domenica 18 marzo 2018

DOCUMENTI - Partigiani fucilati a Villorba


La relazione del partigiano Rino Botter (Porto di Fiera - Treviso)

Rino Botter, partigiano di Fiera, ricorda la genesi dell'azione di Italo Buttazzoni
e degli altri partigiani fucilati a Villorba dalle SS il 29 aprile 1945. 
(Archivio privato Rino Botter, Fiera (TV) - Date e firma autografe)

Trascrizione

I Partigiani fucilati (1945)

«La preoccupazione di doversi scontrare con bande di fascisti o tedeschi, ci poneva il problema di ricuperare delle armi, visto che quelle a nostra disposizione erano insufficienti a garantire la difesa in caso di attacco.
Ci giunse la notizia che la caserma De Dominicis, sita sulla via per S. Bona, fine via Luzzatti, era rimasta sguarnita per la defezione dei militari, e che quindi si potevano ricuperare le armi lasciate dagli stessi in fuga.
Un nostro affiliato partigiano, Italo Buttazzoni, pensò di organizzare una spedizione per ricuperare le armi, ed a tale scopo si mise d’accordo con altri sette ragazzi per andare alla caserma e allo scopo chiese consenso a me che in quel momento avevo la responsabilità della brigata. Tengo a precisare che, dopo avergli consegnato la mia bicicletta per andare a recuperare i compagni per l’impresa, gli diedi ordine, insistentemente, che se in caserma ci fosse ancora presenza di militari, di tornare indietro e riferire per ulteriori decisioni. Egli mi confermò che avrebbe agito come da me ordinato.
Andò da mio cugino, Carlo Mazzon, a farsi prestare un camioncino, e per guidarlo chiamò Alerame Zanin che era nostro simpatizzante e con tutti i ragazzi si portò alla Caserma.
Purtroppo la caserma, contrariamente alle informazioni, era presidiata da militari.
Italo allora commise il grave errore di non tener conto dei miei ordini, e anziché tornare indietro, si portò verso Villorba per chiedere la collaborazione di un altro gruppo di partigiani per attaccare il presidio della caserma. Purtroppo, nel percorso, si imbatté in una colonna di soldati tedeschi in ritirata, provenienti da una zona non controllata dall’accordo di tregua *, ai quali però si arresero per evitare il peggio. Il parroco di Villorba, venuto a conoscenza della situazione, intervenne presso i tedeschi ed ebbe assicurazione che i ragazzi sarebbe stati rilasciati il mattino successivo, alla partenza della colonna militare. Invece i tedeschi, prima di partire, portarono i ragazzi alla mura del cimitero e li fucilarono. La terribile notizia ci fu portata da Alerame il quale si salvò perché Italo, nonostante la drammatica situazione, ebbe la forza, al fine di salvare almeno lui, di dire ai tedeschi che non c’entrava con loro e che lo avevano costretto con le armi ad accompagnarli.
Alerame portò la notizia a me e a Romeo Caldato * * che in quel momento si trovava con me e gli raccomandammo di non far trapelare la notizia finché non avessimo informato le relative famiglie onde evitare che si creassero allarmismi non controllati, assai pericolosi in quella situazione. Immediatamente, con Romeo, mi presi il doloroso incarico di informare le famiglie più vicine ed inoltre pregai il parroco di Fiera, don Giovanni Michelan di avvisare il altri. Non dimenticherò mai il trauma dei famigliari e del parroco stesso nel dar loro la terribile notizia». Rino Botter (1950 circa)

* Botter si riferisce alle difficili e lunghe trattative che portarono alla resa della contraerea di Silea, nella notte tra il 28 e il 29 aprile 1945. Trattative di cui rievoca le conclusioni anche in un’intervista del 30 gennaio 2017, file 17013004, 12:42- 13:36.
* * Romeo Caldato "Giacobbe", di Silvio e Taffarello Maria, nato a Fiera il 12.2.1921, radiotecnico, militare nella R. Aeronautica - allievo sergente pilota, era intendente del Gruppo Brigate Garbaldi di Treviso. Il fratello Marcello Caldato "Sauro", nato il 10.1.1919, radiotecnico, militare nella R. Marina col grado di "maresciallo - torpediniere" nei giorni dell'insurrezione popolare era comandante della Brigata Bottacin. (Dati presenti nelle relative domande di iscrizione all'ANPI, Aistresco b. 47, fondo Anpi)


29 aprile 1945 ore 10,30 - Dispaccio del commissario di guerra del Gruppo Brigate Garibaldi Carlo Geromin "Vittorio" al Comando Piazza di Treviso

Si basa su quanto riferito dall’unico scampato alla fucilazione, Alerame Zanin.
Nella concitazione del momento — il rapporto è stilato “a caldo” nella stessa mattinata del
29  aprile — viene confuso il paese di Villorba con Povegliano, che forse era il luogo di destinazione del camion dei partigiani. Altre imprecisioni si riscontrano nel numero dei partigiani e dei fucilati (dieci anziché nove) e nella modalità della fucilazione, che non avvenne sul posto.
Ma il documento si riferisce inequivocabilmente al fatto di Villorba.


Alle 10,30 del 29 aprile, il commissario delle brigate garibaldine
Carlo Geromin “Vittorio” comunica al Comando Piazza di Treviso la fucilazione dei partigiani a Villorba,
nella concitazione del momento scambiata per Povegliano.
(Da Fausto Schiavetto, Intervista ad Enrico Opocher ... ,  documento n. 38, pp. 197-198)

Trascrizione


Corpo Volontari della Libertà
Gruppo Brigate d’Assalto Garibaldi
Z.O. 29/4/45 : ORE 10,30
Al Comando Piazza […]
«Vi informiamo che una nostra pattuglia di 10 uomini S.A.P. partiva in camion il 27 scorso alle ore 20 precise da Fiera alla volta di Povegliano.
All’entrata in paese di Povegliano la nostra squadra veniva bloccata da un’autocolonna tedesca.
I nostri uomini vista la superiorità numerica e nella impossibilità di sganciarsi, cedettero le armi senza sparare un colpo. I tedeschi procedettero al disarmo e, dopo aver rilasciato l’autista, FUCILARONO sul posto i nove uomini in loro mano.
L’autista di comune accordo col parroco del paese ha stabilito la loro sepoltura e, messosi in contatto con nostri gruppi della zona, ha potuto rientrare stamattina e riferire quanto sopra.
Pertanto vi preghiamo vivamente di prendere posizione rispetto ai soldati tedeschi già caduti in nostra mano o che vi cadessero in seguito, e dare disposizioni.
Morte agli invasori tedeschi
Morte ai traditori fascisti
Il commissario politico
del Gruppo Brigate - Treviso
(Vittorio)
[Risposta del Comando Piazza]
Parlamentare ai nuclei di resistenza con nostro foglio intimidatorio
…. rappresaglie anche per questo fatto ».
Fausto Schiavetto, Intervista ad Enrico Opocher ... , doc. n. 38, pp. 197-198.  


Il punto in cui i partigiani furono catturati, la sera del 27 aprile 1945

Il luogo dell'imboscata delle SS. A destra il capitello del Cristo e il campanile di Villorba.
A sinistra la casa di Riccardo Zago, all'esterno della quale i nove partigiani furono radunati e percossi
prima di essere condotti in prigione nelle scuole del paese. (Foto: 8 marzo 2018)


Testimonianze raccolte dallo storico di Villorba Onorio Ghirardo 

Le testimonianze raccolte dal ricercatore cav. Onorio Ghirardo:
sintesi delle interviste effettuate a Delfino Zago, Agostino Zago,
Gino Ghirardo e Giuseppe Fantin. (Archivio privato Onorio Ghirardo)

Trascrizione

Delfino Zago racconta: «Nel pomeriggio del 27 Aprile 1945 un’autolettiga* con 12 partigiani arrivò a Villorba da Fiera di Treviso passando per via Trento (Villorba) dove vennero fermati in un posto di blocco fatto dai tedeschi i quali avevano varie armi tra cui una mitragliatrice. I partigiani dovettero scendere e furono disarmati dopo di che furono allineati al muro della casa della famiglia Zago. Qui furono picchiati, e tra le loro urla si poteva udire la parola “mamma” più volte invocata … alcuni di loro caddero a terra dalle percosse ricevute. Da qui furono portati al comando dei Tedeschi situato presso la scuola comunale di Villorba.
A causa di quest’evento nel comune si era creato un clima di tensione, per il possibile attacco dei partigiani al fine di liberare i prigionieri dei tedeschi. A questo punto entra in gioco il parroco [Don Giuseppe Bagaglio], il quale fece da intermediario tra i tedeschi ed i partigiani e rassicurò quest’ultimi che prima di lasciare il paese i tedeschi avrebbero liberato i prigionieri. Le vicende non andarono così perché furono liberati solo 4 partigiani e gli altri 8 furono fucilati dietro le mura del cimitero. Si racconta che i 4 fortunati furono liberati grazie ad una ragazza di Villorba».
Agostino Zago racconta: «Io che facevo il chierichetto nella parrocchia di Villorba fui chiamato dal cappellano per accompagnarlo presso il cimitero dove stava andando a dare la benedizione ai partigiani uccisi. Di questi 6 erano ammucchiati uno sopra l’altro e sporchi di sangue, uno era a circa due metri e l’altro era vicino al fosso…  si pensa avessero tentato la fuga. Tutti avevano un foro in testa».
Gino Ghirardo racconta: «I partigiani locali appena sentito l’avvenuto arresto dei partigiani si mobilitarono per liberarli con l’idea di accerchiare il centro di Villorba. Quest’idea non fu messa in atto grazie al parroco il quale aveva assicurato il futuro rilascio, che in realtà non avvenne».
Giuseppe Fantin racconta: «Vorrei cominciare questo ricordo precisando che questi militari tedeschi che erano a Villorba si vantavano, mostrando delle fotografie, di aver liberato Mussolini dal luogo di prigionia presso il Campo Imperatore.
Ritornando ai fatti i partigiani prigionieri erano rinchiusi nelle scuole e venivano accompagnati per i loro bisogni fisici a casa mia che era situata di fronte al luogo della prigionia. Una sera mentre un partigiano veniva accompagnato nella mia casa mi parlò in dialetto, in modo tale che i tedeschi non potessero capire, e mi chiese di andare dal parroco e chiedergli di suonare le campane così le avrebbe potute sentire per l’ultima volta… Io non ebbi coraggio di chiedere questo al parroco… ed ancora oggi mi rammarica di non aver esaudito il suo ultimo desiderio. Il mattino della fucilazione i tedeschi accesero i motori al fine di confondere le urla dei condannati portati alla fucilazione».

* L’utilizzo di un’autolettiga per questa azione partigiana, non risulta confermato dai testimoni di Fiera, che riferiscono invece dell’uso di un camioncino Fiat 18BL della ditta Fermi&Mazzon.



L'ora della fucilazione (dagli atti di morte del Comune di Villorba)


 La fucilazione dei partigiani a Villorba avvenne “all'alba” del 29 aprile 1945.
Atto di morte di Luigi Fantin. (Ufficio Anagrafe Comune di Villorba) 

Trascrizione



[Comune di Villorba]
Atti di Morte - Parte I - [1945]
[Numero 70 - Fantin Luigi]

L'anno millenovecentoquarantacinque addì sette del mese di Agosto alle ore dieci e minuti cinquanta nella Casa Comunale.
Avanti a me Rigato Luigi applicato, Ufficiale dello stato civile del Comune di Villorba delegato con atto ventuno Aprile millenovecentoquarantadue è comparso Fantin Erminio di fu Rodolfo di anni Ventidue Fonditore residente in Treviso il quale alla presenza dei testimoni Pasquali Guido di Antonio di anni quarantadue Impiegato residente in Villorba e Carrer Luigi di fu Angelo di anni Settanta Impiegato residente in Villorba mi ha dichiarato quanto segue:
Il giorno ventinove del mese di Aprile dell'anno millenovecentoquarantacinque alle ore all'alba [...] nel cimitero di Villorba è morto Fantin Luigi dell'età di anni ventiquattro cittadino italiano [cancellato "di razza"] residente in Treviso Facchino che era nato in Silea da fu Rodolfo Facchino residente in vita a Treviso e da Barbon Maria Casalinga residente in Treviso e che era Celibe.
Letto il presente atto agli intervenuti lo hanno questi con me sottoscritto [...] ».



La testimonianza di Elisabetta Bortoletto raccolta da Onorio Ghirardo


Brano della testimonianza di Elisabetta Bortoletto relativa al suo intervento per strappare alla
fucilazione i partigiani imprigionati nelle scuole di Villorba. (Archivio privato cav. Onorio Ghirardo)

Trascrizione integrale

Intervista alla Sig.ra Elisabetta Bortoletto: «Era il 27.04.1945, ero fuori casa quando passò un’autolettiga che da Fontane andava verso Villorba; a me sembrava un camioncino con dei giovani a bordo. Solo dopo seppi che erano in dodici. Erano infatti le prime ore pomeridiane, quando mi riferirono che quei giovani erano stati catturati dai tedeschi vicino al cimitero di Villorba e che fra loro c’era anche mio fratello.
Io lavoravo come interprete al Comando Generale di Piazza, che si trovava dove è ora Villa Zanetti a S. Artemio *; là ero molto stimata. Il Comandante mi rilasciò un documento di trattare  per quei giovani; mi precipitai a Villorba nelle scuole, luogo in cui i tedeschi delle SS avevano il loro Comando, là avevano anche altri prigionieri tra i quali anche alcuni partigiani. Io sapevo bene il tedesco e cominciai a trattare la liberazione dei giovani; sulle prime mi presero per una spia ma tanti di loro, i più giovani, capivano che non era così. Alcuni giovani prigionieri avevano i documenti rilasciati dal Comando tedesco ed io insistevo su questa documentazione.
Io cercai prima di tutto di salvare mio fratello e poi gli altri, e mentre si discuteva è arrivato un graduato che gli diceva “uccidili, uccidili” ma alla fine ci hanno lasciato.
Quelli che poi sono stati fucilati era perché erano armati. La mia forza era quella che insistevo sulla documentazione che attestava che facevano la guardia ai ponti e alla ferrovia.
Alla fine riuscii a portarne fuori sette, alcuni dei quali erano con mio fratello; si erano aggiunti ai partigiani strada facendo. Una volta rilasciati, i tedeschi addirittura ci fornirono alcune biciclette che avevano requisito i giorni precedenti. Il Comandante mi disse: “vada, vada, che i tempi stringono” e tutti e otto arrivammo a casa mia nella tarda mattinata del giorno dopo.
Come vicini di casa avevamo una famiglia di cosiddetti partigiani, molto crudeli, e noi avevamo tanta paura, perché io lavoravo al Comando germanico come interprete e loro pensavano che fossimo dei collaboratori dei tedeschi. Tutti noi rilasciati da Villorba ci nascondemmo in una soffitta per alcuni giorni finché le acque si furono calmate.
Quella notte il parroco sapeva che molti dei partigiani venivano uccisi perché fatti prigionieri con armi, e mi affidò una lettera da consegnare al Vescovo ** per sapere come doveva comportarsi con i morti fucilati. Mio fratello la consegnò al Vescovo che rispose con una lettera da portare al Parroco di Villorba.
Qualche giorno dopo *** mandai mio fratello Severo detto Lelli a villa Zanetti, ad avvertire il Comando Piazza che garantiva per me in quanto sua interprete di fiducia, ma i cosiddetti partigiani avevano ucciso tutti tedeschi».

Io [Onorio Ghirardo] aggiungo dicendo che il giorno della fucilazione ho visto il fratello della signora con un carretto trainato da un asino con alcuni cofani mortuari per accogliere i fucilati.

* Il Comando Piazza tedesco (Platzkommandantur) si trovava in realtà sì a S. Artemio, ma in Villa Margherita. Cfr. Relazione introduttiva di Federico Maistrello alla serata con Aldo Cazzullo, (Spazi Bomben - Treviso, 10-6.2015), minuto 01:51. Vedi anche la testimonianza di Carlo Minello, 1921, amico del caduto partigiano Consolato Laganà e, durante la guerra, abitante a S. Artemio di fronte a Villa Margherita.
** Di un contatto del parroco di Villorba con il vescovo di Treviso, avvenuto il 29 aprile 1945, c'è traccia nel verbale della seduta del CLN provinciale del 30 aprile 1945. Cfr. Marco Borghi, Dopo la guerra..., p. 85.
*** Si tratta di un'evidente incongruenza, in quanto i tedeschi avevano abbandonato Treviso già domenica 29 aprile, giorno in cui nel capoluogo si insediarono il nuovo prefetto Leopoldo Ramanzini e le altre autorità nominate dal CLN.



La cronistoria del parroco di Villorba don Giuseppe Bagaglio
Cronistoria del parroco di Villorba: «Il Comandante tedesco avea assicurato
il parroco che li avrebbe lasciati liberi tutti... ».
(Cronistorie di guerra ... 1939-1945, a c. di Erika Lorenzon)


Trascrizione

«29 Aprile 1945 = Giornata luttuosa. Una compagnia della S. S. tedesca (si giudica quella stessa che avea liberato il Duce dalla fortezza del Gran Sasso), si rese colpevole dell’uccisione di otto patriotti, catturati due giorni prima a Fontane; il parroco, appena seppe del truce divisamento si interessò, per ottenere la loro liberazione o almeno che, pur rimanendo ostaggi, non venissero fucilati oppure fossero mandati a lavorare in Germania. Fu fiato sprecato: di 14, quanti erano, ne furono uccisi Otto, mentre ripetutamente il Comandante tedesco avea assicurato il parroco che li avrebbe lasciati liberi tutti prima di partire da Villorba. Più doloroso fu che i tedeschi non ebbero nemmeno la lontana idea di favorire i condannati dell’assistenza religiosa: furono fucilati vicino al cimitero inconfessi, mezz'ora prima della partenza dei soldati tedeschi».




27 - 28 aprile 1945: Battaglione Rino e Bruno Chiarello, combattimenti e cattura di soldati tedeschi nei dintorni di Treviso

Nei giorni in cui i patrioti di Fiera erano rinchiusi nelle scuole di Villorba, un solo battaglione partigiano catturò un discreto numero di soldati tedeschi. Pertanto l'ipotesi di uno scambio di prigionieri fra partigiani e tedeschi non sarebbe stata campata in aria. Se non fosse stato per l'assoluta indisponibilità tedesca a trattare con avversari da loro considerati non militari, ma civili "franchi tiratori", con un'interpretazione del tutto restrittiva della Convenzione dell'Aja del 1907 a quel tempo in vigore.
Si veda, per quanto riguarda questo comportamento dell'esercito occupante, l'episodio della resa alla Fonderia ricordato dal testimone Berto Secoli, con i comandanti germanici di quel ricco deposito della sussistenza che pur di non arrendersi ai partigiani andarono a consegnare le armi in casa dell'appuntato dei vigili urbani Secoli, cioè a un uomo in divisa, un rappresentante dell'autorità costituita ... e nel frattempo arrivarono i partigiani a cacciarli, provocando morti e feriti nelle loro fila.

Cattura di prigionieri tedeschi da parte dei partigiani del battaglione Chiarello
nei combattimenti attorno a Treviso dei giorni 27 e 28 aprile 1945.
(Aistresco, ID 123, b.10, fasc. Azioni militari, Diario storico btg. Rino e Bruno Chiarello)

Trascrizione
«Venerdì 27 disarmo dei tedeschi impossessandosi delle armi, arresto di 3 brigate nere nella zona di Treviso mentre un altro gruppo attaccava nei pressi di Vascon un presidio tedesco facendo tre morti e vari prigionieri
Sabato 28 Aprile ore 13 nei pressi di Maserada si attaccava un camion tedesco dopo una ventina di minuti di sparatoria abbiamo avuto la meglio, il nemico ha lasciato sul terreno due morti ed una ventina di feriti. Da parte nostra un ferito leggero. Ore 16 2 camion tedeschi carichi di benzina e munizioni sono stati riquperati, in questa azione abbiamo fatto 17 prigionieri, materiale [e] prigionieri sono stati portati a Mignagola.
Ore 18 un posto di soccorso veniva da noi organizzato in città (S. Francesco) Ore 20 in collegamento con la Brigata Bavaresco un nostro gruppo blocca le strade che dalle Corti porta in città, mentre altri reparti attaccavano la fonderia sita a S. Maria del Rovere, sostenendo un duro combattimento, due dei nostri compagni sono stati feriti, mentre il nemico ha lasciato sul terreno 4 morti e una decina di feriti.
Ore 23 una nostra pattuglia attacca un gruppo di tedeschi (7) sulla strada Circonvallazione fra Porta Manzoni e Porta Filippini disarmandoli e trattenendoli prigionieri.
Ore 23,30 la stessa pattuglia punta direttamente in città da via Manzoni S. Francesco, piazza S. Vito, Piazza dei Signori, S. Leonardo, Piazza Mazzini ove all’uscita della città (Porta S. Tommaso) attacca un camion tedesco che dopo sparatoria riesce a fuggire. Nostri gruppi intanto sono impegnati nei pressi di Villa Margherita (S. Artemio) con formazioni tedesche che tentano la fuga dai vari comandi anche qui sono stati fatti dei prigionieri e recuperato armi».
(Aistresco, ID 123, b.10, fasc. Azioni militari, Diario storico btg. Rino e Bruno Chiarello)


Iniziative dei comunisti di Fiera a favore dei partigiani caduti

Sottoscrizione a favore delle famiglie dei caduti partigiani
indetta a Fiera da Mirko [Mirco] Fermi e dalla sezione del Partito Comunista.
(Il Gazzettino, particolare di un articolo del 25 luglio 1945)

Trascrizione
Il popolo di Fiera / alle famiglie dei caduti / per la liberazione
«La Sezione di Fiera del Partito comunista comunica:
A Fiera subito dopo la liberazione, su iniziativa dell’industriale Fermi Mirko [Mirco], è stata raccolta la somma di L. 320.900 da devolvere alle famiglie dei Caduti per la liberazione ed ai più bisognosi. [...]
Le somme raccolte sono state così distribuite:
A famiglie di Caduti per la Liberazione: Benvenuto Guido 30 mila; Cattarin Giovanni 15 mila; Vedova Mestriner 10 mila; Madre Caduto Mestriner 10 mila; Buttazzoni Cecilio 20 mila; Fantin Maria 20 mila; Gobbo Roma 15 mila; Moretto Fioravante 10 mila; Paoli Nicola 15 mila; Soldera Carlotta 15 mila; Famiglia Conte 5 mila; Campanella Emma 10 mila.
Per funerali Caduti sono state pagate alla ditta Pascotto L. 2800, Nardellotto Agostino lire 20.700. Per i funerali la Ditta Mobilificio Piovesan ha offerto tre casse in larice.
In occasione del Trigesimo sono state spese L. 1270 e cioè L. 230 per epigrafe, L. 500 per ufficiatura funebre, L. 540 per foto.
Per lapidi Caduti Mestriner, Fantin, Gobbo sono state pagate alla ditta F.lli Bisetto di Fiera L. 19.160.
La somma offerta alla famiglia del Caduto [Buttazzoni] Italo è stata devoluta dalla famiglia stessa per una tomba che verrà fatta a suo tempo. Per ora la somma è accantonata nella sede del Partito Comunista di Fiera. [Primo accenno all'ipotesi di un monumento in memoria dei caduti].
Somme distribuite a famiglie povere del paese: Foffano Sottana lire 3000, De Longhi Bianca 3000, Cervasel Arsilia 3000, Crosato Luigi 1500; Fermi Fortunato 500; Piccolo Luciana 1000; Bianchin Leonilde 2000, Gentilin Rosa 3000, Gargiulo Clara 2000, Albanese Carmela 2000, Grassato Imelda 1500, Fiabon Ginevra 1500, Saran Augusta 1000, Brusatin Pia 2000, famiglia Fantin 1000. A dei Patrioti calabresi che rientrano in famiglia L. 1000. Ad un internato dalla Germania che rientra a casa L. 500. Totale L. 248.430.
La somma rimasta e cioè L. 72.470 è stata consegnata interamente, insieme con le ricevute delle somme erogate, al Comitato d’Ass.[istenza] formatosi in questi giorni e formato interamente dal Comitato di Liberazione Nazionale Rionale di Fiera. Di detto Comitato fanno parte i sigg. Barbon Emilio, Barbaro Eugenio, Cian Pietro, Fregonese Bruna, Mazzariol Italo, Varaschin Antonio, Fermi Mirko.
Le somme sono state distribuite dopo il consenso di una commissione formata da 13 persone del luogo».  (Il Gazzettino, 25 luglio 1945)





Alerame Zanin (1911-1966), autista del camioncino dei partigiani fucilati a Villorba e unico sopravvissuto,
in una foto del 1960. (Collezione Mario Mazzon). Alerame — uno dei sette figli (quattro maschi e tre femmine)
del venditore ambulante Vincenzo (Cencio) e di Elvira Toniolo   apparteneva a una 

delle più note famiglie di comunisti e partigiani di Porto di Fiera.
Suo fratello Antonio (Toni del pesce, pescivendolo, venditore di folpi alle Fiere e di angurie d'estate
all'angolo fra la via che porta alla chiesa e la Callalta) nei giorni dell'insurrezione era vicecapo di SM
del btg. autonomo garibaldino Rino e Bruno Chiarello operativo nel capoluogo e nella periferia.

(Informazioni sulla famiglia Zanin: Adriano Caldato di Porto di Fiera.
Sul ruolo di Antonio Zanin nella Resistenza: Aistresco, b. 26, id 374,
 fasc. Diario storico generale delle formazioni partigiane del Trevigiano)

Alerame Zanin appoggiato all'ingresso della sua abitazione in via Callalta 39
(Porto di Fiera). Alerame, pur avendo una menomazione a una gamba a causa
della poliomielite, riuscì ad ottenere la patente e a lavorare con i camion di Mazzon e Fermi.
Il primo da sx è il padre di Alerame, Vincenzo (Cencio) Zanin. La bambina in primo piano
al centro della foto è Alba Cibin, sorella del sindacalista Elio. (Collezione Mario Mazzon)
 

Prato di Fiera, poco dopo la guerra. A destra Mirco Fermi, uno dei proprietari
del camioncino Fiat 18BL usato dai partigiani e promotore (con la sezione del PCI di Fiera)
della sottoscrizione pro famiglie dei caduti e per l'erezione del monumento.
L'altro proprietario del camion era Carlo Mazzon, non presente in foto.
(Collezione Mario Mazzon, Porto di Fiera)


Hanno collaborato a questa ricerca (e ringrazio)

Il cav. Onorio Ghirardo, Villorba.

Agostino Zago, nato a Villorba e residente a Ponzano Veneto.

Rino Botter (a sinistra), nato a Silea e residente a Fiera.
Adriano Caldato, nato e residente a Porto di Fiera



venerdì 16 febbraio 2018

La morte di mio fratello, ucciso dai fascisti. (Riccardo Pestrin, Pezzan d'Istrana, 5 giugno 1944)

Il 5 giugno 1944 fascisti italiani e nazisti tedeschi, giunti a Pezzan a bordo di camion, fecero irruzione in casa Pestrin alla ricerca di paracadutisti alleati che si diceva fossero nascosti nella loro campagna [1]. I giovani in età di leva che si trovavano nel cortile riuscirono a fuggire e a nascondersi nei campi; il non ancora diciassettenne Riccardo - era nato il 21 novembre 1927 - inizialmente pensò di trovare rifugio in casa...
Ricostruiamo l'episodio con la testimonianza di Eugenia Pestrin, sorella di Riccardo [2] e con la "cronistoria" di don Francesco Longato, parroco di Pezzan.

Testimonianza di Eugenia Pestrin

Eugenia Pestrin
Era di giugno, verso sera. Il nostro cortile era pieno di gente, c’era la trebbia per batar el strafojo e oltre a noi c’erano anche altri contadini venuti a portare il loro trifoglio da seme [3].
Sono arrivati i fascisti con i camion, le chiamavamo le brigate nere [4], e quando hanno visto la gente che scappava si sono messi a mitragliare, e noi non sapevamo neppure perché.
Sparavano in mezzo ai campi di frumento, dove in tanti si erano nascosti sperando di non essere visti perché il frumento era alto.
Io e mio fratello Riccardo ci siamo riparati dentro casa, in camera. Mio fratello mi ha chiesto: “Dove posso andare a nascondermi?”. Io gli ho detto: “Vai sotto il letto”, e lui è andato sotto il letto a nascondersi, ma deve aver fatto rumore con le broche [5] degli zoccoli perché i fascisti si sono insospettiti e volevano salire nelle camere.
Mia mamma ha gridato: “Anche sotto il letto vanno a guardare!”. Lui ha sentito, ed è scappato. Ha aperto il balcone, è sceso dalla finestra, ha fatto il giro della casa ma non ha fatto in tempo ad arrivare in fondo alla vigna che lo hanno mitragliato e lo hanno ammazzato. Altri giovani sono invece risusciti a scappare, fra cui un certo Leo, un militare di Colonnella (Teramo) sbandato dopo l'8 settembre, che mio papà aveva accolto in casa.
Riccardo invece l'hanno colpito ed è rimasto per terra nella vigna. E neanche gli si poteva andare vicino.
Hanno chiamato il prete Francesco Longato per dargli gli Oli Santi e i fascisti non volevano lasciarlo passare. Ma il nostro prete non aveva paura, è andato avanti lo stesso, e mia zia Nori (Eleonora) è andata con lui vicino a Riccardo.
Poi i fascisti sono andati via, è venuto buio ed è iniziato a piovere. Era un periodo di grande siccità. Erano tre giorni che andavamo in chiesa a pregare perché piovesse. E proprio quella notte si mise a piovere, con mio fratello per terra sotto la pioggia. Allora mia zia Nori è andata a prenderlo, perché non voleva che prendesse la pioggia. L’ha trascinato fino a casa e si è fatta aiutare per portarlo nella sua camera e distenderlo nel suo letto.
Un falegname di Istrana, Ettore Fantin, ha fatto la bara.
C’è stato un gran funerale. Io ero in camera con mia mamma, che era a letto perché stava male. E siccome la nostra casa era vicina alla strada mia mamma diceva: “Senti, Eugenia, stanno andando in cimitero a seppellire Riccardo”.
Il cappellano di Pezzan, don Davide Carraro originario di Tombolo, ha scritto anche una poesia per l’epigrafe, che un poco ricordo:
«Sera di strazio e di morte / fu quella del 5 giugno del ‘44 / [...] Un’ingiusta raffica di mitra / alla soglia della propria casa / stroncava la giovine vita / di Pestrin Riccardo / di appena sedici anni [...] / un fiore non ancora sbocciato / vittima innocente e pura / ... vittima dell’odio... ».
Riccardo non era partigiano, ma dopo la sua morte i partigiani della zona [6] sono venuti a offrire protezione a mia mamma. Volevano vendicarlo. Ma mia mamma non ha voluto e ha detto: "Sia come sia. È stata una cosa grande per me, ma per la loro mamma è anche peggio".


Note

[1] Secondo le testimonianze raccolte dalla Corte di Assise Straordinaria di Treviso, l’irruzione nazifascista fu provocata dal Commissario del Fascio repubblicano di Istrana, Leandro Pedron, “il quale si era anteriormente recato a un Comando di S.S. ad avvertire che nella zona si erano calati alcuni paracadutisti britannici”. (Sentenza n. 76/45 dell’11.09.1945 - Sentenze online … Archivio Istresco, pp. 175-177).
Leandro Pedron, di Giovanni e Pinarello Luigia, nato il 23.1.1924 a Volpago del Montello, nella cronistoria del parroco di Sala d'Istrana don Giovanni Gattoli viene descritto come un «elemento ultra fascista [...] esaltato, prima impiegato nella Federazione Prov. Fascista di Treviso, poi nel periodo repubblicano volontario del Centro di Reclutamento Alpini di Conegliano, quindi appartenente alle Brigate Nere e Segretario politico del fascio repubblicano di Trevignano e Istrana». (Cronistorie di guerra ... 1939-1945 ... p. 719).
[2] Eugenia Pestrin ved. Arduino Rech, Pezzan d'Istrana, è nata a il 31 luglio 1929 e morta il 10 febbraio 2019. Testimonianza raccolta nella struttura di Paese della Casa Marani, sabato 10 febbraio 2018. (File video 002,003,004) - Registrazione molto disturbata - e non utilizzabile in altro modo - per la presenza di rumori di fondo. All'intervista è presente anche la figlia Donatella Rech, che ringrazio per la segnalazione.
[3] I Pestrin abitavano in una grande casa colonica in centro a Pezzan d’Istrana. Il capofamiglia, Vittorio Pestrin, nonno dell’intervistata, era una persona intraprendente che, anche grazie ai soldi risparmiati da emigrante negli Stati Uniti, era riuscito a comprarsi la terra che lavorava.
[4] Per la precisione, alla data in cui fu ucciso Riccardo Pestrin le brigate nere non erano ancora state istituite. Lo saranno solo dall’inizio del mese successivo. [D. Lgs. n. 446, 30 giugno 1944]. Si trattava quindi più genericamente di fascisti il cui ras locale era Leandro Pedron, che fu comunque assolto nel dopoguerra dall’accusa di aver partecipato di persona all’uccisione di Pestrin.
[5] Borchie metalliche a punta arrotondata fissate sotto la suola in legno dello zoccolo per limitarne il consumo.
[6] La guerra di liberazione nella zona di Sala e Pezzan d'Istrana ha registrato due caduti partigiani: Bruno Baldrocco e Angelo Favarin, uccisi dalla brigate nere di Treviso il 20 aprile 1945 in "una stradicciola interna", sulla destra della strada che da Pezzan porta a Istrana, nei campi attualmente occupati dall'aeroporto militare. Sul luogo dell'esecuzione dei due patrioti fu eretto nel settembre 1945 un piccolo monumento che, durante la costruzione dell'aeroporto, fu trasportato all'ingresso del cimitero di Pezzan e Sala (lato Sala).


Cronaca del parroco di Pezzan d'Istrana don Francesco Longato

Il parroco di Pezzan d'Istrana don Francesco Longato riferisce sull'uccisione
di Riccardo Pestrin da parte dei fascisti, il 5 giugno 1944.
(Da Cronistorie di guerra ... 1939-1945... a c. di Erika Lorenzon - Dvd allegato)

Trascrizione

Ufficio parrocchiale
Pezzan d’Istrana (Treviso)


Cronistoria del tempo di guerra [1939] -1945

«La sera del 5 giugno 1944 giunsero due “camions" di brigate nere, mentre nel cortile di Pestrin Vittorio si trebbiava il trifoglio da seme. Alcuni giovani, soggetti al servizio militare, appena videro quei criminali tagliarono la corda e se la svignarono in mezzo ai campi di frumento. Un gruppo delle brigate nere con fucili mitragliatori li inseguirono facendo una sparatoria spaventosa. Non avendo potuto colpire nessuno due di quei mostri entrano nel cortile di Pestrin Vittorio per fare una perquisizione. Pestrin Riccardo di Cesare impaurito fugge per nascondersi e viene fucilato sotto gli occhi dei genitori, benché giovinetto di 17 anni. Il parroco verso le ore otto di sera viene chiamato di urgenza per il caso pietoso, e tosto si porta nel cortile del delitto: vede i due assassini col fucile mitragliatore spianato che impediscono l’entrata di qualsiasi persona. Il Parroco non sa cosa fare, il pericolo e gravissimo, ma si tratta di salvare un’anima, si raccomanda al Signore e deciso entra nel cortile, si porta dal giovanetto massacrato che giace in un lago di sangue e gli dà l’assoluzione e l’Estrema Unzione sotto condizione. Poi ritorna indietro guardato con occhio torvo dai due sicari. Due giorni dopo ebbero luogo i funerali che furono un vero trionfo per il giovanetto, appartenente al Circolo Cattolico».


La sera del 5 giugno 1944, nazisti e fascisti - dopo aver infierito a Pezzan - continuarono il rastrellamento nel vicino paese di Sala d'Istrana. La vivace cronaca del parroco, don Giovanni Gattoli, ci racconta come si svolsero i fatti:

« ... alle ore 19 circa, un gruppo di camions, otto o nove circa, e due o tre motociclette si fermarono presso le case contigue di FUSER Desiderio fu Giuseppe, PIZZOLATO Angelo fu Ferdinando e PIZZOLATO Luigi fu Angelo, coloni, in via Piave di Sala. Ne scendevano oltre 200 soldati tedeschi ed italiani della “SS” che, entrati contemporaneamente nelle abitazioni, spaventavano i familiari con i fucili spianati e sparando all’impazzata. Altri correvano verso un vigneto attiguo alla casa di FUSER Desiderio sparando intensamente. Un figlio del FUSER, Giordano, di anni 36, padre di 4 figli, che, in detto vigneto stava falciando erbe e che all’udire gli spari si era gettato a terra, veniva colpito da una fucilata al polso della mano sinistra. Raccolto dai soldati, veniva trasportato nel cortile di casa e adagiato a terra, mentre i parenti che volevano accorrere per assisterlo, venivano tenuti lontani sotto la minaccia dei fucili. Intanto i militari tedeschi, che avevano riunito i membri delle tre famiglie nella cucina di PIZZOLATO Angelo, perquisivano le abitazioni mettendo ogni cosa a soqquadro, sparando sotto i letti, negli angoli, sotto le impalcature dei bachi da seta al bosco [1], rovistando in tutti gli armadi.

Nel frattempo i componenti delle tre famiglie dalla cucina di PIZZOLATO An[g]elo venivano portati nel cortile attiguo di PIZZOLATO Luigi e allineati lungo la parete della stalla, uomini con la fronte, donne con la schiena, al muro.

Quì i soldati con modi violenti e con minacce di morte, insistevano per sapere dove si trovassero i quattro paracadutisti inglesi, che, secondo le false indicazioni, dovevano essere nascosti in quelle case. Naturalmente non esistevano inglesi e non potevano darne indicazione.
FUSER Giordano, il ferito, sempre a terra si lamentava e perdeva copioso sangue sotto gli sguardi atterriti dei congiunti, che non potevano apportargli alcun soccorso. Finalmente, dopo circa due ore, chiamato da un motociclista tedesco, giungeva un ufficiale medico che si trovava a Istrana, al Deposito misto [2]. Eseguita una sommaria medicazione, ordinava l’immediato trasporto del ferito all’Ospedale di Montebelluna: trasporto che venne eseguito dal fratello Giuseppe a mezzo di calesse e cavallo, accompagnato dal Parroco, avendo dichiarato i soldati tedeschi che non potevano trasportarlo in camion.
Durante le accennate perquisizioni sono state asportate dalle suddette case le seguenti cose:
da casa Fuser Desiderio kg 8 circa di salami, un paio di scarpe nuove acquistate dal Consorzio Agrario di Treviso con regolare fattura, un portafoglio contenente £. 1750, che si trovava in un armadio, diversi pacchetti di tabacco e uova.
Da Casa Pizzolato Angelo kg 70 circa di salumi lardo e strutto, un orologio in metallo bianco.
… La ricerca dei pretesi paracadutisti presso le suddette case era cosa inspiegabile.
Con una simile invenzione si è voluto fare un brutto tiro che poteva costare la vita a più persone. Resta il fatto che il contegno dei soldati fu dei più violenti e che quelle famiglie per circa due ore furono sottoposte a vero terrore». (Cronistorie… pp. 716-717).

Note
[1] La "salita al bosco è la quinta e ultima fase della trasformazione della larva del baco da seta in bozzolo. Cfr. il post "E' tempo di salire al bosco" del blog Il cantiere del baco. [Visitato il 21.10.2018].
[2] La caserma del 29° Deposito misto provinciale della RSI si trovava in piazza ad Istrana, nell'edificio delle ex scuole elementari. (Testimonianza di Riccardo Masini, 25 giugno 2014, videoclip 2, 09:18).


L'uccisione di Riccardo Pestrin nel diario storico della brigata partigiana Bavaresco...


Riccardo Pestrin. La sua morte nell'elenco delle operazioni della brigata Bavaresco:
«[Azione n.] 13) - 5/6/44, Pezzan d'Istrana. In seguito allo scontro con truppe tedesche il Garibaldino
Pestrin Riccardo mentre procedeva al recupero di materiale bellico veniva investito
dallo scoppio di una mina e decedeva sul luogo». Versione palesemente non vera ma che
- essendo il "civile" Pestrin ucciso da nazifascisti durante un'azione contro soldati 

alleati cui notoriamente i partigiani procuravano protezione e rifugio - 
permetteva la sua iscrizione fra i "caduti partigiani" e la conseguente corresponsione di un
sia pur modesto riconoscimento economico alla famiglia.
Cfr. Aistresco, ID 86, n. inv. 007 - per il documento qui pubblicato e Aistresco ID 359, n. inv. 024
per l'iscrizione di Pestrin nell'elenco dei caduti partigiani della "Bavaresco".

... e nell'elenco ufficiale dei caduti della divisione garibaldina "Sabatucci" di cui la Bavaresco faceva parte


«[Pestrini] Riccardo di Cesare, nato a Pezzan d'Istrana il 21 Novembre  1927. Domicilio a Treviso (Pezzan di Istrana).
Fatto d'arme: Caduto in combattimento colpito da una raffica di mitra presso Pezzan d'Istrana
mentre effettuava il ricupero di armi ed esplosivi da un autocarro tedesco».


Cimitero di Pezzan d'Istrana (già Pezzan di Campagna), particolare della tomba
della famiglia Pestrin. In alto: i nonni e il nipote Riccardo (30.11.1927 - 5.6.1944) .
Sotto: i genitori di Riccardo, Cesare Pestrin (1901-1991) e Rita Berlese (1906-1993). 

Fiorino Filipetto e Riccardo Pestrin, i due civili uccisi a Pezzan d'Istrana nell'ultima fase della 
seconda guerra mondiale - il primo da un mitragliamento alleato, il secondo dai fascisti - sono 
accomunati nella lapide presente nel monumento ai caduti del paese. (Foto: 10.2.2018)



L'uccisione di Fiorino Filipetto nel ricordo del parroco di Pezzan

L'uccisione del capo-fabbriciere di Pezzan d'Istrana Fiorino Filipetto in un mitragliamento
alleato, il 10 aprile 1945, nel ricordo del parroco don Francesco Longato.
(Cronistorie di guerra... Istresco- Ediz. San Liberale, Dvd allegato)

Trascrizione

«Il 10 Aprile Filipetto Fiorino, capo-fabbriciere benemerito della parrocchia e uomo fedelissimo al parroco senza rispetti umani, tornando a casa da Istrana, dove aveva pesato un carro di legna, viene sorpreso per istrada da mitragliamento e colpito mortalmente assieme ai due buoi del carro. La sua morte, proprio quando si avvicinava la fine della guerra, fu oggetto di compianto sincero da pare del parroco e dell'intera parrocchia. Sia pace all'anima sua!». 




                                                                

Pensioni ai familiari dei caduti partigiani 

e a quelli delle vittime civili della Seconda guerra mondiale


Non conoscendo la legislazione in materia mi sono rivolto all'Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra (ANVCG). Questo lo scambio di email, dal quale si deduce che sia i familiari dei partigiani riconosciuti sia quelli delle vittime civili hanno avuto un riconoscimento economico.

-------- Messaggio originale --------
Oggetto: Richiesta informazione
Mittente: Camillo Pavan - Treviso <camilpavan@gmail.com>
A: info@anvcg.it
Data: 12/10/2018 20.32

Buon giorno,
sono un ricercatore (dilettante) di storia. 
Avrei un dubbio da risolvere: i familiari delle vittime civili della seconda guerra mondiale hanno avuto un qualche risarcimento economico?
Vi chiedo questo perché in un paese del Trevigiano - durante un'incursione nazifascista alla ricerca di renitenti ai bandi di arruolamento - venne ucciso nel 1944 un contadino non ancora diciassettenne (Riccardo Pestrin). La brigata partigiana operante nella zona lo annoverò fra i propri caduti. Secondo me — avendo trovato altri casi simili — il ragazzo fu dichiarato partigiano (anche) perché in questo modo la famiglia potesse ottenere un sia pure modesto compenso e sussidio.
Poiché nello stesso paese venne ucciso da un mitragliamento aereo alleato un altro contadino (Fiorino Filipetto), non dichiarato partigiano, volevo sapere se anche i suoi familiari ottennero un compenso / sussidio. 
Non conoscendo la legislazione in materia, conto su una vostra preziosa indicazione.
Distinti saluti
Camillo Pavan

Risposta dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra - Onlus:

Re: Richiesta informazione 
da: Anvcg-Presidenza  
a: Camillo Pavan - Treviso
data: 15/10/2018 10:56

Buongiorno,

tutti i familiari delle vittime civili della Seconda Guerra Mondiale possono ottenere la pensione di guerra, alle condizioni previste dalla normativa vigente (cfr. http://www.dag.mef.gov.it/pensioni/guerra/indirette/).

Subito dopo il conflitto vi furono speciali sussidi economici temporanei, ma dopo la stabilizzazione della normativa la pensione di guerra è la forma con cui lo Stato ha risarcito i caduti. Infatti, ai sensi dell'art.83 del Testo Unico sulle pensioni di guerra (DPR 23 dicembre 1978 e successive modificazioni), "con le norme emanate in materia di pensione di guerra, si intende regolato qualsiasi diritto verso lo Stato di tutti coloro che, per causa di servizio di guerra o attinente alla guerra o per fatto di guerra, abbiano riportato ferite o contratto infermità ovvero, in caso di morte, qualsiasi diritto dei rispettivi viventi a carico, degli eredi o di terzi".

Restando a disposizione per ogni ulteriore informazione, si inviano i più cordiali saluti.
Paolo Iacobazzi

Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra - Onlus
Via Marche 54 - 00187 Roma
Tel. 06/5923141 - Fax. 06/5921860 - http://www.anvcg.it


                                                                

mercoledì 6 dicembre 2017

Una normale tortura delle brigate nere

A subirla, un normale partigiano: Arturo Mattiazzi di Postioma (Treviso), cattolico praticante, caposquadra di un gruppo di patrioti del paese e dei dintorni aderenti a “Giustizia e Libertà”.
Per conoscerne i particolari, cediamo la parola al suo parroco, don Giovanni Capoia, che
- con la sua prosa che non si può certo definire “scarna” - rende bene l’idea di come agisse
la XX Brigata Nera Cavallin, il noto reparto di controguerriglia antipartigiana
che operava a Treviso e provincia.

Febbraio 1945. Arresto e torture di Arturo Mattiazzi  [Titolo originale]

«Una sera della seconda quindicina del febbraio 1945 alcuni militi della Brigata Nera di Treviso raggiunsero l’abitazione di Arturo Mattiazzi da Postioma, Comandante il Battaglione partigiano “Bruno Chiarello” accusandolo di essere partigiano e intimandogli di consegnare le armi che possedeva lui e i suoi compagni. Il Mattiazzi, appena ventunenne, vistosi scoperto perché un suo amico prigioniero delle stesse Brigate Nere sotto le percosse e le minacce di morte aveva rivelati il suo nome e la sua qualifica, disse di possedere quattro moschetti, due dei quali li consegnò la stessa sera riservandosi di versare gli altri due il giorno seguente essendo nascosti e sepolti in località piuttosto distante da casa. Il capo della spedizione accettò dopo lunga discussione e minacce la proposta del Mattiazzi e gli intimò di presentarsi il giorno dopo coi due moschetti sotto pena di fucilazione, ed in caso che si fosse dato latitante, la famiglia ne avrebbe subito gravissime rappresaglie. La mattina seguente Arturo Mattiazzi, come era solito fare prima di prendere decisioni pericolose e di una certa importanza, espone il caso e si consiglia con il parroco.


Brigate Nere di Treviso: arresto e torture del partigiano Arturo Mattiazzi - 1
Da ''Cronistorie di guerra ...1939-1945'', a c. di Erika Lorenzon, Istresco - S. Liberale,
DVD allegato, (relazione del parroco di Postioma don Giovanni Capoia, pp. 7-10).

Torture delle brigate nere di Treviso al partigiano Arturo Mattiazzi - 2
(Da ''Cronistorie di guerra ...1939-1945'', a c. di Erika Lorenzon, Istresco - S. Liberale,
DVD allegato, (relazione del parroco di Postioma don Giovanni Capoia, pp. 7-10).

Questi stava per consigliarlo a non presentarsi, quando il capo partigiano gli fece conoscere che qualora non si fosse presentato con le armi la famiglia avrebbe dovuto subire tragiche conseguenze. Il parroco cambiò consiglio e gli disse: “Allora se è così presentati però stai attento preparati a tutto, perché nonostante ti abbiano promesso di lasciarti subito in libertà, sono capaci di giocarti un brutto scherzo.”
Da queste ed altre parole pronunciate dal suo fido consigliere, con segni di evidente preoccupazione e con la parola tremante ed interrotta, da qualche lungo sospiro, Arturo era troppo intelligente per non capire il pericolo al quale stava esponendosi e dopo qualche istante di riflessione soggiunse: e se sotto le percosse più crudeli e bestiali, le minacce di morte ecc. mi costringessero a parlare commetto peccato se manifesto il nome dei miei colleghi partigiani?
Il parroco sente gravarsi le spalle dal peso di un consiglio che stava per dare al giovane che era nelle disposizioni di praticarlo alla lettera, e sfuggendo una parola diretta si accontent[a] di dire: “Io se fossi nei tuoi panni mi lascerei uccidere ma non parlerei. Vivi in grazia di Dio, prega il Signore che ti illumini e ti aiuti, sii forte ed io non mancherò di esserti vicino in ispirito e di giovarti come meglio potrò”. Mentre il padre e pastore di anime sentiva una nuova spina ficcarsi nel cuore e pensieroso con la testa fra le mani restava seduto nel suo studio, Arturo scompariva dietro la porta.
Depositati i fucili alla sede delle Brigate Nere Villa Cappelletto in Monigo [1], venne passato alla prigione in attesa dell’interrogatorio. In questa penosa attesa poteva aiutare, sorreggere e confortare i compagni di prigione, quando dall’interrogatorio ritornavano o più spesso erano riportati da altre braccia o in barella, svenuti, sanguinanti con le ossa rotte ecc., più da olio santo che da offrire fondate speranze di guarigione.
Ed ecco anche il nostro Arturo nella sala delle interrogazioni. “Dimmi, chiede il giudice, dove sono le armi che possedete? Quali sono i tuoi comandanti? Qual è il tuo nome di battaglia? Quali sono i tuoi recapiti? Quante azioni hai fatto e quanti fascisti hai ucciso?”.
Come le domande uscivano dalle labbra dell’interrogante così le risposte dell’interrogato erano sempre le stesse “non so nulla di quanto mi chiedete, nulla è vero di quanto mi accusate”.
Durante l’interrogatorio tre sicari delle nere brigate avevano la barbara consegna di bastonare con rabbia feroce la povera vittima, che essendo di fibra robusta e di carattere forte poteva resistere mezz’ora sotto i loro colpi temibili poi esausta di forze cadeva svenuta. Per questo i colpi non cessarono e quando Arturo stramazzato per terra quasi più morto che vivo si accorse che la scaricadi legnate sul suo corpo piagato non era ancora cessata, la carneficina si prolungò per altra mezz’ora, ed ecco il paziente ricadere destituito di sensi e questa volta si riebbe soltanto in prigione fra le braccia di compagni di sventura.  
Il giorno seguente visto che Arturo era deciso di non parlare si cambiò tattica. Prima con le migliori promesse, poi con le minacce, infine con nuove percosse si voleva costringerlo ad iscriversi “volontario” alle Brigate Nere; ma il giovane intrepido seppe te[n]er duro e la sua risposta fu sempre “piuttosto ammazzatemi, ma non sarà mai che io mi iscriva alle Nere Brigate”. Questa volta il martirio di legnate si prolungò per più di un’ora e mezza e benché la povera vittima più volte cadesse a terra svenuta, si avrebbe ancora prolungato se il piede del tavolino usato per bastonare non si fosse spezzato sulla schiena del forte partigiano. Indi per nulla lasciare di intentato e per meglio riuscire allo scopo lo si mette al muro e col fucile puntato gli si intima ancora: “o fatti Brigata nera o ti ammazziamo” ma la risposta del Mattiazzi è sempre la stessa e con le braccia allargate come un crocefisso trova ancora la forza per rispondere “Eccomi pronto, finitemi piuttosto, ma brigata nera non sarò mai”. Ricondotto in prigione ricadde svenuto. Poco tempo dopo arrivò la mamma mandata dal parroco. Arturo giaceva ancora in uno stato da far pietà, incapace di reggersi in piedi venne sollevato dai compagni di prigione, poté essere veduto dalla sua genitrice attraverso una finestra, ma lui non poté scorgerla, il martirio della mattinata gli aveva temporaneamente tolto la forza visiva. Con la voce debole e tremante disse soltanto “Mamma ti saluto, prega per me”. La mamma che tutto aveva intuito balbettò qualche parola d’incoraggiamento e di saluto, ma subito un milite di guardia la costrinse ad uscire dal cortile.
Quando il sole, stanco di regolare la sua luce per illuminare i delitti perpetrati in quella triste giornata, si nascondeva dietro le montagne un sacerdote raggiungeva la prigione, Arturo ed altri compagni si confessavano e la mattina seguente potevano ricevere il pane dei forti, viatico necessario a chi, con forza indomita, e senza rimpianti, si accinge a salire il duro calvario sotto il peso di una croce che ad ogni passo sembra opprimerlo e vuole restare fedele fino all’eroismo, alla vocazione affidatagli dalla Provvidenza.
Il prode Arturo subiva un terzo interrogatorio accompagnato da mezz’ora di percosse, al termine del quale ripassava in prigione dove restava, quasi indisturbato altri otto giorni, al termine dei quali lo si trasferiva in Federazione fascista a Treviso. Qui nuovi interrogatori con nuovi e più raffinati strumenti di tortura per strappare qualche parola compromettente o che potesse offrire il bandolo per dirigere ricerche atte a scovare cooperatori, armi e attività del movimento insurrezionale. Ma Arturo, socio e assiduo frequentatore delle istruzioni morali delle gare di cultura religiosa, che in larga copia venivano impartite in parrocchia, aveva imparato, fra l’altro, che ci sono dei casi nei quali il segreto si può e si deve non rivelarlo, a chi non ha il diritto di carpirlo, specie quando ne venissero gravi danni ai terzi, anche se si fosse minacciati di morte.
Così stretto il braccio con un anello di ferro elettrizzato, cadeva a terra come fulminato. Svegliatosi dopo mezz’ora si accorse di essere di nuovo in prigione e ringraziava Dio di avergli dato la forza di non parlare.
Dopo alcuni giorni lo rivediamo a Postioma in divisa militare. Per sfuggire la morte che più volte aveva visto così da vicino, o la deportazione in Germania aveva tollerato di venire incorporato alla 29° Compagnia Provinciale di Treviso [2]. In questa nuova posizione poteva fornire nuove e preziose informazioni ai compagni di parte e gli erano offerte maggiori mezzi e occasioni per contribuire alla riscossa nei giorni che preludevano alla liberazione della città e marca trevigiana».
(Da Cronistorie di guerra ... 1939-1945, a c. di Erika Lorenzon, pp. 1130-1132. Relazione scritta il 30 settembre 1945)

Note

[1] Riguardo alle sedi della XX Brigata Nera di Treviso, riportiamo quanto scrive Maistrello, 2006, p. 33: «Il Comando della XX Brigata Nera di Treviso aveva sede presso la Federazione provinciale a palazzo Zuccareda, in via Cornarotta. [Attuale Comando provinciale dei Carabinieri].
La truppa, inizialmente, si acquartierò nella caserma 'Cadorin' di Monigo per trasferirsi nel cuore della città presso il Collegio Pio X, quando l'edificio rimase danneggiato da un bombardamento. Lì furono dislocati l'ufficio del vicecomandante, le camerate dei militi e le prigioni destinate alla custodia dei patrioti catturati nei rastrellamenti. Alcune celle furono approntate al piano terra, a sinistra dell'ingresso, mentre altre, opportunamente rinforzate con sostegni in legno in previsione di eventuali bombardamenti, furono ricavate nel sotterraneo.
Un secondo insediamento squadrista si trovava presso la palestra Verdi - nell'area oggi occupata dal nuovo Tribunale - e aveva in dotazione numerosi locali dei quali uno, denominato "battistero", era riservato alle sevizie e alle torture dei partigiani prigionieri.
A Monigo le Brigate Nere mantennero una sede distaccata in una casa di campagna (correntemente definita 'caserma'), il cui fienile veniva usato per bastonare e malmenare i fermati».
Non è noto se questa casa di campagna fosse la “Villa Cappelletto” di cui parla il parroco di Postioma.
[2] Correttamente si trattava del 29° Comando Militare Provinciale di Treviso, cioè una frazione dell’Esercito Nazionale Repubblicano (l'esercito regolare della Repubblica Sociale Italiana). Il 29° CMP dipendeva dal 203° Comando Militare Regionale con sede a Padova e - all'epoca della cronistoria del parroco di Postioma - era comandato dal colonnello Urbano Rocco.
Per i numeri della forza a disposizione del 203° CMR, cfr. Adolfo Scalpelli [1963?], La formazione delle forze armate di Salò attraverso i documenti dello Stato Maggiore della R. S. I., “Situazione comandi reparti e servizi nel territorio del 203° Com. Milit. Region., 1 Agosto 1944-XXII”, pp. 48-50. [Pdf online, dal sito dell'INSMLI. Consultazione: 5 dicembre 2017].