breve ricerca in rete mi portò al sito della Casa Museo Giacomo Matteotti di Fratta Polesine (RO), nella cui emeroteca online sono presenti alcuni numeri di giornali dell'epoca con la notizia dell'uccisione del tramviere Girotto.
Particolarmente dettagliata la cronaca del quotidiano del PRI (a diffusione nazionale) La Voce Repubblicana che riferisce come il giovane Giovanni Girotto, colpito al collo da randellate di nerbo di bue domenica 15 giugno 1924 sul mezzogiorno, sia stato lasciato morente sul ciglio del fossato di viale Trento Trieste, nei pressi della stazione. Da parte sua, Il Gazzettino del 22 giugno 1924 informa della rapida conclusione delle indagini della questura, che avevano portato all'arresto dei presunti colpevoli dell'omicidio: sei fascisti fra i quali il consigliere comunale Guido Feltrin abitante in via Zermanese.
Mi limito in questa sede a proporre i due articoli, senza approfondire la vicenda con altre cronache del tempo e le carte del tribunale che permetterebbero di conoscere l'esito del processo. Ma non ci vuol molto ad immaginare come gli assassini se la siano cavata con poco. Di certo, Guido Feltrin  il più noto dei componenti la squadra omicida  lo si troverà più tardi nell'albo d'oro dei fascisti che, per le loro benemerenze, si sono meritati la qualifica di "squadrista"[2].


La Voce Repubblicana

Giovanni Girotto, il giovane antifascista
morto il 16 giugno 1924,
ucciso dai fascisti di Treviso per aver protestato
contro il rapimento di Giacomo Matteotti
.
Cronaca della Voce Repubblicana,
il quotidiano del Partito Repubblicano Italiano
.
Trascrizione


I REATI … A FINE NAZIONALE
Tutta Treviso commossa e indignata
per la feroce soppressione del tramviere Girotto
TREVISO, 24 [giugno 1924]. — Il nostro giornale ha già pubblicato la sommaria notizia di un delitto di cui è rimasto vittima un repubblicano finito sotto i colpi di cravache dei soliti … ignoti. Ma poiché il fatto — dato il periodo nel quale è accaduto — ha commosso in modo straordinario la cittadinanza, credo opportuno trasmettervi intorno ad esso altri particolari.
Mentre l’intera cittadinanza, pervasa di indignazione e di grande turbamento per l’efferato delitto dell’on. Matteotti, seguiva le varie vicende della brigantesca impresa della banda di Palazzo Viminale, domenica 15 c., dopo le 12, sul ciglio del viale Trento e Trieste, veniva trovato semimorente il nostro giovane amico Giovanni Girotto, tramviere della Società Mestrina.
La morte sopraggiunta nella serata del lunedì [16 giugno 1924] senza che il giovane amico nostro potesse proferire una parola chiarificatrice sul misfatto da egli subito, lasciò a una infinità di congetture.
Certo si è che l’autopsia fatta sul cadavere venne ad avvalorare decisamente il più fondato sospetto: Giovanni Girotto è stato assassinato.
L’encomiabile campagna iniziata, e non ancora ultimata, dal “Gazzettino” ha servito indubbiamente a lumeggiare, nei suoi varii aspetti, il brutale delitto.
Ormai non vi deve essere alcun dubbio: l’autopsia richiesta espressamente dalla Procura del Re poté dimostrare che la soppressione del Girotto fu determinata da colpi di nerbo flessibile inferti sul collo, determinando la frattura della base del cranio.
Come avvenne il delitto e quale fu il movente?
L’autorità di P.S. espressamente inviata dalla Procura del Re sta svolgendo con un certo successo le sue indagini. Queste debbono essere portate con la massima sollecitudine al miglior compimento.
Bisogna escludere a proprio che la morte sia accidentale o per eventuale rissa… Le circostanze in questo caso sono di una chiarità meridiana.
Comunque, non vogliamo minimamente dubitare della buona volontà della nostra P.S. Gli elementi positivi, affinché le indagini abbiano successo, non mancano. È tempo che si ponga fine alle bestiali gesta dei soliti randellatori che da vario tempo avevano scelto la zona intercorrente tra il viale Trento e Trieste ed il subborgo S. Antonino per compiere, in completa libertà e sotto il naso della polizia e dei carabinieri i loro randellamenti quasi quotidiani e nelle stesse ore notturne.
Il nostro morto ed il pianto desolante della vecchia madre orbata del figlio invocano giustizia sollecita e completa.
Auguriamoci, per il bene e il decoro della nostra città, che gli ultimi avvenimenti che ancora tengono sospesi ed accorati gli animi di tutti gli onesti cittadini italiani, possano servire di severo ammonimento, in alto ed in basso loco.
Ogni libero cittadino è e deve essere nel suo completo diritto di svolgere le sue attività sociali, senza che bande di violenti, coperti dalla più sfacciata impunità, continuino a rendere malsicura la incolumità personale!
Epperò in questo nostro caso, se con una certa soddisfazione vediamo che le indagini della P.S. procedono con speditezza da molto tempo in disuso per fatti consimili, non siamo affatto tranquilli del personale atteggiamento del signor Prefetto.  Si sussurra e si afferma nei quadrivi che l’abitatore del Palazzo di Piazza dei Signori voglia influire le risultanze dell’inchiesta giudiziaria non colpiscano certe persone e certe cose relative al Partito che, malgrado l’unanime indignazione pubblica, governa ancora il nostro Paese.
Il signor Prefetto è invitato a fare il suo dovere, lasciando che la giustizia segua il suo regolare corso e che i colpevoli, senza alcuna distinzione, vengano assicurati ad essa.
Se Dio vuole, a Roma, non impera più la banda di Palazzo Viminale!... Intenda chi deve intendere.
Un’interrogazione dell’on. Bergamo
Per intanto il nostro deputato on. dott. [Guido] Bergamo ha presentato una interrogazione al Presidente del Consiglio ed al Ministro degli Interni sulle cause della morte del povero Giovanni Girotto.
I solenni funerali
Giovanni Girotto, repubblicano, ucciso dai fascisti di Treviso
per aver protestato contro il rapimento di Giacomo Matteotti. 

Necrologio sul Gazzettino di Venerdì 20.6.1924. 
Il trasporto funebre della compianta vittima della bestiale violenza, ha avuto luogo con straordinaria solennità.
Una vera fiumana di cittadini di tutte le classi, accompagnò all’ultima dimora il nostro povero giovane amico. Numerose le corone fra le quali spiccava quella di garofani rossi dei repubblicani di Treviso.
Tutti i partiti politici e le organizzazioni sindacali erano rappresentati. A nome della cittadinanza, sul piazzale della stazione ferroviaria, pronunciò un forte e sentito discorso l’on. Cappellotto.



Il Gazzettino



La notizia dell'arresto della squadra fascista di Treviso che uccise il tramviere
ventiduenne Giovanni Girotto è riportata dal Gazzettino di domenica 22 giugno 1924.

Trascrizione
L’uccisione del tramviere
La questura ha esaurito il suo compito — Sei arresti — Anche un consigliere comunale

La Questura ha esaurito, si può dire, il proprio compito e fra alcuni giorni presenterà i verbali all’autorità giudiziaria. Conviene riconoscere che la P. S., tanto da parte del Questore cav. Mars, quanto da parte di quei due egregi e valenti funzionari che sono i vice commissari dottor Bianchi e Marasciullo a cui è stato affidato il difficile lavoro delle ricerche, ha compiuto un’opera difficile in un termine relativamente breve.
Secondo il Questore il fatto andrebbe ricostruito, presso a poco, in questo modo:
In località varie, ma sempre nella stessa zona, come al “Cuor”, a S. Lazzaro e presso la Stazione, domenica scorsa sarebbero stata espresse frasi di minaccia contro alcuni tramvieri per l’atteggiamento da questi assunto durante gli ultimi avvenimenti politici. Fra coloro era un individuo che avrebbe istigato altri a «dare una lezione ai tramvieri». Fu così che venne colpito il Girotto Giovanni nelle circostanze che abbiamo descritte. Chi lo percosse? Ebbe intenzione di uccidere?
Dirà il magistrato quale imputazione dovrà essere ascritta alla brutale malvagità compiuta e chi sono i responsabili.
Oltre il Sartorello Alessandro, la Questura, come abbiamo detto ieri, ha proceduto ad altri arresti. Possiamo precisare i nomi: Guido Feltrin fu Antonio, d’anni 31 consigliere comunale fascista di Treviso, abitante in via Zermanesa di S. Antonino, ma negoziante nella nostra città. — Borsato Aurelio di Giuseppe da S. Antonino, d’anni 25, fabbro. — Acerbi Ivone fu Pietro, proprietario fornaio, nato ad Agugliaro (Vicenza), d’anni 33 e residente a S. Lazzaro. — Bettiol Pietro di Candido, d’anni 28, da S. Lazzaro, agricoltore.
Note

Italico Corradino Cappellotto,
avvocato, sindacalista, docente
e partigiano cattolico.
(Martirano CZ, 1886 - Treviso, 1947)
.
[1] L'avvocato Italico Corradino Cappellotto fu sindacalista cattolico dei contadini, avvocato e insegnante all'istituto tecnico Riccati. Deputato del Partito Popolare per una sola legislatura, la XXV del Regno (1919-1921) non venne ricandidato nel '21 per essere entrato in rotta di collisione con la dirigenza del partito. (Daniele Ceschin, Giuseppe Corazzin, Cierre Edizioni, Verona, 2001, p. 89). Sui contrasti, prima della Grande Guerra, del sindacalista Cappellotto con l'establishment cattolico trevigiano, in particolare col vescovo Longhin e il suo mentore papa Pio X, cfr. Luigi Urettini, Andrea Giacinto Longhin, Cierre Edizioni, Verona, 2002, pp. 32-36.
Un interessante ritratto di Cappellotto, in mortem, è stato pubblicato il 9 gennaio 1947 da Umberto Pizzinato ("Carminati" - vicecomandante del CVL veneto ed esponente dei Cristiano Sociali, il partito di C.) sul settimanale dei partigiani di Treviso Patrioti della Marca, col titolo "Il Partigiano Italico Corradino Cappelloto è morto". Vi si ricorda, fra l'altro, che «la sua casa [Via Pastro 1, Treviso] fu, specialmente dal Luglio 1943, il ritrovo di uomini politici di tutte le fedi. E quando l'occupazione nazi-fascista si abbatté sull'Italia, i primi convegni del C.L.N, i primissimi contatti fra i vari organizzatori del movimento Partigiano avvennero in casa sua».
Per altre notizie su I.C. Cappellotto, clicca qui.

[2] Feltrin Guido di Antonio, data di iscrizione al P.N.F. 9 maggio 1920, fascio di appartenenza Treviso. Cfr. Sqvadristi a noi! Squadrismo nella Marca Trevigiana, Devanzis, 2008.


SEMPRE NEL GIUGNO 1924: un altro tranviere ucciso dai fascisti, a Milano: Attilio Oldani (podcast)