domenica 14 maggio 2017

Consolato Laganà, partigiano. Sud e Nord Italia contro il comune nemico: i fascisti e i nazisti


Consolato Laganà durante il servizio militare.
(Archivio privato Anna Maria Moro).
Consolato Laganà era nato il 24 marzo 1921 da Francesco e Anna Geria a Reggio Calabria, dove (al momento della visita di leva) abitava in Rione Tre Mulini, 18.
Il padre era una guardia di PS in servizio a Bologna. La madre aveva un piccolo negozio di generi alimentari al porto di Reggio, dove si recava ogni mattina di buon’ora, accompagnata dai figli piccoli, per preparare e vendere panierini da viaggio per chi prendeva il traghetto per andare a lavorare a Messina. Fra lo stipendio del marito e i proventi del negozio la famiglia Laganà aveva raggiunto un certo benessere.
Purtroppo Anna Geria morì giovane, d’infarto. Il padre si risposò.
Dal suo Foglio matricolare sappiamo che Consolato (Tito) Laganà era un aviere, come peraltro è ricordato dai racconti dei familiari (in particolare della nipote Anna Maria Moro, custode della sua memoria).
Una sua foto con delle cuffie in testa era inoltre presente nel primo mausoleo dei partigiani al cimitero maggiore di Treviso (San Lazzaro) [1].

 
L'omaggio marmoreo a Consolato Laganà
nel vecchio mausoleo dei partigiani (1946-1993).
(Archivio privato Anna Maria Moro)
A ulteriore conferma della sua appartenenza all'Arma azzurra la nipote ci racconta un episodio risalente al periodo pre 8 settembre.
«Una volta mio zio è caduto con l’aereo in un vigneto a Sant'Andrà di Povegliano e si è salvato. Dopo la guerra io e mia mamma (Vincenza, sorella di Consolato) siamo andate  in cerca del luogo dov'era caduto. Abbiamo trovato un anziano che si ricordava del fatto. Ci ha condotte in mezzo al vigneto dove l’aereo era precipitato, e ci ha detto che per fortuna non era morto nessuno e anche che non erano stati causati danni troppo gravi alla campagna.
Dopo l’incidente l’aereo era rimasto sul posto per un po’ di tempo e, quando fu portato via, ai contadini fu lasciato un pezzo di fusoliera come risarcimento.
Consolato Laganà partigiano di Reggio Calabria.
Suo ricordo nel nuovo monumento
ai partigiani di Treviso. (1994).
Mia mamma diceva sempre: “Quella volta Consolato è caduto con l’aereo ed è rimasto salvo, per poi morire mentre andava a far festa agli inglesi …»[2].
In realtà, domenica 29 aprile 1945, Consolato (Tito) Laganà non si stava recando incontro agli inglesi per festeggiare la cacciata dei nazifascisti, ma era stato inviato dal comando della brigata garibaldina Bottacin di Treviso in ricognizione alla caserma Salsa di Santa Maria del Rovere, dove ancora erano asserragliati dei tedeschi con mezzi corazzati.
Luigi Pagotto — che comandava le formazioni partigiane garibaldine del settore a nordest della città (la “Terza zona” attiva fra Carbonera, Maserada, Breda di Piave e San Biagio)[3] — così descrive il fatto d’arme: « […] Un gruppo di volontari[4] di Biban comandati per accertare la consistenza delle forze tedesche alla Caserma Salsa venivano aggrediti e catturati e fucilati dai tedeschi, Romeo Visentin da Carbonera e Consolato Laganà “Tito” meridionale sbandato nel nostro Comune sin dall’8 settembre 1943, il quale si era unito ai nostri gruppi clandestini nella zona di Biban[5].
[…] Quando arrivai sul posto con i miei volontari era ormai troppo tardi. Oltre ai due caduti avevamo perduto il moto furgoncino ed un mitragliatore, gli altri componenti della squadra si erano ritirati illesi[6] ed rientrarono alla loro base con noi. Verso sera il posto di blocco di S. M. del Rovere ci comunicarono che i tedeschi della Caserma Salsa, vista l’impossibilità di resistere, se n’erano andati»[7].
L'ora della morte di Laganà è incerta. Un parente, nella lettera con cui informa la famiglia del caduto, afferma che Tito è morto alle undici e mezza del mattino. L'atto di morte ufficiale del comune di Treviso registra invece l'uccisione del partigiano come avvenuta genericamente "la sera del 29 aprile".
«Dopo la loro uccisione - racconta A. Maria Moro - sia Laganà che Visentin sono stati portati nella chiesetta della Madonnetta, in attesa di essere sepolti. Un giorno io e mia mamma siamo andati là, e abbiamo trovato una signora anziana che abitava lì vicino e aveva le chiavi della chiesetta e ci ha confermato questo particolare»[8].


Partigiani Carbonera - 
Lapide infissa dal CLN comunale di Carbonera nel muro del municipio
in onore e a ricordo dei "suoi caduti per un'Italia democratica"
Giuseppe Fabris, fornaio, 23 anni, fucilato dalle SS a Treviso - San Lazzaro,
Antonio Danieli (Pino da Zara), 19 anni, ucciso dai fascisti a Vascon,
Romeo Visentin, 33 anni, fornaio e [Consolato] Laganà, 24 anni,
uccisi dai tedeschi presso la caserma Salsa a S. Maria del Rovere.
(La scopertura della lapide avvenne il 1° maggio 1946 - Cfr. Il lavoratore del 25.5.1946)

Sull’uccisione dello zio Consolato, questa invece è la ricostruzione di Anna Maria Moro:
«Mi è stato raccontato da mia madre - e a sua volta a lei l’hanno raccontato persone che hanno assistito al fatto - che i partigiani si stavano recando a porta San Tomaso per festeggiare l’arrivo degli inglesi e la fine della guerra. Erano su una camionetta militare. A un certo punto, nei pressi della caserma Tommaso Salsa [i tedeschi] hanno sparato. Mio zio Consolato, che era seduto sulla camionetta, è sceso per vedere quale gomma avevano bucato. Quando ha fatto per scendere sono arrivati altri spari e lo hanno colpito direttamente al cuore ed è morto. I suoi compagni gli avevano detto “stai giù, stai giù”, ma lui … giovane…  è sceso per guardare quale gomma era stata colpita. E là è morto»[9].
Dal racconto della nipote sappiamo che la famiglia Laganà fu avvertita della morte del congiunto sia dal CLN trevigiano sia da Santo Avignone[10], un parente che da qualche tempo abitava a Treviso. Venute a conoscenza della morte del fratello, le sue due sorelle Vincenza (la più grande) e Teresa, iniziarono subito a risalire l’Italia devastata dalla guerra per raggiungere Treviso.
«Però ci hanno messo un mese, più di un mese, ad arrivare a Treviso da Reggio Calabria. Perché le strade erano interrotte e ferrovia non ce n’era. Diceva mia mamma che sostavano  in prefettura, in qualche caserma e quando c’era un mezzo che andava avanti di 50 - 60 km, salivano. Avevano un foglio di via e salivano. Gli è capitato di viaggiare perfino sopra a un camion carico di fichi. E loro sopra alle cassette con un freddo che non le dico. Finché qualcuno ha dato un cappotto a queste ragazze, perché si coprissero, perché non erano abituate a così tanto freddo.
Arrivate a Treviso sono andate alla caserma di Monigo e là sono state informate che Consolato era sepolto a Carbonera. Allora, a piedi, si sono dirette verso Carbonera. Lungo la strada hanno incontrato un uomo gentile, un contadino, che le ha fatte salire sul carro trainato da buoi con cui aveva portato la verdura al mercato e che le ha scaricate vicino a Villa Passi. Da lì sono andate dal parroco per saper dove fosse la tomba del fratello.
Mentre erano in canonica, dopo un po’ si presenta una ragazza e notano che porta al collo una medaglietta con la fotografia di mio zio: era Cesira Moro, fidanzata di Consolato e sorella di mio papà»[11].
Le sorelle erano venute al nord per il riconoscimento della salma, ma l’ufficiale sanitario di Carbonera, dottor Cavarzerani, disse che ormai la stagione era troppo calda e che per la riesumazione era meglio tornassero in un periodo più fresco, pertanto dovettero ritornare in Calabria.
Quando vennero a Treviso per la seconda volta andarono a salutare la famiglia della fidanzata di Consolato. È a questo punto capitò l’episodio che cambierà la vita di Vincenza, la maggiore delle sorelle.
In casa della fidanzata era nel frattempo tornato dalla guerra il fratello Ermenegildo (Gildo) che tutti davano per morto. Dopo l’8 Settembre infatti si trovava in Sardegna e fu visto salire su una nave che era stata silurata. Sennonché all’ultimo momento, prima di prender il largo, era stato fatto scendere da un suo superiore che aveva bisogno di un attendente e così si salvò. Inutilmente Ermenegildo inviò lettere e cartoline dicendo che stava bene: nell’Italia divisa in due non giunsero mai a destinazione.
Ermenegildo venne ufficialmente riconosciuto caduto in guerra, tanto che la famiglia percepì un sussidio. Ma morto non era e, finite le ostilità, si presentò in casa «e una mia zia è andata in affanno quando l’ha visto», racconta Anna Maria.
Fu in quei giorni che Gildo conobbe la giovane “terona”, e restò colpito dalla sua bellezza e dalla sua intraprendenza, ma non sapeva come fare per dichiararsi.
«Finché si fece coraggio e riferì a Vincenza che ci sarebbe stato un ragazzo di Biban a cui lei piaceva, chiedendole se a lei sarebbe piaciuto venire ad abitare dalle nostre parti, nel Veneto.
- Sì, mi piacerebbe, rispose Vincenza, ma vorrei anche sapere chi è questo ragazzo!
E mio papà le ha detto: - Sarei io!
Da allora si frequentarono nei pochi giorni di permanenza delle ragazze in paese per il riconoscimento del fratello e in seguito continuarono a scriversi. Ermenegildo Moro e Vincenza Laganà si sposarono il 2 luglio 1948 a Reggio Calabria, per poi stabilirsi a Biban di Carbonera[12]».
Chiudiamo col racconto di Anna Maria Moro sulle modalità del riconoscimento ufficiale del caduto partigiano Laganà.
«Dovevano fargli i “funerali di stato”, in ottobre[13], e in quell'occasione hanno riesumato la salma, tirata su. Quando hanno aperto la cassa hanno scoperto che mio zio aveva i capelli “a boccoli”, lunghi fino alle spalle.
Mia mamma allora ha chiesto come mai? Forse che da militare portava i capelli lunghi? No! I capelli gli erano cresciuti dopo la morte.
Allora ne ha tagliato una ciocca, che poi ha conservato per sempre con sé»[14].



Laganà Consolato, classe di leva 1921, matricola 15572 (Distretto di Reggio Calabria)
Residenza alla visita di leva: Reggio Calabria, Rione Tre Mulini, n. 18
Visita di leva 5 aprile 1940
Figlio di Francesco e di fu Geria Anna
Religione cattolica - razza ariana
Nato il 24.3.1921 a Reggio Calabria
29 maggio 1941
Giunto alle armi ed assegnato in qualità di aviere della R. Aeronautica al centro di affluenza di Grottaglie [TA] (Centro L.R. nella 4a Zona Aerea Territoriale)
Statura: m. 1,69  - Torace m. 0,90
Capelli: castani -  forma ondulata
29 maggio 1941
Mobilitato in territorio dichiarato in istato di guerra e zona di operazione
Viso: ovale
30 maggio 1941
Al centro di istruzione di Torino
Naso: regolare
10 giugno 1941
Trasferito all'aeroporto di Taliedo [Milano] - (Corso elettricisti)
Occhi: castani
20 settembre 1941
Aeroporto di Capodichino [Napoli]
Sopracciglia: castane
30 novembre 1941
Al 303° Deposito Regia Aeronautica di Roma
Fronte: regolare
10 dicembre 1941
Inviato in missione in Germania
Colorito: roseo
21 febbraio 1942
Rientrato dalla missione in Germania
Bocca: regolare
1 maggio 1942
Alla caserma 4 Novembre, Lido di Roma
Dentatura: sana
10 giugno 1942
All'aeroporto San Nicolò, Lido di Venezia
Segni particolari  =  =
Arte o professione:  barbiere
30 novembre 1942
Trattenuto alle armi per esigenze di carattere eccezionale in base al R.D. 17.8.1939 […]
Titolo di studio: 3a Industriale Inferiore
15 febbraio 1943
Nominato aiuto elettricista e promosso aviere scelto con la votazione 18/20 e con anzianità dal 16.8.1942
15 febbraio 1943
Depennato dai ruoli matricolari dell’Esercito ed iscritto in quelli dell’Aeronautica assumendo il n. 82625 di matricola per effetto della legge 19.1.1939 n. 340
8 settembre 1943
Sbandatosi in seguito agli avvenimenti verificatisi successivamente all’8.9.1943
8 settembre 1943
Cessa di essere mobilitato e di trovarsi in territorio dichiarato in istato di guerra e zona di operazioni
1 ottobre 1944
Arruolatosi nella formazione partigiana “U. Bottacin”, Treviso
29 aprile 1945
Deceduto a Treviso in combattimento contro i tedeschi
Notizie tratte dal foglio matricolare - Archivio di Stato Regio Calabria, classe 1921, matricola 15572, vol. 695
parificato [aggiornato] il 20.5.1950




Partigiano Laganà: il ricordo di Carlo Minello, suo coetaneo e vicino di casa
Carlo Minello, Sant'Artemio TV (1921-2018),
vicino di casa e amico del partigiano
Consolato Laganà. (Foto 17.5.2017)
Carlo Minello, operaio, 1921, dopo l’8 settembre 1943 riuscì avventurosamente a tornare a casa dalla Jugoslavia[15] e ricorda che Consolato Laganà venne ad abitare a Sant'Artemio nello stesso edificio in cui anch'egli abitava, però ospite della famiglia a fianco della sua[16].
L’abitazione delle due famiglie Minello - fittavoli del duca Catemario - era una casa colonica che adesso è stata ristrutturata da Zanetti “quello del caffè Segafredo”. La casa era posta lungo la statale Pontebbana, fra villa Felissent e l’ippodromo, di fronte a villa Margherita (dove si era installato il comando tedesco).
Tito Laganà trovò lavoro proprio dentro al comando tedesco come addetto alle comunicazioni radio[17].
Lavorava per i tedeschi[18] ma faceva il "doppio gioco" con i partigiani, informandoli quando erano previsti dei rastrellamenti o delle perquisizioni.
Consolato Laganà dal 24 aprile al 28 ottobre 1944
aveva lavorato per i tedeschi come radiomontatore
nel "LN-Frontreparaturbetrieb (GL) 5-VII".

(Archivio privato Anna Maria Moro).
«Tito mi avvertiva, mi diceva: “non muoverti questa sera” e se andavo dalla morosa che abitava a Pero: “sta attento stasera, vieni a casa presto” […]. Però lui non mi aveva mai detto, e neppure accennato, di essere partigiano. Ma io l’avevo capito.
Perché di notte portavano armi. Andavano a nasconderle nel campo là vicino a casa nostra sotto il fieno dell’ippodromo che avevamo falciato e accatastato in grandi “mari de fen” [19].
Là sotto i partigiani nascondevano le armi, avevano fatto dei buchi.
- Dove le trovavano queste armi?
Le passavano attraverso Villa Felissent e poi dall’ippodromo le sparpagliavano verso il Montello»[20].
Negli ultimi giorni della guerra, quando iniziò il gran movimento di soldati tedeschi in ritirata, i Minello abbandonarono la loro casa, che era sulla strada principale, e si rifugiarono in una casa di campagna dalle parti dell'ospedale psichiatrico.
«Un giorno abbiamo sentito dire “i ga copà uno”. E chi era? Laganà!
- Come hanno detto che è stato ammazzato?
Un cecchino, dalla caserma, ha sparato. Che anzi mi sembra che Tito avesse avuto la giberna, davanti, ed è stata bucata da questo tiro»[21].


Note

[1] Il primo mausoleo dei partigiani fu costruito “in economia”, al cimitero di San Lazzaro, su progetto dell’architetto Pietro Dal Fabbro nel 1946. Verrà dismesso nel 1994, sostituito dal nuovo monumento opera dell’architetto (e internato in Germania) Giuseppe Davanzo.
[2] File audio 17050901, sintesi da 24:00 a 26:30.
[3] Per la delimitazione della “Terza Zona partigiana” vedi domanda iscrizione all’Anpi di Antonio Campion, Breda di Piave. Aistresco, b. 47, fondo Anpi.
[4] Intesi come appartenenti al Corpo Volontari della Libertà.
[5] Come risulta dal foglio di riconoscimento della qualifica di partigiano, l’inizio dell’attività cospirativa di Consolato Laganà è ufficialmente fatto risalire al 1 ottobre 1944. Consolato, dopo l’8 settembre e per un periodo che non è possibile quantificare, risulta che lavorasse presso il comando dei tedeschi posto nella villa Margherita a Sant’Artemio (a lato della SS 13 Pontebbana che da Treviso conduce al nord), presumibilmente come addetto alle comunicazioni radio. Proprio grazie a questa sua posizione all'interno del comando nemico, ricorda la nipote, riusciva sia a segnalare ai partigiani le località di probabili rastrellamenti sia a procurare armi leggere che poi venivano nascoste in campagna.
Per ulteriori informazioni al riguardo si veda (qui sopra) la testimonianza di Carlo Minello, S. Artemio (TV) 1921.
[6] In realtà un altro partigiano, Armando Buttazzoni “Ilka” abitante a Treviso in via Andriana 76, dichiarò nella sua domanda di iscrizione all’Anpi che nell'aprile del 1945 fu «ferito in azione contro i Tedeschi alla caserma “Salsa”». Dichiarazione sottoscritta da Romeo Marangon, Severino Voltarel “Lidia”, Armando Perini e Bertillo Mattiuzzo. Aistresco, b. 47, fondo Anpi.
[7] Pagotto, I miei ricordi…, p. 138.
[8] File audio 19011202, 00:07.
[9] File audio 17050901, 04:15.
[10] Una figlia di Avignone, Delia, diverrà moglie del giornalista e scrittore Mirko Trevisanello (della famiglia di pescivendoli trevigiani conosciuti come Pàciara), e madre di Marco cantante e regista lirico.
[11] File audio 17050901, da 06:32.
[12] Ermenegildo e Vincenza vivranno per lunghi anni assieme. A morire per prima sarà Vincenza nel 2006; l’anno dopo toccò a Gildo.
[13] Il solenne rito funebre collettivo fu celebrato nel duomo di Treviso domenica 17 novembre 1946. Per l’occasione furono riesumate le salme dei 40 caduti partigiani di cui si conosceva l’esistenza e furono tumulate nel  mausoleo ad esse dedicato nel cimitero di San Lazzaro.
[14] File audio 17050901, 09:56.
[15] Il fratello minore di Carlo, Giuseppe Minello, 1923, fu invece catturato dopo l'8 settembre dai tedeschi e non ha più fatto ritorno a casa. I familiari non sanno né dove sia morto né dove sia stato sepolto. Il suo nome è ricordato nel monumento ai partigiani del cimitero di San Lazzaro, fra gli "internati nei lager".
[16] Il vicino di casa di Carlo si chiamava Vittorio Minello: il cognome era lo stesso ma fra le due famiglie c’era solo una lontana parentela.
[17] Carlo Minello, per la verità, usa queste testuali parole: «Lavorava alla Telefunken che era in villa Margherita». File audio 17051704, 01:45. Nel foglio matricolare Laganà risulta essere "aiuto elettricista", inoltre aveva frequentato la 3. industriale inferiore.
[18] Quasi sicuramente in virtù del suo periodo di oltre due mesi trascorso in missione in Germania (fra il dicembre 1941 e il febbraio 1942) come risulta dal suo foglio matricolare.
[19] Comunemente chiamati “mèe” [fienili a forma conica].
[20] File audio 17051704, sintesi da 00:45 a 05:30.
[21] File audio 17051704, sintesi da 24:20 a 26:15.





domenica 23 aprile 2017

Preganziol, presentazione libro Maleviste 1945



La trascrizione integrale della presentazione si trova nella rivista "storiAmestre, associazione per la storia di mestre e del territorio" (in linea dal 7 maggio 2017).

Due momenti della presentazione da parte del prof. Alessandro Casellato
(Università di Venezia) del libro Maleviste 25 aprile 1945. Cinque caduti per la libertà 
nella campagna fra San Vitale di Canizzano, Sambughè di Preganziol e Zero Branco.
(Foto di Laura Martinello)

Francesca Gallo, assessore alla Cultura di Preganziol,
ringrazia i partecipanti alla serata e annuncia le prossime
manifestazioni in programma. (Istantanea da video)

                                                                                                                 
   

Giovedì 27 aprile 2017 ore 20,45

presso la Biblioteca Comunale di Preganziol

ALESSANDRO CASELLATO

presenterà il volume di Camillo Pavan

Maleviste 25 aprile 1945

sull'uccisione - da parte dei militi della XX Brigata Nera "Amerino Cavallin" - 
dei partigiani Adolfo e Ettore Ortolan,
del sergente maggiore Carmine Gargiulo di Napoli
e di Antonio Bragato e Marco Galiazzo di Sambughè.
Sarà presente l'Autore.

Il prof. Alessandro Casellato (Ca' Foscari) presenterà
giovedì 27 aprile 2017 ore 20:45 alla Biblioteca Comunale di Preganziol
il libro di Camillo Pavan "Maleviste 25 aprile 1945 - Cinque caduti per
la libertà nella campagna fra San Vitale di Canizzano,
Sambughè di Preganziol e Zero Branco"

Cippo partigiano di via Maleviste a San Vitale di Canizzano (TV).
Ricorda l'uccisione da parte delle brigate nere di Treviso
(durante la loro ultima azione antipartigiana)
di Adolfo e Ettore Ortolan, Carmine Gargiulo, Antonio Bragato e Marco Galiazzo.

venerdì 14 aprile 2017

Marcon, 20 aprile 2017: presentazione del libro sui partigiani Dolfino e Ettore Ortolan e sugli altri caduti a Maleviste, il 25 aprile 1945


Camillo Pavan e Luigino Scroccaro

La sala del Centro Culturale De Andrè di Marcon durante la presentazione

Giovedì 20 aprile 2017 alle ore 20:30 
sarà presentato a Marcon
da Luigino Scroccaro
presso il Centro Culturale De Andrè
il volume di Camillo Pavan
Maleviste 25 aprile 1945
in cui viene ricostruita, 
sulla base di documenti d'archivio e di testimonianze orali,
l'uccisione per mano delle brigate nere di Treviso
dei partigiani di Marcon Adolfo e Ettore Ortolan,
oltre a quella di due giovani di Sambughè, 
Antonio Bragato e Marco Galiazzo,
e di uno "sbandato" napoletano, Carmine Gargiulo.


Locandina della presentazione a Marcon del libro
"Maleviste 25 aprile 1945" (edizioni Istresco). 
La serata sarà introdotta dallo storico Luigino Scroccaro. 
Interverrà l'autore. 


Ascolta le testimonianze sui fatti delle

lunedì 16 gennaio 2017

La famiglia Benvenuto: operai, comunisti e partigiani di Santa Bona (Treviso). Il ricordo di Lucia, la figlia più giovane

Fratelli Benvenuto -
I partigiani Ugo e Wladimiro Benvenuto erano i primi due dei cinque figli di Guido (1897-1970) e Amelia Pessotto (1895-1980).
Guido, nato a Mira e secondogenito di otto fratelli, si trasferì fin da piccolo con la famiglia a San Lazzaro di Treviso in via Ghirada, dove già a nove anni iniziò a lavorare. Partecipò alla prima guerra mondiale e riuscì a salvarsi sul fronte dell’Isonzo per la sua abilità nel nuoto che, in un momento di pericolo, gli permise di sfuggire alle pallottole immergendosi nel fiume.
Dopo il matrimonio si trasferì nelle case popolari costruite - negli anni '20 e '30 - nella periferia di Treviso all'epoca immersa nella campagna.
Dapprima trovò alloggio a Sant’Angelo, nel IV gruppo delle “case Luzzatti” (via Ottavi), per trasferirsi poi (1932) nelle “popolarissime” di via Bindoni a Santa Bona, nella stessa casa in cui abbiamo incontrato Lucia [1].
Guido fu un comunista della prima ora, come si può dedurre dal nome che diede al secondogenito Wladimiro nel 1925: un nome che suonava di sfida all'ormai imperante regime. «Avevamo i fascisti sempre in casa. Perquisivano, chissà cosa credevano di trovare, e quando arrivava Mussolini mettevano mio papà in prigione» [2].
Faceva il fornaio e lavorava dai Rachello, proprietari di un mulino sul Sile a Quinto e di un forno con «un gran negozio sotto i portici di quel bel palazzo che c’è in piazza San Vito». Era un lavoro duro «perché tutte le sere quando erano le otto, partiva da qua e andava a fare “i levài”, il lievito per il pane. Tornava a casa e alle tre di notte doveva essere di nuovo al lavoro».
Il primogenito Ugo (1923) fino alla chiamata alle armi lavorava nella fabbrica di spazzole Krull. L’8 settembre , di stanza come caporale degli autieri a Cervignano, riuscì a sfuggire alla cattura dei tedeschi, tornare a casa e rimanere nascosto.
Wladimiro riparava radio a Treviso «in una botteghetta all’angolo di via Indipendenza, vicino alla Loggia dei Cavalieri».
Con la costituzione della Repubblica Sociale Italiana [a republicheta, come la chiama Lucia] né Ugo né Wladimiro risposero ai bandi di arruolamento e - insieme al padre - presero contatto con la struttura clandestina del PCI.


Diploma di medaglia garibaldina rilasciato al partigiano Guido Benvenuto.
(Album di famiglia, Lucia Benvenuto) 

«Anch’io, che ero ancora piccola, andavo con mio papà in bicicletta a portare i volantini di propaganda per le stradine di Canizzano e Zero Branco. Ricordo che avevo fatto un taglio sulla fodera della giacca e dentro mettevo i manifesti. Andavamo con biciclette tutte “taconàe” [rappezzate], perché in quel tempo non c’era niente, mancavano le materie prime».
Da maggio a settembre 1944 troviamo Ugo in montagna, sul Mariech sopra Valdobbiadene, con la brigata Mazzini [3].
Dalla domanda di iscrizione all’Anpi, stilata il 5 novembre 1945, veniamo a sapere che Ugo, dopo essere rimasto nascosto nell’inverno 1944/45, nel febbraio 1945 fu catturato dalle brigate nere e a marzo costretto a entrare nei ranghi della RSI, probabilmente nel 29° CMP, caserma di Istrana, da cui fuggì nell’aprile del ’45.
Negli ultimi giorni della guerra, la famiglia si trasferì da conoscenti in una casa nella campagna di Padernello. «Ci sembrava di essere più sicuri, lontani dalle strade principali. E poi noi ragazze (io e mia sorella più grande Clara, 1926) avevamo paura degli americani che venivano avanti. I miei fratelli dicevano che c’era il rischio che violentassero le ragazze».
Per Ugo l’appuntamento con la morte avvenne durante i combattimenti contro i tedeschi in ritirata attorno alla fonderia di Santa Maria del Rovere il 27 aprile 1945. Fu colpito dal piombo nemico perché non fu pronto nell’attraversare il canale Piavesella: a differenza del padre, non sapeva nuotare [4]. Fu portato ancora in vita all’ospedale di Casier dove morirà poco dopo.
Wladimiro fu fucilato con altri sette partigiani davanti al muro del cimitero di Villorba il 29 aprile 1945, poco prima della partenza della colonna di SS che li aveva catturati il 27 aprile all'ingresso del paese [5].
«Il giorno dei funerali, che li hanno fatti il primo maggio, mia mamma sapeva di Ugo, perché Ugo era stato ferito ed era andata a trovarlo all’ospedale. Sapeva di Ugo, pensava di andare al suo funerale, e non sapeva niente di Wladimiro. Solo al momento di partire da casa mio papà le ha detto: “Mèlia, fate corajo, che i portemo via tuti do”.



La Omaggio di Rinascita, organo del CLN di Treviso (2.6.1945)
alla famiglia Benvenuto di Santa Bona, antifascista della prima ora,
che nella lotta partigiana ha perso i due figli Ugo e Wladimiro.
Guido Benvenuto - su proposta del CLN - sarà giudice popolare
in 19 dei 91 processi della Corte di Assise Straordinaria
di Treviso che fra il 1945 e il 1946 misero alla sbarra alcuni dei più
spietati esponenti del fascismo repubblicano della Marca.
In particolare Benvenuto farà parte della giuria di processi importanti
come quelli che comminarono le condanne a morte a Michele Pistone,
Firmino Morello "Tarzan", Giorgio Brevinelli "Lince", Egidio Simonetti "Nina",
Dino Cappelli "occhio di vetro" e Attilio Pillon.
Condanne che per Tarzan, Lince e Nina saranno eseguite.

… E dopo sono stati anni tremendi».
Anni tremendi, ma non disperati.
Amelia seppe "farsi coraggio", si rimboccò le maniche per mandare avanti la famiglia e seguire gli altri tre figli («a gavèa altri tre fioi da starghe drio»).
Il partito comunista fece di lei e della madre di Wladimiro Paoli - mamme di tre martiri della Resistenza - due modelli di donne da imitare.
"El sior Guido", così, affettuosamente e con rispetto conosciuto da tutti, continuò nel suo lavoro di panettiere. Per un anno (26.6.1945 - 3.7.1946) fu giudice popolare della Corte d'Assise Straordinaria istituita a Treviso per processare i fascisti rei di aver collaborato con gli occupanti nazisti [6].
Con le prime elezioni libere del dopoguerra, che a Treviso si svolsero il 31 marzo 1946, Guido Benvenuto venne eletto consigliere comunale per il PCI (quinquennio 1946-1951).
Fino alla fine rimase fedele al partito, che non mancò di ricompensarlo con un viaggio a Mosca e uno anche a Roma, assieme alla moglie.



Guido Benvenuto nel 1946, candidato ed eletto
per il PCI nelle prime elezioni democratiche dopo
la Liberazione; Treviso, 31 marzo 1946.
(Il Lavoratore, Settimanale della federazione trevigiana del PCI)

Bruno Marton, sindaco di Treviso (1965-1975, DC), consegna una
medaglia d'oro all'ex consigliere comunale del PCI Guido Benvenuto.
(Album di famiglia, Lucia Benvenuto)

La famiglia Benvenuto -
Amelia Pessotto e Guido Benvenuto a Roma. Al centro, Luciano Cappellotto (1927-1982),
partigiano, funzionario del PCI e a lungo sindacalista: dapprima con i tessili CGIL, poi con
la Federmezzadri di Treviso e dal 1977 presidente della neonata Confederazione Italiana
Agricoltori - CIA. (Informazioni del figlio Otello, a mezzo Diego Agnoletto). 
(Album di famiglia, Lucia Benvenuto)

Morirà poco più che settantenne, di infarto.
Meritano essere ricordate le considerazioni della figlia sulla sua morte.
«Era qua in casa e diceva “questo braccio, questo braccio che mi dà fastidio”. Telefoniamo al dottore e ci dice di andare in pronto soccorso. Siamo andati io e mio marito a portarlo. Siamo andati all’ospedale, c’era ancora il pronto soccorso vecchio [a Ca’ Foncello].
Vai al pronto soccorso - adesso è tutta un’altra cosa, perché c’è il codice rosso -  ... e avanti e indietro, e ci mandano in geriatria. Andiamo in geriatria. Con la nostra 500, non loro con la Croce Rossa; siamo andati noi a portarlo. Gli infermieri che lo ricevono, dicono che bisogna misurargli la febbre. Ma si può morire anche senza febbre, o no? E dopo, quando è venuto fuori il dottore ha detto: “Ha tutti i sintomi dell’infarto, si salva se passa i primi momenti”.
Insomma, tutto quel tempo che è stato fermo, … se lo avessero visitato subito!».
- Il funerale com’è stato?
Al duomo hanno fatto i funerali.
- Non era ateo?
No, no. A lui piaceva papa Giovanni XXIII. In chiesa non andava, comunque quello che c’era da fare, cerimonie, ecc., le faceva.
- Non ha impedito a nessuno, per dire, di battezzarsi.
No. L’ideale suo era di vedere la libertà. Era proprio un idealista. Aveva fede nella sua idea, l’idea del popolo che stesse bene. Sono stata capace di spiegarmi?
A volte penso …  è morto a 72 anni. Ma sto poro vecio de setantadó ani, a quarant’anni passati gli è toccato andare in montagna, i fascisti sempre qua. Dentro di me dico: «Che possa aver avuto rimorso per la morte dei due figli? Ma lui non gli ha mai imposto niente, perché noi abbiamo fatto comunione, cresima … come facevano tutti. Non è da dire che lui avesse vietato qualsiasi cosa.
Lui non li ha spinti in nessuna maniera, eh! Hanno deciso loro. Perché anche il più giovane, Miro, quella volta - come le ho detto - non ha accettato di andare nella repubblichetta di Salò, e allora sono scappati via tutti. E l’altro [Ugo] era militare, e anche lui è scappato.
- Un bel peso per suo papà, immagino.
Capisce il mio discorso? Dentro di lui, chi lo sa cosa pensava. Che potesse avere anche rimorso, nel senso “li ho spinti io”?  Ma lui non ha spinto mai niente, sono stati loro…».


Amelia Pessotto, mamma di Ugo e Vladimiro Benvenuto, all'inaugurazione della mostra sulla Resistenza a Treviso,
Ca' Da Noal, 25 aprile 1969. Da dx. Ivo Dalla Costa (Segretario della Federazione provinciale  del PCI)
e il sindaco di Treviso Bruno Marton (DC) - Alle spalle del sindaco s'intravedono, da sinistra  (e di profilo)
l'avv. Renato Capraro (presidente dell'ANPI provinciale) e l'on. Elio Fregonese del PCI.
Foto e informazioni di Diego Agnoletto.

Amelia Pessotto, mamma di Ugo e Vladimiro Benvenuto, all'inaugurazione della mostra sulla Resistenza a Treviso,
Ca' Da Noal, 25 aprile 1969. Ivo Dalla Costa (di spalle) fa gli onori di casa al sindaco Bruno Marton.
Al centro l'avvocato e consigliere comunale del PCI Cirillo Boccaliero, a sinistra, il ten. col.
Pietro Curci, vicesindaco DC di Treviso. Da notare come Amelia Benvenuto indossi una collana
con due ciondoli contenenti le foto dei due figli partigiani. Foto e informazioni di Diego Agnoletto.

Ai fratelli Ugo e Vladimiro Benvenuto sarà intitolata la sede della sezione di Santa Bona del Partito Comunista Italiano, fino allo scioglimento del partito.

Lucia è una donna minuta e gentile che ha vissuto sempre nella stessa casa popolare di via Bindoni, anche da sposata [7].


Le case popolari di via Bindoni, prima laterale destra di via Santa Bona Nuova, TV,
costruite nel 1929, conservano la struttura urbanistica originaria. [8]
(Mappa Istella 2017 - Blom CGR - 2012 Terra Italy) 

Lavorò dapprima -
per dodici anni - alla IANA di Luigi Palla come ricamatrice: «facevamo tutta roba per bambini, coprifasce, vestitini da battesimo, quelle robe là». Passò poi alle dipendenze di Mario Toniolo, in via Montello e in uno stabilimento grande a Fontane che dopo qualche anno fu ceduto a Benetton. «E gli ultimi tre anni li ho fatti con Benetton».
È lei a conservare con amore i ricordi familiari. In una cartella le foto e i diplomi. In una piccola scatola le medaglie assegnate al padre e ai fratelli.
Ne distende il contenuto sul tavolo.
Ecco quanto rimane di due giovani vite spezzate e della storia umana e politica di questa famiglia di combattenti per la libertà e la giustizia che a Treviso - per mezzo secolo - fu portata ad esempio di impegno sociale: una manciata di medaglie e croci al valore o commemorative.
Della Resistenza, passato il fatidico 25 aprile, oggi si parla poco.
Dei partigiani, specie di quelli uccisi negli ultimi giorni della guerra di liberazione, spesso si sente dire che potevano starsene a casa, e non andare a stuzzicare i tedeschi che si ritiravano[9].
Il Partito è morto.
Lucia approfitta del nostro incontro per chiedere se non sia meglio lucidarle e ravvivarle un po', le medaglie.
- No, perderebbero la patina del tempo.
Per metterle in ordine inizia allora ad incollarle con una striscia di scotch ai relativi fogli originali di conferimento.
Poco vale ricordarle che lo scotch, nel corso di pochi anni rovinerà la carta.
«Ascolti, ho ottantacinque anni…»
- Ma noi dobbiamo pensare ai nipoti.
«Non ne vogliono sapere per niente. Adesso, se gli parli di queste robe qua, è come se tu parlassi della luna!».


Famiglia Benvenuto, Santa Bona di Treviso -
Amelia Pessotto Benvenuto tra il sindaco Giuseppe Schileo e il genero Marcello Pellizzari
nell'atrio del municipio di Villorba, in attesa della scopertura della lapide ai 15 partigiani caduti
nel territorio di Villorba. 25 aprile 1975, trentennale della Resistenza.

(Album di famiglia, Lucia Benvenuto)

Amelia Pessotto Benvenuto depone un mazzo di fiori ai piedi della lapide con i nomi
dei 15 partigiani caduti in territorio di Villorba, fra i quali il figlio Wladimiro Benvenuto.
Alle sue spalle il sindaco Giuseppe Schileo. 25 Aprile 1975, trentennale della Resistenza.
(Album di famiglia, Lucia Benvenuto)


Note

[1] Tutte le notizie relative alla famiglia Benvenuto, sono tratte dalla testimonianza dell'ultimogenita Lucia, 1931, raccolta nella sua abitazione di Santa Bona il 2.12.2016 (file 16120203 e 16120204) e il 12.12.2016 (file 16121201).
[2] Guido Benvenuto è stato in effetti sorvegliato dal regime e iscritto, come comunista, al Casellario Politico Centrale dal 1930 al 1942.
[3] Testimonianza di FA, Santa Bona 1924, partigiano, amico e vicino di casa dei fratelli Benvenuto (file 16120202, 05:00) e domanda di iscrizione all’Anpi a nome del caduto Ugo Benvenuto (Aistresco, b. 47, fondo Anpi). In montagna nel 1944 c’erano anche Wladimiro e il padre Guido. Lucia ricorda che il padre era riuscito a scappare dalla prigione a Treviso con il bombardamento del Sette aprile 1944.
[4] Testimonianza di F.A., file 16120202, 02:05-03:13. «È una testimonianza “per sentito dire”, perché io e Ugo dovevamo andar via insieme, ma mia mamma [dopo che un mese prima ero scampato alla fucilazione] ha detto: “no, tu da qua non ti muovi” e mi ha chiuso in casa».
In altre parole, il punto esatto dell'uccisione di Ugo Benvenuto, non lo conosce (o ricorda) neppure il partigiano F.A., amico, compagno e vicino di casa.
[5] Resta da chiarire il motivo per cui nella lapide del monumento di Villorba siano incisi i nomi di entrambi i fratelli Benvenuto, visto che sia le testimonianze orali sia i documenti d'archivio attestano che la loro uccisione avvenne in due luoghi diversi.
[6] In particolare fece parte della giuria presieduta dal dr. Guerrazzo Guerrazzi che il 4 luglio 1945 condannò a morte, sentenza 19/45, i tre brigatisti neri Giorgio Brevinelli (Lince), Egidio Simonetti (Nina) ed Emanuele Gerardi (Barba); condanne eseguite per i primi due il 13 febbraio 1946, mentre "Barba" morì in ospedale per setticemia prima dell'esecuzione. (Cfr. Sentenze della C.A.S., pdf online, pp. 50-54).
[7] Lucia Benvenuto sposò Marcello Pellizzari, autista da Krull (la nota fabbrica trevigiana di spazzole). Il marito morirà poco più che sessantenne in seguito a un ictus.
[8] Le case di via Giuseppe e Vincenzo Bindoni [rispettivamente figlio e padre, entrambi insegnanti. Il più noto dei due è Vincenzo, autore nel 1884 di un "Vocabolarietto del dialetto trevigiano (1884)", ristampato da Canova nel 1978] fanno parte dei quattro gruppi di casette "popolarissime" costruite nel 1929 dall'Istituto Fascista Autonomo Case Popolari in posizioni volutamente periferiche e "un po' nascoste" «dal momento che i fabbricati che sorgeranno dovranno accogliere una categoria di inquilini che sarà bene siano un po' segregati».
È facile immaginare come questa concezione urbanistica abbia contribuito ad aumentare anziché diminuire l'opposizione sociale di chi in quei luoghi segregati abitava.
Gli altri tre gruppi di casette sorsero in via Feltrina (Monigo), via Piavesella (zona Corti del Rovere) e via Borgo Venezia (S. Lazzaro).
«La totale assenza di servizi sociali, la lontananza dal centro e l'impianto urbanistico improntato secondo una maglia rettilinea di massima economicità, costringono questi piccoli quartieri in aree di quasi totale estraniamento dalla vita cittadina». (Andrea Bellieni, Luigi Pavan, "L'architettura delle case popolari a Treviso. Lo IACP di Treviso 1915-1990, pp. 167-168).
[9] Ci si riferisce solo ai commenti più teneri. Per gli altri basta guardare la vergognosa sequela di ingiurie che compare su Google digitando "partigiani uccisi" [ultima ricerca effettuata il 2 febbraio 2017].