giovedì 19 aprile 2018

NOTE - La resistenza dei ferrovieri comunisti di Treviso


Note [parte 1]

[1] «Dopo lo sciopero ferroviario del 1922 [cfr. Sciopero Legalitario agosto 1922], nonostante i dirigenti dello SFI Castrucci, Mosca e Giusti si fossero assunti la responsabilità dell’agitazione, partirono 125 provvedimenti di licenziamento per altrettanti organizzatori dello sciopero, cui fece seguito una repressione di massa: 155 mila provvedimenti di punizione e retrocessione, purghe, bastonature, minacce. Nel 1923 lo SFI [Sindacato Ferrovieri Italiani] rifiutò di sciogliersi nei sindacati fascisti, allora scattò la seconda fase repressiva: 43 mila ferrovieri che avevano partecipato agli scioperi vennero licenziati secondo la formula infamante di “scarso rendimento”, come prevedeva il famigerato decreto del Commissario Edoardo Torre».  (Dal sito Socialismo Libertario, visitato il 14.4.2018).
Come ricorda Bruna Fregonese, a Treviso i ferrovieri licenziati in quell'occasione furono un'ottantina, fra i quali suo padre Pietro, all'epoca socialista. (Le carte di Bruna, p. 172).


Ferrovieri licenziati dal fascismo nel 1923 -  
Camera Deputati, Atti parlamentari, 20 luglio 1923. Interrogazione delle opposizioni sui licenziamenti ("esoneri") dei ferrovieri causati dal "decreto Torre", Circolare 21 maggio 1923 del Commissario straordinario per le Ferrovie dello Stato, Edoardo Torre, attuativa del Regio Decreto 28 gennaio 1923, n. 143 "recante provvedimenti per la dispensa dal servizio del personale delle ferrovie dello Stato" e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 29 del 5 febbraio1923.
Risponde il sottosegretario Alessandro Sardi.
Replica conclusiva (di cui si riporta il brano finale) di Nicola Bombacci, all'epoca capogruppo dei comunisti.


Parte iniziale dell'elenco di cento soci del Circolo Ferrovieri di Treviso
stilato dai fascisti prima della vendita sottocosto del Circolo nel (settembre?) del 1923
- pur di non farlo cadere in mano fascista - da parte dei ferrovieri stessi, che l'avevano costruito e addobbato.

«1 - Artol Giuseppe, Frenatore, Comunista - Sobillatore; 2 - Ardito Ernesto, Macchinista, Socialista - accanito
scioperante [non più in servizio - licenziato]; 3 - Badù Giovanni, Conduttore Principale, comunista
sobillatore incitatore di scioperi [licenziato]; 4 - Bettio Antonio, Conduttore, Comunista Antinazionale;
5 - Baggio Fortunato, Frenatore, Anarchico, ha preso parte alla difesa della Riscossa
[giornale repubblicano di Treviso attaccato dai fascisti in armi nel luglio 1921]; 6 -  Bartolozzi Ezio,
Macchinista, E' presidente della Sezione Sportiva del Circolo Ferrovieri Rosso».
(Aistresco, ID 629, n. inv. 057- fondo Ivo Dalla Costa b 2; fasc. Circolo Ferrovieri [1923].
Materiale fotocopiato proveniente dal fondo Prefettura dell'Archivio d Stato di Treviso).

[2] Trascrizione dei manifesti dei sindaci di Treviso e Udine affissi dopo l’8 settembre 1943 e la rotta di Caporetto 1917.
Il manifesto del podestà di Treviso, 10 settembre 1945 - Contro certe voci tendenziose e allarmanti / Un manifesto del Podestà / Ieri sera è stato affisso il seguente manifesto: «Trevigiani! Certe voci allarmanti corse in città sono tendenziose e comunque ingiustificate. Gli eventi esigono da tutti calma, disciplina e senso della responsabilità. Siate certi che le Autorità faranno tutto il loro dovere per assicurare la tranquillità, l’ordine, gli approvvigionamenti e il funzionamento dei pubblici servizi. Nell'interesse dell’intera popolazione deve essere evitato ogni incidente. Rammento che le disposizioni in atto, emanate dall’Autorità Militare per la tutela dell’ordine pubblico, rimangono immutate. - Il Podestà: Guglielmo Ferrero». (Il Gazzettino, cronaca di Treviso, sabato 11 settembre 1943).
Il manifesto del sindaco di Udine, 26 ottobre 1917: «Municipio di Udine / Il Sindaco / a togliere ogni allarme, accerta la popolazione, per informazioni ricevute, che Udine non corre pericolo e mentre esorta i cittadini alla calma assicura che, tenendosi in stretti continui rapporti con la competente Autorità, darà, occorrendo, notizia circa eventuali mutamenti di situazione. La cittadinanza può contare sull’assistenza completa di tutte le Autorità. / Udine,  li 26 Ottobre 1917 / Il sindaco / D. Pecile». (Da Caporetto, Storia, testimonianze, itinerari di Camillo Pavan, 1997).
[3] Con tutta evidenza Piero Dal Pozzo, che a Treviso era l’anima, della Federazione provinciale del Partito Comunista Italiano in clandestinità. Fra il novembre del 1943 e l'ottobre del 1946, Dal Pozzo fu anche segretario della Federazione trevigiana del PCI. (Aistresco, ID 1220, N. inv. 097, fondo PCI, fasc. Opuscoli vari, quaderno "Partito Comunista Italiano, federazione di Treviso").
[4] “Sapisti”: membri delle Squadre di Azione Patriottica. «A differenza dei Gap [Gruppi di Azione Patriottica], concepiti come braccio armato del partito e formati esclusivamente da comunisti, le Sap (Squadre di Azione Patriottica) nascono e si svilupperanno come milizia nazionale le cui file sono aperte a tutti coloro che, indipendentemente dalla loro fede politica, vogliono battersi armi alla mano non per l'avvento del comunismo, ma per la sconfitta del nazifascismo e per la creazione di una libera democrazia. Il Sappista è un elemento legale, lavora nel suo mestiere nella sua professione, agisce quando è chiamato. Egli si vede con i suoi compagni di nucleo discute con loro i problemi politici, studia l’azione da svolgere, cura i particolari della parte a lui assegnata, si esercita in attività preparatorie, si attrezza per la lotta finale.
A differenza del gappista, che ha abbandonato lavoro e famiglia, vive nella clandestinità più assoluta ed è impegnato in azioni di tipo terroristico, il sappista continua (salvo essere scoperto) la sua vita familiare e lavorativa e viene gradualmente addestrato alla lotta con una serie di azioni che vanno da quelle di minor rischio, come il lancio di manifestini, a quelle più complesse, come i disarmi o gli attacchi a piccoli posti di blocco». (Dal sito dell’ANPI di Lissone, visitato il 15.4.2018).


[parte 3]
TELVE: Società Telefonica delle Venezie


Carta intestata della TELVE, Società Telefonica delle Venezie.
(Archivio storico comune Villorba, busta ''Delibere originali''  - 1943)

[parte 4]

[1] Ugo Marchesi (Magione PG, 1920 - Treviso, 2014) era figlio del ferroviere Osvaldo che abbiamo visto tra i quadri della sezione dei ferrovieri comunisti della stazione di Treviso. Conseguito il diploma di maturità classica, nel 1940 vinse un concorso come segretario amministrativo delle FF.SS.
Dopo la liberazione fu segretario del Sindacato Ferrovieri Italiani di Treviso e membro del direttivo del direttivo della CGIL. Uomo di punta del PCI trevigiano fu consigliere comunale e provinciale. Dal 1958 al 1968 fu deputato. Una sua interessante nota autobiografica sul periodo a cavallo della Liberazione si trova in "Prima che scenda il silenzio... ", pp. 136-143.
Verso la metà di luglio del 1945 venne arrestato dalla polizia alleata per "possesso illegale di armi e munizioni" assieme a Elvio Braggion, Bruno Galiazzo e Giovanni Granziero. I quattro - difesi dagli avvocati Nordio e Dalla Rosa - furono processati dal "Tribunale locale alleato". Di essi, i primi tre furono assolti perché appartenenti alla Polizia Ferroviaria, mentre Marchesi fu condannato a quindici mesi di carcere, di cui dodici sospesi per la sua buona condotta. (Corriere Veneto, 17 luglio 1945).
[2] Il congresso di Bologna del Sindacato Ferrovieri Italiani, luglio 1945, sancì «il definitivo controllo della categoria da parte dei comunisti» e l’adesione dello SFI alla CGIL. (Recensione Sissco a “La libertà sulle rotaie. Tramvieri e ferrovieri a Milano dal fascismo alla Resistenza”, di Cristina Palmieri, Unicopli, 2011 - Sito consultato il 5 maggio 2018 ).
[3] «"La Provvida" era l'antica cooperativa dei Ferrovieri, vendeva generi di ogni tipo, cibo, bevande, articoli per la pulizia, ecc. / "La Provvida sulle Rotaie" era presente, nel dopo guerra, con alcuni spacci posti in grandi scali. Questi carri venivano usati anche per rifornire le piccole stazioni».
Pagina Facebook della Fondazione FS Italiane, Museo di Pietrarsa. (Visitata il 7 maggio 2018).
[4] L'epurazione fu un'altra delle grandi speranze disattese della Resistenza. Vista la sostanziale impossibilità di colpire nel settore privato, dove  "i soliti camaleonti ... dopo aver fatto affari coi tedeschi ora li fanno con inglesi" l'epurazione si rivolge soprattutto nel settore pubblico.
Ma sarà «un’epurazione “più che altro invocata, pretesa, reclamata a parole. Escluse quelle anonime, quasi tutte cestinate, le denunce pervenute alla Commissione di Epurazione risultavano essere 4 o 5. [...] Il desiderio di una veloce ed equa epurazione, sulla quale moralmente ricucire le trame di una nuova convivenza sociale che si era smarrita durante la bufera della guerra civile, tramontò presto. Riemergevano sottili complicità, vincoli di solidarietà tra fascisti e antifascisti: tutti avevano "un fascista nel cuore" dichiarò, con disarmante franchezza, il rappresentante del Partito Socialista durante una riunione del CLNP clandestino nella primavera del 1945». (Marco Borghi, Dopo la guerra … , p. 41).
Questo spiega la durezza dei termini usati durante il Congresso di Bologna 1945 del Sindacato Ferrovieri Italiani (SFI): «tutti coloro che non erano iscritti al PNF e che in questo difficile e delicato momento non prestano la loro opera per l’epurazione si devono considerare peggiori dei fascisti stessi».


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mercoledì 21 marzo 2018

29 aprile 1945: otto partigiani fucilati a Villorba

La situazione a Treviso alla vigilia dell’insurrezione popolare
Negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale il Comitato di Liberazione di Treviso si muove con prudenza, cercando nei limiti del possibile di evitare spargimento di sangue. Malgrado «le formazioni a mezzo dei loro capi si dichiarino pronte e desiderose di iniziare l'occupazione della città» e «nonostante gli ordini ricevuti per radio [1]», il CLN trevigiano riunitosi in seduta straordinaria il 26 aprile 1945, «delibera di pregare l'Em. Monsignor Vescovo di Treviso [Antonio Mantiero] di vedere se sia possibile ottenere, come già è avvenuto in altre città con l'aiuto delle Autorità Ecclesiastiche, che tedeschi e fascisti depongano spontaneamente le armi con le modalità che in tal caso saranno fissate dal Comitato stesso»[2].
Il giorno successivo il Comitato politico e il Comando militare della resistenza trevigiana [3], riunitisi congiuntamente nella canonica di Fontane, decidono — viste le trattative in corso fra il vescovo Mantiero e il comando tedesco — di autorizzare le operazioni nella zona circostante la città, ma di attendere prima di passare all’occupazione del capoluogo. Nel corso della riunione viene anche fatto il punto sulle forze a disposizione dei partigiani. Si tratta di «4000 uomini, dei quali 2500 armati e 1000 di questi provvisti di armi automatiche» [4].
Se si pensa che attorno alla città (a Sant’Angelo, Silea e alle Corti) sono presenti, e non intendono arrendersi, tre batterie contraeree tedesche dotate ciascuna di sei pezzi da 8,8 cm FlaK che oltre ad essere in grado di sparare fino a otto km di altezza possono essere utilizzati in funzione "controcarro" [5] e quindi potrebbero distruggere quanto ancora resta in piedi dentro le mura di Treviso, si comprende come prudenza e trattative siano ampiamente giustificate [6].
E si comprende anche come ci sia urgente bisogno di armi da distribuire a chi ne è sprovvisto.

Partigiani di Treviso -  "Sette giovani eroi di Fiera" - Resistenza, Liberazione, Villorba, Fiera - Treviso, Veneto - 
Sette degli otto partigiani fucilati a Villorba (TV) dalle SS all'alba del 29 aprile 1945.
Da sinistra: Italo Buttazzoni, Libero Mion, Umberto Caldato, Vladimiro Benvenuto,
Luigi Fantin, Giovanni Gobbo e Luigi (Giuseppe) Mestriner. Manca Antonio Avallone, di Cava de' Tirreni (SA)

(Il Gazzettino, cronaca  di Treviso, 4 maggio 1946).

In questo quadro si inserisce l’iniziativa dei partigiani che furono fucilati a Villorba
all’alba di domenica 29 aprile 1945. La loro partenza avvenne la sera del 27 aprile, alle 20, da Porto di Fiera. Destinazione: prelevamento di armi alla caserma De Dominicis.
Il gruppo di patrioti partì con un camioncino FIAT 18BL [7] della ditta di autotrasporti e riparazioni Mirko Fermi & Carlo Mazzon con sede nella riva sinistra del fiumicello Storga, a poca distanza dal grande deposito di generi alimentari della SEPRAL (Sezione provinciale dell'alimentazione), ospitato negli ex mulini Mandelli [8].
A confermare la partenza dalla Storga è innanzitutto il partigiano della Brigata “Bocia” [Bottacin], Rino Botter [9]. In una sua relazione sull’episodio, scritta nel 1950 ca.  — e anche in una testimonianza raccolta nel 2017 — Botter ricorda che il promotore di questa azione fu Italo Buttazzoni il quale, venuto a conoscenza che la caserma De Dominicis sulla strada per Santa Bona era pressoché sguarnita, decise di farvi un’incursione per rifornirsi di armi in vista dell’imminente occupazione della città [10].
Oltre a Buttazzoni, salirono sul camioncino il guidatore Alerame Zanin, Umberto Caldato, Luigi Fantin, Giovanni Gobbo, Giuseppe Mestriner e Libero Mion. “Tutti ragazzi del paese” [Porto di Fiera], ricorda Elio Cibin [11], che si conoscevano e che gravitavano attorno alle attività lavorative legate al movimento delle merci lungo il Sile con i burci: barcari, facchini, piccoli artigiani [12].
La prima tappa del camion fu a Santa Bona dove al gruppo si unirono altri due partigiani, Antonio Avallone e Vladimiro Benvenuto che abitavano nelle case popolari di quella che ora è chiamata via Bindoni. Da qui il drappello tentò di entrare nella vicinissima caserma De Dominicis, ma trovando resistenza, desistette.
«Alla loro partenza da Fiera mi ero tanto raccomandato, ricorda Rino Botter “se alla De Dominicis vi è impossibile entrare, tornate a casa”, ma non mi ubbidirono».
I nove partigiani si diressero infatti alla cartiera Burgo di Mignagola, che in quei giorni era stata destinata a campo di raccolta di prigionieri fascisti e tedeschi [13] e che era sotto il controllo dei partigiani della Bottacin, fra i quali aveva un notevole ruolo gerarchico il paesano Marcello Caldato “Sauro”. È dalla cartiera che, secondo Elio Cibin, i patrioti furono inviati sul Montello, sempre in missione recupero armi [14].
Stavano percorrendo col loro camioncino via Trento, la strada che dalla Postumia romana ['a Postioma] si dirige a Villorba, quando incontrarono una persona a cui chiesero se in paese ci fossero dei  tedeschi. L’uomo disse di no [15]. I partigiani proseguirono ma giunti alla curva che immette al centro storico — più o meno all’altezza del capitello — si trovarono circondati dalle SS [16].

Villorba, via Trento. Alla fine del rettilineo: il capitello presso il quale vennero catturati dalle SS
tedesche i partigiani provenienti da Porto di Fiera la sera del 27 aprile 1945. (Google Street View).

Senza che avessero fatto in tempo a sparare neppure un colpo, furono fatti scendere, percossi e condotti alle vicine scuole comunali, dove si trovavano già altri cinque partigiani fatti prigionieri sempre dai tedeschi nella stessa giornata di venerdì 27 aprile, pare a Fontane [17].
Alla notizia della nuova cattura intervenne il parroco del paese il quale però, a detta di molti ex partigiani, si mosse in modo inadeguato. Forse perché, durante una precedente presenza di tedeschi in paese, aveva potuto constatare la loro “massima disciplina e grande rispetto” [18], don Giuseppe Bagaglio prese per buona la promessa del comandante delle SS su una loro sicura liberazione al momento della partenza delle truppe tedesche, tralasciando quindi ogni possibile incontro con i comandi partigiani.
Secondo Cibin, più che un improponibile assalto per la liberazione dei prigionieri, i partigiani avrebbero potuto proporre uno scambio di uomini, perché il numero di tedeschi in loro mano era ormai già consistente.
Al di fuori di ogni (mancata) trattativa ufficiale, prese corpo invece l’intervento personale di Elisabetta Bortoletto, una ragazza di Fontane che lavorava come interprete presso il comando tedesco di Sant’Artemio [19]. Fu merito suo, secondo la ricostruzione di Onorio Ghirardo, che ebbe modo di intervistare la Bortoletto, se il gruppo di partigiani (o sospetti tali) catturati a Fontane, vennero liberati. Il compito della ragazza fu reso possibile dal fatto che i giovani rimessi in libertà - uno dei quali era suo fratello - erano tutti senza armi.
Anche Alerame Zanin, uno dei nove partigiani del gruppo di Fiera, fu liberato. Il merito della sua liberazione fu di Buttazzoni e compagni: sostennero che lui era solo un autista e che l'avevano costretto ad accompagnarli, prova ne era il fatto che non fosse armato.
I fucilati del 3 maggio 1808,
di Francisco Goya. 
All’alba del 29 aprile gli otto partigiani, con le mani in alto e scortati dalle SS, furono accompagnati al muro di cinta del cimitero per essere fucilati [20].
Approfittando della concitazione del momento e della semioscurità, due di loro tentarono la fuga, ma non riuscirono neppure a raggiungere il vicino fossato che costeggiava via Trento che una raffica di mitra li abbatté [21]. Poi fu la volta degli altri sei.
Il punto esatto in cui furono fucilati è indicato dalla lapide posta a futura memoria dal comune di Villorba nel lato nord del cimitero.
Sarà Alerame Zanin, nella mattina stessa di domenica 29 aprile a mettersi in contatto, a mezzo del commissario politico delle Brigate Garibaldine, Carlo Geromin “Vittorio”, con il Comando Piazza partigiano; al quale non restò che prendere atto dell'accaduto e rispondere con un drastico: « ... rappresaglie anche per questo fatto» [22].
I corpi dei fucilati vennero raccolti e deposti nella cappella mortuaria del cimitero.
I funerali si svolsero nelle parrocchie dove i partigiani abitavano.
Sicuramente i funerali di Umberto Caldato, Luigi Fantin, Luigi Mestriner e Libero Mion furono celebrati a Fiera, con grande affluenza dei paesani.
Anche se, ricorda Elio Cibin, ci fu qualche commento amaro, tipo «non dovevano andare, potevano stare a casa»; pur essendo Fiera un paese in gran maggioranza e storicamente antifascista [23].
Cippo ai partigiani fucilati a Villorba dalle SS.
Inaugurazione domenica 28 aprile 1946. Partenza da
Fiera (TV), osteria al Macallè. (Gazzettino 28.4.1946).
In onore dei partigiani caduti, i “liberi compagni e il popolo di Fiera” a mezzo di una sottoscrizione popolare promossa “dall'industriale Mirko Fermi” in accordo con la locale sezione del Partito Comunista innalzarono un loro cippo, costruito dai marmisti fratelli Bisetto e posto all’ingresso del cimitero [24].
L'iscrizione, «anche se non ne ho la certezza, penso sia stata opera di Pietro Fregonese, il papà di Elio», afferma Elio Cibin [25].
Il piccolo monumento fu inaugurato nel primo anniversario, domenica 28 aprile 1946 .
Da allora ad ogni 25 aprile il cippo sarà appuntamento immancabile per gli ex partigiani e il popolo di Fiera”.
«Ma di anno in anno siamo sempre meno», commenta con amarezza Diego Agnoletto, figlio e nipote di partigiani di Fiera.





Il cippo commemorativo degli otto partigiani fucilati a Villorba dalle SS in ritirata.
Il piccolo monumento, eretto dai "liberi compagni e popolo di Fiera"  (per iniziativa della locale sezione del PCI) 
nel primo anniversario della fucilazione, è posto all'ingresso del cimitero di Villorba. 
Il cippo non riporta correttamente i nomi dei caduti: manca Antonio Avallone
sostituito da Ugo Benvenuto, che fu invece ucciso a S. Maria del Rovere.
I nomi esatti sono quelli riportati nella lapide ufficiale del comune di Villorba
posta nel luogo in cui i partigiani vennero fucilati.
(La Resistenza a Villorba) 


Commemorazione del 25 aprile 2017. Si riconoscono, da sx., Luigino Geromin con la bandiera
della Divisione Garibaldina "Sabatucci", cui appartenevano i caduti, e - al centro - Rita D'Aniello
la cui storia di bambina del sud che nell'immediato dopoguerra fu ospitata e cresciuta, 
assieme alla sorella Bianca, dalla famiglia del partigiano e militante del PCI Luigi Cocchetto di Porto di Fiera
è ricordata a p. 85 del libro di Bruna Fregonese "Le carte di Bruna". - (Foto e informazioni di Diego Agnoletto).

La Resistenza a Villorba - 
Lapide partigiana al cimitero di Villorba in memoria degli otto fucilati dalle SS il 29 aprile 1945.
Commemorazione ufficiale del 25 aprile 1990, presente il vicesindaco Giacomo Pascotto.
(Archivio fotografico del Comune di Villorba)

Commemorazione del 25 aprile 2017 davanti alla lapide posta dal comune di Villorba nel muro di cinta
del cimitero dove, il 29 aprile 1945, furono fucilati dalle SS otto partigiani. (Foto di Diego Agnoletto).

I fucilati di Villorba - 29.4.1945, 8 partigiani - 
La lapide che ricorda gli otto partigiani fucilati dalle SS in fuga all'alba del 29 aprile 1945: 
Wladimiro Benvenuto, Libero Mion, Luigi Mestriner, Umberto Caldato,
Italo Buttazzoni, Luigi Fantin, Giovanni Gobbo, Antonio Avallone.


                                




NOTE - Partigiani fucilati a Villorba

1] Ordini ricevuti dal CLN Alta Italia. L’insurrezione popolare era già iniziata il 24 aprile a Genova (dove i tedeschi si arresero ai partigiani il giorno successivo) e a Milano il 25 aprile, quando il CLNAI proclama disciolto lo stato fascista e le sue forze armate.
[2] Verbale della seduta del 26 aprile 1945 del CLNP di Treviso in Marco Borghi, Dopo la guerra. Politica, amministrazione e società nei verbali del CLN provinciale…  , p. 83.
[3] Il comitato politico (CLNP) era composto dai rappresentati del Partito Comunista, Partito d’Azione, Democrazia Cristiana, Partito Socialista e Partito Liberale - vedi manifesto del 28 aprile1945; i repubblicani (PRI) e i cristiano sociali (PCS), pure attivi nella resistenza trevigiana, nella sua fase finale non facevano parte del CLN. Le motivazioni di questa assenza in Borghi, cit., pp. 20-21.
Il comando militare del Corpo Volontari della Libertà (CVL) era composto da Ennio Caporizzi "Gerardi", comandante militare della Piazza [PCI], Umberto Romagnoli "Carini", vice comandante della Piazza [DC], Guido Tonello "Turno", Capo di Stato Maggiore [Giustizia e Libertà], Pasquale
Ricapito ["Leto"], inviato del Comando Generale Alta Italia.
[4] Cfr. la cronologia in “28 aprile 1945, Treviso. Il CLN ordina l’insurrezione”. (Blog Treviso 1945, Liberazione ).
[5] «Il proiettile [del cannone contraerei 8,8 cm Flak] ad alto esplosivo aveva una quota massima di 9.900 m, ma raggiungeva la massima efficacia a 8.000 m, la massima gittata nel tiro terrestre era di 14 800 m. Utilizzato come arma anticarro poteva impegnare bersagli con il tiro nel primo arco (tiro diretto) fino a 3000 m». (Wikipedia).
[6] L’ordine di occupazione della città di Treviso verrà dato nel pomeriggio del 28 aprile.
Nel frattempo le forze armate venete della RSI si erano arrese senza condizioni alle forze della Resistenza (27 aprile ore 20,30, Padova, cfr. Azioni militari del periodo insurrezionale... , p. 18). Pertanto non fu attuato il piano di difesa del capoluogo messo a punto il 20 marzo 1945 dal 29° Comando Militare Provinciale. (Borghi, cit . p. 30). Da parte loro le brigate nere di Treviso — dopo che al mattino del 27 aprile avevano consegnato al vescovo Antonio Mantiero (recatosi dal federale Galante con una proposta di resa stilata dai partigiani) una controproposta in cui ponevano le proprie condizioni si erano fulmineamente eclissate, senza attenderne l'esito. (Maistrello, XX Brigata Nera... , pp. 190-191).
[7] La precisazione sul modello del camioncino utilizzato dai partigiani è di Mario, figlio di Carlo Mazzon, uno dei due soci. (File 17012603).
[8] Gli storici mulini Mandelli, attivi già in epoca veneziana quando macinavano per la Serenissima, sorgevano alla confluenza della Storga con il Sile.
Per la SEPRAL la Fermi&Mazzon aveva a disposizione stabile uno dei suo camion.
«Mio papà possedeva, insieme a Mirco Fermi due FIAT 18 BL […] su uno dei due era scritto SEPRAL - Sezione provinciale alimentazione - e quello era intoccabile». Testimonianza di Mario Mazzon, file 17012603, 02:20 .
[9] Botter, nato il 30.12.1924, abitava a Silea e gestiva un laboratorio di riparazioni radio fra la strada Callalta e la restera del Sile, a Porto di Fiera, nella casa e in società con Romeo Caldato, partigiano della Bottacin e fratello del più noto Marcello Caldato “Sauro”, che nei giorni dell’insurrezione fu a capo della stessa brigata Bottacin: la “Brigata Bocia” , così chiamata da Botter.
La partenza dei partigiani “dalla Storga” è confermata anche da Ferdinanda Arrigoni di Villorba, che ricorda come anche a suo padre - che lavorava per l’appunto alla Storga - i partigiani avevano chiesto di unirsi a loro, ma lui si rifiutò avvertendo che Villorba “era piena di tedeschi”. (File 170011909, 01:33-02:50).
[10] La relazione di Botter è stata consegnata all'Autore in occasione dell'intervista effettuata a Fiera il 30 gennaio 2017 (file 17013004).
Italo Buttazzoni, che abitava in via Dandolo nei pressi della stazione ferroviaria, frequentava i partigiani di Fiera. Ricorda Botter: «Era militare di leva e veniva da noi in bottega entrando da via Callalta e usciva disarmato dalla parte del Sile. Lasciava lì il fucile per i partigiani e noi lo mettevamo in una cassa che avevamo sepolto nell’orto». (File 17013004, 04:46).
[11] Elio Cibin, 30 giugno 1927 - 10 aprile 2017, sindacalista e dirigente della Cgil, non faceva parte di nessuna brigata partigiana, ma per residenza (via Callalta - Porto di Fiera), ambiente sociale e frequentazioni, era “organico” al movimento di Resistenza e, in particolare dopo la
Liberazione, con la sua militanza nel PCI e nel sindacato, fu a contatto con tutti i protagonisti della guerriglia di pianura. Cibin non ha dubbi che la sfortunata azione dei partigiani di Fiera non sia stata improvvisata, ma rispondesse a una precisa richiesta delle formazioni partigiane
della zona. La testimonianza di Cibin è stata raccolta il 26 gennaio 2017 (file 17012601) nella sua abitazione di via Veronese, a Fiera, presenti - oltre alla moglie Adalcisa (Milena) - Adriano Caldato e il laureando Nicola Gnocato.
[12] Cibin, Idem , 03:15.
[13] [27 aprile 1945] «I prigionieri tedeschi, i fascisti ed i materiali che man mano vengono catturati sono tradotti alla Cartiera Burgo e consegnati al comando della Brigata, dove, per le spie fasciste di notoria attività criminosa, si è costituito un Tribunale partigiano.
I prigionieri di guerra tedeschi, invece, vengono trattati secondo le convenzioni internazionali». (“Breve relazione sulle operazioni di guerra [...] della Brigata 'U. Bottacin', 25 aprile-8 maggio 1945”, in Brunetta, 1945: la Cartiera Burgo... , p. 104).
Solo nella seduta del CLNP del 3 maggio 1945 verranno indicate «come unico campo di concentramento dei detenuti politici e dei prigionieri di guerra (con sezioni distinte) le caserme di Monigo». (Borghi, cit ... , p. 93).
[14] Cibin, Idem , 01:20 e 11:16.
[15] Cibin, Idem , 02:30.
[16] Praticamente “gli andarono  in bocca”, commenta Agostino Zago. (File 17012001, 13:56).
[17] Che all’interno delle scuole di Villorba non ci fossero solo i partigiani partiti dalla Storga lo sappiamo dalla cronistoria del parroco di Villorba don Giuseppe Bagaglio, il quale afferma che il 29 mattino furono uccisi otto dei quattordici “patriotti” «catturati due giorni prima a Fontane».
Anche lo storico locale Onorio Ghirardo parla di una quindicina di partigiani prigionieri all’interno delle scuole elementari di Villorba.
[18] «Dal 15 novembre 1944 al 17 gennaio 1945, l’Asilo Infantile, retto dalle Suore (Sorelle della Misericordia di Verona), fu occupato da un reparto germanico. Durante tutto quel tempo ho potuto constatare la massima disciplina e grande rispetto, sia da parte degli ufficiali che dai soldati». (Cronistorie di guerra ... 1939-1945,  p. 832)
[19] Bortoletto, per questa sua attività con i tedeschi non ebbe vita facile nel dopoguerra e per non essere bersaglio di possibili vendette si rifugiò a Conegliano, dove avvenne l’incontro-intervista con Onorio Ghirardo.
[20] Testimonianza di Agostino Zago, che ricorda quanto gli riferì un suo parente, Riccardo Zago, abitante nella casa di fronte al Capitello del Cristo”, nel luogo in cui avvenne la cattura dei partigiani di Fiera la sera del 27 aprile 1945.
[21] «Erano i due più anziani [... e, fra gli altri sei,] ce n’era uno molto giovane, aveva i calzoncini corti, avrà avuto 18 anni, sembrava un ragazzino [paréa un tosatel] ». Testimonianza di Agostino Zago, Villorba, 1932. (File 17012001, 08:26 e 09:56). Quella domenica mattina il chierichetto Agostino accompagnò il cappellano a portare gli Oli Santi ai fucilati.
Sulla disperata fuga verso la salvezza di due fra i condannati a morte, non essendoci stato nessun testimone oculare, ci furono anche anche ad altre versioni. Albino Pizzolato, ad esempio, riportando i ricordi di sua madre, afferma che i due avevano già raggiunto il fossato quando furono rincorsi e lì fucilati dalle SS. Sarà poi il fratello del custode del cimitero a raccoglierli e a portarli vicino agli altri. (Comunicazione all'Autore, 25 aprile 2017).
[22] Per la reazione del Comando Piazza di Treviso, cfr. Schiavetto, Intervista a Enrico Opocher..., Documento 38: “Comunicazione di Vittorio, commissario del Gruppo Brigate Garibaldi di Treviso al Comando Piazza”, pp. 197-198. Nella concitazione di quelle ore l'episodio venne riferito come accaduto a Povegliano, ma si tratta senza alcun dubbio della fucilazione di Villorba.
[23] La ricerca nell'archivio parrocchiale di Fiera è stata effettuata da Adriano Caldato.
Sulla grande partecipazione popolare ai funerali dei partigiani e sui commenti della popolazione, cfr. testimonianza di Elio Cibin, file 17012601, 16:20 e 20:12.
[24] La voce popolare, a Fiera, vuole che sul muro del cimitero siano ancora presenti i fori delle pallottole sparate ai partigiani. In effetti, nella parete alle spalle del piccolo monumento posto di fronte all’ingresso del cimitero ci sono delle sbrecciature nelle pietre che possono far pensare all’impatto delle pallottole, «ma non è così, precisa Onorio Ghirardo, perché i partigiani non furono fucilati in quel punto, ma nella parete nord del cimitero dove è posta la lapide del comune di Villorba».
[25] Intervista a Elio Cibin del 26 gennaio 2017, 17:42-19:45, sintesi.
Elio Fregonese fu partigiano, dirigente sindacale, deputato del PCI e nel 1992 fondatore dell'Istresco, assieme a un altro partigiano, il due volte sindaco DC di Castelfranco Veneto, Gino Sartor.