martedì 1 agosto 2017

La fucilazione dei partigiani Luigi Bavaresco e Giovanni Gasparini ai bordi della Callalta, a Fagarè.

Le schede dei partigiani Luigi Bavaresco e Giovanni Gasparini
nell'elenco caduti della divisione Sabatucci. (Aistresco, b. 24)
Bavaresco Luigi di Gaudio [e Guadagnin Teresa], nato a Padernello [il 27.2.1925].
Domicilio a Padernello. Caduto il 28 Marzo 1945 a Fagarè. (Nome di battaglia "Grifone").
Gasparini Giovanni di Giuseppe e di Moro Luigia, nato a Paese [il 24.4.1924]
(nome di battaglia: "Nani"). Domiciliato a Padernello di Paese.
Caduto a Fagarè il 28 Marzo 1945. Fatto d'arme (per entrambi):
«Catturato in un'imboscata tesagli dalle bb.nn. nella zona di Padernello, veniva
successivamente tradotto a Fagarè e vilmente trucidato».

Luigi Bavaresco e Giovanni Gasparini, partigiani di Padernello di Paese TV:
la loro cattura e fucilazione nel Diario storico della Brigata Bavaresco. (Aistresco, b.7)

Il 28 marzo 1945 (mercoledì santo), alle sei di mattina, tre partigiani rinchiusi in una cella dei sotterranei del collegio Pio X a Treviso - Luigi Bavaresco, F.A. e Giovanni Gasparini - furono prelevati dalle brigate nere e fatti salire su un camion. Direzione Oderzo, dove in quel giorno si sarebbe celebrato il funerale dei tre fascisti (di cui due - Arrigo Bernardi e Corrado Piccione - uomini di spicco della Federazione trevigiana del PFR) uccisi dai partigiani il precedente sabato 24 marzo sul rettifilo della Callalta in territorio di Fagarè, non molto lontano dal sacrario della Prima guerra mondiale.

I fascisti uccisi erano:
Arrigo Bernardi è nominato vicecomandante
federale della GIL, il 20 settembre 1943,
dalla rinata Federazione fascista di Treviso.
Ordine del giorno n. 5 - (Gazzettino 20.9.43)
- Arrigo Bernardi, nato a Oderzo nel 1896, mazziniano, studioso di storia locale, fondatore e direttore dell’Università Popolare (poi Istituto Fascista di Cultura), conferenziere. Nella vita civile segretario economo del comune di Oderzo, durante la guerra capitano d’artiglieria.
Dopo l’8 settembre 1943 fu tra i primi a riaprire la Federazione fascista di Treviso, un paio di giorni dopo che 5000 soldati italiani disarmati erano stati fatti sfilare dai tedeschi dalla caserma De Dominicis e altre caserme cittadine per le vie del centro fino alla stazione dei treni: destinazione Germania, su vagoni piombati. Responsabile provinciale dell'Ufficio Stampa e Propaganda (Audacia, n. 2, 6.XI.1943), membro del comando della G.N.R. di Treviso, Bernardi prestava servizio come capitano presso la caserma Salsa.
- Lea Forcellini Bortoluzzi, nata a Longarone nel 1902, maestra elementare, ausiliaria e impiegata presso la Federazione Fascista Repubblicana di Treviso.
- Corrado Piccione, nato nel 1900 ad Avola (SR), direttore didattico a Oderzo, fascista della prima ora, squadrista iscritto al Fascio di Oderzo dal 16.5.1921, con alle spalle diversi e importanti incarichi nel partito fra cui quello di segretario provinciale del PNF. Piccione, tenente della XX Brigata Nera “Amerino Cavallin” e direttore di Audacia, l’organo della brigata, era un granitico propagandista del fascismo. Lo fu fino all’ultimo articolo (pubblicato il giorno della sua morte), che così terminava: «Chi osa dubitare, se il Duce è sempre in testa a noi? Lo ha detto: “Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi!”. E noi lo seguiamo il Duce nostro, con lo stesso ardore di sempre, fino ai limiti del mondo, col dono della vita e della morte, per l’onore e la gloria della Patria immortale!”[1].


Arrigo Bernardi, Lea Forcellini Bortoluzzi e Corrado Piccione, la croce
eretta nel luogo in cui furono uccisi i tre fascisti che provenivano da Treviso in bicicletta.  
Siamo ai bordi della strada Postumia/Callalta, all'altezza dell'attuale trattoria
"Da Toni e Maria". (Google Street View, giugno 2018)
«Sulla proda del fosso, a mano destra giungendo dal capoluogo, ponemmo una crocetta di marmo
con la sola data dell'eccidio». Ulderico Bernardi, Un'infanzia nel '45, p. 48.

L’intenzione delle BB.NN. era di uccidere i tre volontari della libertà nei dintorni di Oderzo, per pareggiare i conti.

I morti di Fagarè secondo il parroco don Pietro Martini:
i " noti fascistoni" (Corrado Piccione, Arrigo Bernardi e Lea Bortoluzzi-Forcellini)
"assassinati nella strada Callalta" e i "due giovani di Padernello" (Bavaresco luigi e Gasparini Giovanni)
uccisi per rappresaglia sui campi di Pietro Dametto.
(''Cronistorie di guerra ... 1939-1945. Le relazioni dei parroci... ",  
a c. di Erika Lorenzon, pp. 990-91 - DVD allegato )

Dalla testimonianza di F.A., partigiano scampato alla fucilazione. [2]

Arrivati al ponte di Bocca Callalta [3] fu impossibile proseguire a causa del Piave in piena. Il camion allora svoltò a destra, prendendo la strada sull’argine, diretto alla passerella di S. Andrea di Barbarana. Ma anche qui la violenza dell’acqua, che aveva sommerso la passerella, rendeva impraticabile il transito.
All'imboccatura della passerella c'era «una macchina nera, una di quelle macchine tedesche di una volta, con dentro quattro persone. Noi siamo rimasti sul camion mentre il tenente è sceso ed è andato a parlare con loro».
Non restava che tornare indietro. Se non era possibile consumare la vendetta nella città dove erano vissuti e stavano per essere sepolti i camerati, poteva andar bene anche il luogo in cui essi erano stati uccisi.
Il camion infatti si fermò sulla Callalta, poco distante da una stradina che sul lato sinistro si inoltrava nella campagna lavorata da Pietro Dametto e un centinaio di metri prima del punto in cui - sempre sullo stesso lato della strada - erano stati uccisi i fascisti.


Il rettifilo della Callalta (S.R. 53 "Postumia") in territorio di Fagarè dove il 24 marzo 1945
furono uccisi i fascisti Arrigo Bernardi, Lea Forcellini e Corrado Piccione
e il 28 marzo 1945, per rappresaglia, i partigiani Luigi Bavaresco e Giovanni Gasparini.
(Foto: Domenica 4.12.2016 - ore 9:12)
Va da sé che il panorama all'epoca non era così spoglio e i bordi della strada maestra e delle stradine
interpoderali erano delimitati da siepi, dietro le quali, malgrado si fosse ancora all'inizio della primavera
e la fogliazione fosse ridotta, si poteva agevolmente trovare riparo.
Duecento metri prima del cippo in memoria di Bavaresco e Gasparini,
provenienti dall'attuale via Asiago "che in quel tempo era solo una cavedagna", i partigiani avevano
ucciso i fascisti Bernardi, Forcellini e Piccione, provenienti in bicicletta da Treviso e diretti a Oderzo.

Fagarè: sulla destra della Callalta, in direzione di Ponte di Piave, il cippo in memoria dei 
partigiani Luigi Bavaresco e Giovanni Gasparini. (Google Street View, giugno 2018)

Bavaresco, F.A. e Gasparini furono fatti scendere dal camion. Erano come in trance, silenziosi, non un gesto di ribellione, non un grido né un lamento: sapevano quale fosse il loro destino.
Lo sapevano fin dal momento in cui si erano rifiutati di continuare la guerra con il duce. Lo sapevano da quando avevano iniziato ad agire contro fascisti e tedeschi, invece che starsene nascosti in attesa che tutto passasse.
I tre, sospinti dai mitra stavano per incamminarsi verso la morte quando il comandante dei fascisti bloccò F.A.: «No, questo teniamolo, perché dobbiamo interrogarlo ancora». Uno dei giovanissimi brigatisti protestò: «Ma come, lui no? E perché? E' figlio di questo o di quell'altro? E' un privilegiato... [4]», poi mi ha preso, mi ha dato un calcio in culo e mi ha buttato su nel camion, ricorda F.A..
Dopo un po’ una sventagliata di mitra poneva fine alla vita di Bavaresco e Gasparini. Pochi minuti ancora e F.A. vide ritornare i due-tre giovanissimi militi che avevano eseguito la condanna a morte. «Sono saliti bestemmiando e imprecando contro di me, e siamo ritornati al Pio X».
F.A. sarà rimesso in libertà alcuni giorni dopo, senza alcun ulteriore interrogatorio.

Partigiani di Treviso -  
Luigi Bavaresco e Giovanni Gasparini i due partigiani di Padernello (Paese TV)
assassinati a Fagarè dalle brigate nere, il 28 marzo 1945.
Iscrizione alla base del cippo eretto alla loro memoria ai bordi della Callalta. (Foto: 4.12.2016)

Cippi partigiani in provincia di Treviso - 
Domenica 24 marzo 1946 fu inaugurato il cippo partigiano
a ricordo di Luigi Bavaresco e Giovanni Gasparini.
 (Il Gazzettino, 21.3.1946)

F.A., che fino al rastrellamento del '44 era stato in montagna con la brigata Mazzini, era stato fermato da un milite delle brigate nere in via Palestro a Treviso una decina di giorni prima delle uccisioni di Fagarè mentre, da solo e privo di documenti, stava recandosi all’ospedale di San Leonardo per una visita medica. Portato al Pio X, fu sottoposto a un duro interrogatorio a base di frustate con nerbo di bue da parte dei brigatisti (ed ex partigiani) "Lince" (Giorgio Brevinelli) e "Stilli" (Paolo Borea) [5].
F.A. ritiene di essersi salvato dalla fucilazione per il prodigarsi della madre, Giuseppina Carnio, che gestiva un frequentato bar nell'ex casello del dazio a Porta Calvi. Immediatamente dopo la cattura del figlio, Pina del bar - così era conosciuta - era infatti andata a bussare a tutte le porte di chi in qualche modo avrebbe potuto tirarlo fuori dal carcere. «Ogni giorno in un ufficio o in un altro o in un altro ancora, a dire che ero innocente, che ero giovane, che qua e che là. I sacrifici che ha fatto mia madre… una doppia vita, ecco, mi ha regalato!»[6].

La relazione con cui le brigate nere di Treviso falsificarono
le modalità dell'uccisione dei partigiani Luigi Bavaresco e Giovanni Gasparini.
(Aistresco, b. 15, fasc. "Raccolta informazioni sull'attività ribellistica... ".)

Del tutto falsa, come spesso accadeva, la ricostruzione
da parte delle brigate nere della morte di Bavaresco e Gasparini.
In una relazione datata 28 marzo 1945 e indirizzata ai vari comandi delle BB.NN., della GNR, nonché alla Sicherheitsdienst (SD, Servizio di Sicurezza) e alla gendarmeria tedesca, l’Ufficio Operazioni e Addestramento del comando della XX Brigata Nera riferisce sulle operazioni effettuate in provincia di Treviso nei giorni 23-24-25 marzo 1945 [7]. Fra di esse, quella avvenuta nel pomeriggio di domenica 25 marzo a Padernello di Paese dove «venivano catturati due partigiani armati di fucile e precisamente Gasparini Luigi e Bavaresco non meglio identificato». Dopo la cattura, «avendo i suddetti dichiarato di conoscere in S. Biagio di C. la località ove si celavano altri partigiani, mentre le squadre erano impegnate nel rastrellamento tentavano la fuga.
Accortisi della cosa i componenti la squadra aprivano il fuoco, intimando loro di fermarsi. Visti inutili i richiami i due furono feriti in modo tale che successivamente decedevano».
Oltre alla storpiatura dei nomi, nell’informativa fascista vengono unificate in un’unica data le catture dei due partigiani, frutto invece di due rastrellamenti: sabato 24 fu preso Bavaresco e domenica 25 Gasparini [8]. La loro uccisione figura inoltre avvenuta già a Padernello, in seguito a un tentativo di fuga. San Biagio di Callalta, comune di cui fa parte Fagarè (località in cui Bavaresco e Gasparini furono effettivamente fucilati), viene citata solo di sfuggita, come esito di una possibile delazione.
Di fatto, la nota delle brigate nere altro non è che un goffo tentativo di ingarbugliare le carte, cercando di allontanare da sé ogni responsabilità, nella consapevolezza dell’ormai vicina e definitiva resa dei conti.


Il sonetto dedicato da Luciano Desiderà [Desidera?] (''il compagno Vich'') il 7.10.1946
al partigiano Luigi Bavaresco su patrioti della marca, il settimanale Anpi provinciale
di Treviso che aveva iniziato le pubblicazioni l'11 luglio 1946 e
dal 13.2.1947 cambierà il nome in La Nuova Strada, per cessare le pubblicazioni nel 1948.

Luigi Bavaresco e Giovanni Gasparini, i due partigiani uccisi a Fagarè, ricordati
sul settimanale dell'Anpi di Treviso La Nuova Strada (27.3.1947)
dal partigiano  Luciano Desiderà [Desidera], comandante del btg. Cattarin della brg. Bavaresco.

Testata giornale partigiano - 
La Nuova Strada, settimanale dell'Anpi di Treviso,
continuazione (dal 13.2.1947) di ''patrioti della marca'' - Cesserà le pubblicazioni nel 1948.
Direttore per quasi tutto il periodo di pubblicazione il partigiano del PCI  Remo Casadei.
L'ultimo numero presente nella collezione dell'Archivio Istresco è invece firmato da Giorgio Trentin.

Giornale partigiano -  
patrioti della marca, settimanale dei partigiani di Treviso
che inizia le pubblicazioni l'11 luglio 1946
e che da 13.2.1947 diventerà ''La Nuova Strada''.


Una delle azioni partigiane di Luigi Bavaresco: attacco alla caserma del 29° Deposito Misto
RSI di Ospedaletto d'Istrana, il 29 novembre 1944. (Aistresco, ID 86, n. inv. 007)

Trascrizione
Azione n. 62 della Brigata Bavaresco / 29 novembre 1944 / Ospedaletto d'Istrana«Attacco alla Caserma del 29° deposito misto in Ospedaletto di Istrana. Nell'azione che durò una ventina di minuti, nostri elementi riuscirono a penetrare nell'edificio della caserma e ad asportare armi e munizioni. (azione condotta da Bavaresco, Ciccio e Francia) con una decina di uomini».
Partecipanti all'azione 13 uomini /Bottino: armi e munizioni varie e materiale d'ufficio.



“Padernello di Paese, Cronistoria dei fatti più importanti avvenuti durante la guerra”.


La morte dei partigiani Luigi Bavaresco e Giovanni Gasparini nella cronistoria
parrocchiale di Padernello. Particolare del testo scritto in data 1.VI.1945 dal cappellano
Don Ferdinando Bruttocao e controfirmato dall’arciprete Don Antonio Borsato. (Cronistorie di guerra … , a c. di Erika Lorenzon, pp. 705-706 - DVD allegato)

Trascrizione integrale
Due morti partigiani


«Il 24 e 25 marzo 1945 le Brigate Nere di Treviso portarono via con violenza i  due giovani della Parrocchia: Gasparini Giovanni di Giuseppe di anni 21 e Bavaresco Luigi di Gaudio di anni 20. Il Sacerdote si interessa presso la famiglia del perché di questo arresto: la famiglia nasconde al Sacerdote il perché dell’arresto [9].

Il 28 Marzo i predetti giovani furono fucilati. Il Cappellano deve portare la triste notizia a una delle due famiglie, non ancora avvertita della disgrazia e invitare alla rassegnazione l’altra. Il giorno seguente (Giovedì Santo) il Cappellano, d’accordo con S. E. il Vescovo, gira dovunque per rintracciare le salme. (Al Comando delle Brigate Nere non si voleva riconoscere il fatto della morte, perché illegale). Verso sera poté scoprire le due salme a Fagarè (dove qualche giorno prima erano stati uccisi tre delle Brigate Nere (Piccione, Bernardi, Forcellini). I giovani erano stati battuti, fucilati e poi gettati in un fosso d’acqua; e, perché non fossero riconosciuti dai parenti, privati dei documenti e anche dei denari. Per impedire mali maggiori a Padernello e Fagarè, minacciati di altri rastrellamenti e incendi, furono sepolti privatamente a Fagarè: (solo il Gasparini per un caso fortuito poté confessarsi presso il Parroco di Postioma).

Il 15 Maggio 1945, dopo la liberazione alleata, le loro salme furono trasportate solennemente in paese. I Capi della Brigata a cui appartenevano, dichiaratisi comunisti, vollero che anche i due giovani fossero iscritti a tale partito almeno dopo morte.

Nel giorno dei funerali furono pronunciate delle invettive, senza alcuna ragione, dai capi comunisti contro i Sacerdoti.

-In onore dei due morti si istituirono la così detta Brigata “Bavaresco” e il Battaglione “Gasparini”-».

Note

[1] Le  notizie biografiche su Bernardi, Forcellini e Piccione sono tratte da Maistrello, Op. cit. (pp. 126-127) .
Per la sfilata dei cinquemila soldati italiani diretti in Germania, cfr. Teodolfo Tessari, “La città nella storia”, in Treviso nostra, ediz. 1980, vol. 1, pp. 143-144. - Per Corrado Piccione vedi anche "Sqvadristi, a noi!... ".
Per i cenni biografici di Bernardi pre-Otto settembre, cfr. il libro del figlio Ulderico, Un’infanzia nel ’45… , pagine 43 e 147. Nello stesso volume (pp. 47-49) Ulderico Bernardi ricostruisce anche la dinamica dell’agguato in cui venne ucciso suo padre.
L’esecuzione di Bernardi, Forcellini e Piccione è ricordata nei diari storici di due brigate partigiane garibaldine:
- Brg. “Cacciatori della Pianura”: «24.3.45 - Nelle vicinanze di S. Biagio di Callalta venivano giustiziati i fascisti, criminali di guerra:  Piccione Corrado, Bernardi Arrigo e Forcellini Lea».
(Istresco, Diari storici… , p. 228).
- Brg. “Pompeo Pivetta”: «Marzo 1945 - Giorno imprecisato - ore 16 - stradale Ponte di Piave eliminazione tre spie fasciste. (Istresco, Diari storici… , p. 591).
[2] Il testimone ha chiesto, per questa pubblicazione sul Web, di restare anonimo; o meglio, che venissero riportate solo le iniziali del suo cognome e nome. La sua identità è tuttavia facilmente individuabile nella ricostruzione dei fatti di Fagarè da parte di Federico Maistrello in Partigiani e nazifascisti nell’Opitergino… , pp. 126-131.
[3] Il ponte sul Piave di Bocca Callalta fu oggetto, fra il 1944 e la fine della guerra, di oltre 120 incursioni con sganciamento di bombe da parte degli aerei alleati, che infierirono inoltre con «mitragliamenti e cannoneggiamenti a obiettivi mobili e alla fornace Bertoli». Relazione del parroco don Pietro Martini, in Cronistorie di guerra… , p. 988.
[4] Questo passaggio della testimonianza di F.A.è significativo. Il giovane milite delle BB.NN. si rendeva conto che dietro l’inattesa clemenza nei confronti del partigiano c’era la mano di qualche autorevole personaggio (che magari, con tale gesto, già pensava a come accreditarsi con i prossimi vincitori). Ed era altresì consapevole che nessuno sarebbe intervenuto in suo favore nel momento in cui i fucili sarebbero stati puntati contro di lui. (Difatti due dei fucilatori di Bavaresco e Gasparini - di cui uno, Omero Bertini era noto come Bagonghi  - saranno giustiziati dai partigiani alla cartiera di Mignagola. Maistrello, Op. cit. p. 129).
Per i militi di Fagarè, ma anche per gli altri brigatisti che si consideravano gli ultimi fedelissimi del duce rimasti a combattere “sul campo dell’onore”, riteniamo valga il ragionamento di Brunetta riferito ai reparti della GNR “Romagna” e “Bologna” giunti nel Trevigiano tra la fine del 1944 e l’inizio del 1945. Costoro erano formati da «militi profughi da zone già occupate dall’avanzata Alleata con la conseguenza facilmente comprensibile che […] avevano già bruciato i vascelli alle loro spalle e si battevano quindi con la ferocia che nasce dalla disperazione». (Ernesto Brunetta, Prefazione a Maistrello, Op. cit. p. 12).
Concetto ripreso da Dianella Gagliani nella prefazione del volume di Maistrello sulla XX Brigata Nera: « [...] Colpisce l’inserimento nella brigata Nera “Cavallin” di ex partigiani […] . Che si arruolino a forza dei resistenti dopo averli sottoposti a sevizie che li avevano degradati a delatori, per ulteriormente degradarli e condurli a operazioni infamanti contro i loro ex compagni, rappresenta una vicenda che merita ogni nostra attenzione […].
Senza alcun dubbio l’ingaggio di ‘Lince’, di ‘Nina’, di ‘Giraffa’ e di altri condusse a una escalation della violenza: anch’essi del resto, come i fascisti toscani o emiliani o romani giunti al Nord, si trovarono a essere in un certo senso sradicati dal loro retroterra; anch’essi avevano bruciato i vascelli alle loro spalle e non avevano più nulla da perdere. È anche questa una pagina che deve farci riflettere sui regimi che incentivano tali forme di sradicamento e snaturamento. Come deve farci riflettere il fatto che l’epurazione  al termine della guerra colpì soprattutto i ‘Lince’ e i ‘Nina’, mentre tanti altri - la stragrande maggioranza - non furono raggiunti dalla giustizia o finirono per espiare pene irrisorie».
[5] Ascolta la testimonianza di F.A. sui consigli di un compagno di prigionia per resistere alle torture durante l'interrogatorio.
[6] Registrazione effettuata da Camillo Pavan nell’abitazione del testimone F.A. a Treviso; clip 008 del 2.12.2016 e file audio 16120205 (stessa data) e 16121202 del 12 dicembre 2016.
Le modalità della cattura e dell’uccisione di Bavaresco e Gasparini sono riportate anche da Federico Maistrello in Partigiani e nazifascisti nell’Opitergino…. , pp. 128-131.
[7] Aistresco, b. 15, fasc. “Raccolta relazioni sull’attività ribellistica per la relazione mensile (1945) - S/14”, s. fasc. “Relazioni Comando XX Brigata Nera”.
[8] Maistrello, Op. cit, p. 128.
[9] Nella lotta partigiana le regole della clandestinità erano ferree e ponevano i resistenti nella condizione di non fidarsi di nessuno e, nel caso, di non potersi confidare nemmeno con gli esponenti del clero del proprio paese. Sia il padre che la sorella di Luigi Bavaresco, infatti, erano partigiani. (Cfr. lo slideshow curato da Lisa Tempesta e Bepi Bandiera e presentato alla scuola media di Postioma in occasione del 70° anniversario della Liberazione).
Si veda anche la drammatica situazione che dovettero affrontare i genitori di Vladimiro Paoli che, recatisi nella cella mortuaria del cimitero di Piombino Dese per vedere l'ultima volta il loro figlio caduto in azione, furono costretti a fingere di non riconoscerlo (Cfr. Anastasio, I quaderni di Nicola Paoli, pp. 174-175 e 198), tanto che il giovane partigiano fu sepolto come sconosciuto.

La bandiera della brigata partigiana garibaldina (a guida comunista)
intitolata a Luigi Bavaresco, ucciso a Fagarè ai bordi della Callalta il 28 marzo 2015.
(Mario Altarui, Treviso nella Resistenza)

domenica 14 maggio 2017

Consolato Laganà, partigiano. Sud e Nord Italia contro il comune nemico: i fascisti e i nazisti


Consolato Laganà durante il servizio militare.
(Archivio privato Anna Maria Moro).
Consolato Laganà era nato il 24 marzo 1921 da Francesco e Anna Geria a Reggio Calabria, dove (al momento della visita di leva) abitava in Rione Tre Mulini, 18.
Il padre era una guardia di PS in servizio a Bologna. La madre aveva un piccolo negozio di generi alimentari al porto di Reggio, dove si recava ogni mattina di buon’ora, accompagnata dai figli piccoli, per preparare e vendere panierini da viaggio per chi prendeva il traghetto per andare a lavorare a Messina. Fra lo stipendio del marito e i proventi del negozio la famiglia Laganà aveva raggiunto un certo benessere.
Purtroppo Anna Geria morì giovane, d’infarto. Il padre si risposò.
Dal suo Foglio matricolare sappiamo che Consolato (Tito) Laganà era un aviere, come peraltro è ricordato dai racconti dei familiari (in particolare della nipote Anna Maria Moro, custode della sua memoria).
Una sua foto con delle cuffie in testa era inoltre presente nel primo mausoleo dei partigiani al cimitero maggiore di Treviso (San Lazzaro) [1].

 
L'omaggio marmoreo a Consolato Laganà
nel vecchio mausoleo dei partigiani (1946-1993).
(Archivio privato Anna Maria Moro)
A ulteriore conferma della sua appartenenza all'Arma azzurra la nipote ci racconta un episodio risalente al periodo pre 8 settembre.
«Una volta mio zio è caduto con l’aereo in un vigneto a Sant'Andrà di Povegliano e si è salvato. Dopo la guerra io e mia mamma (Vincenza, sorella di Consolato) siamo andate  in cerca del luogo dov'era caduto. Abbiamo trovato un anziano che si ricordava del fatto. Ci ha condotte in mezzo al vigneto dove l’aereo era precipitato, e ci ha detto che per fortuna non era morto nessuno e anche che non erano stati causati danni troppo gravi alla campagna.
Dopo l’incidente l’aereo era rimasto sul posto per un po’ di tempo e, quando fu portato via, ai contadini fu lasciato un pezzo di fusoliera come risarcimento.
Consolato Laganà partigiano di Reggio Calabria.
Suo ricordo nel nuovo monumento
ai partigiani di Treviso. (1994).
Mia mamma diceva sempre: “Quella volta Consolato è caduto con l’aereo ed è rimasto salvo, per poi morire mentre andava a far festa agli inglesi …»[2].
In realtà, domenica 29 aprile 1945, Consolato (Tito) Laganà non si stava recando incontro agli inglesi per festeggiare la cacciata dei nazifascisti, ma era stato inviato dal comando della brigata garibaldina Bottacin di Treviso in ricognizione alla caserma Salsa di Santa Maria del Rovere, dove ancora erano asserragliati dei tedeschi con mezzi corazzati.
Luigi Pagotto — che comandava le formazioni partigiane garibaldine del settore a nordest della città (la “Terza zona” attiva fra Carbonera, Maserada, Breda di Piave e San Biagio)[3] — così descrive il fatto d’arme: « […] Un gruppo di volontari[4] di Biban comandati per accertare la consistenza delle forze tedesche alla Caserma Salsa venivano aggrediti e catturati e fucilati dai tedeschi, Romeo Visentin da Carbonera e Consolato Laganà “Tito” meridionale sbandato nel nostro Comune sin dall’8 settembre 1943, il quale si era unito ai nostri gruppi clandestini nella zona di Biban[5].
[…] Quando arrivai sul posto con i miei volontari era ormai troppo tardi. Oltre ai due caduti avevamo perduto il moto furgoncino ed un mitragliatore, gli altri componenti della squadra si erano ritirati illesi[6] ed rientrarono alla loro base con noi. Verso sera il posto di blocco di S. M. del Rovere ci comunicarono che i tedeschi della Caserma Salsa, vista l’impossibilità di resistere, se n’erano andati»[7].
L'ora della morte di Laganà è incerta. Un parente, nella lettera con cui informa la famiglia del caduto, afferma che Tito è morto alle undici e mezza del mattino. L'atto di morte ufficiale del comune di Treviso registra invece l'uccisione del partigiano come avvenuta genericamente "la sera del 29 aprile".
«Dopo la loro uccisione - racconta A. Maria Moro - sia Laganà che Visentin sono stati portati nella chiesetta della Madonnetta, in attesa di essere sepolti. Un giorno io e mia mamma siamo andati là, e abbiamo trovato una signora anziana che abitava lì vicino e aveva le chiavi della chiesetta e ci ha confermato questo particolare»[8].


Partigiani Carbonera - 
Lapide infissa dal CLN comunale di Carbonera nel muro del municipio
in onore e a ricordo dei "suoi caduti per un'Italia democratica"
Giuseppe Fabris, fornaio, 23 anni, fucilato dalle SS a Treviso - San Lazzaro,
Antonio Danieli (Pino da Zara), 19 anni, ucciso dai fascisti a Vascon,
Romeo Visentin, 33 anni, fornaio e [Consolato] Laganà, 24 anni,
uccisi dai tedeschi presso la caserma Salsa a S. Maria del Rovere.
(La scopertura della lapide avvenne il 1° maggio 1946 - Cfr. Il lavoratore del 25.5.1946)

Sull’uccisione dello zio Consolato, questa invece è la ricostruzione di Anna Maria Moro:
«Mi è stato raccontato da mia madre - e a sua volta a lei l’hanno raccontato persone che hanno assistito al fatto - che i partigiani si stavano recando a porta San Tomaso per festeggiare l’arrivo degli inglesi e la fine della guerra. Erano su una camionetta militare. A un certo punto, nei pressi della caserma Tommaso Salsa [i tedeschi] hanno sparato. Mio zio Consolato, che era seduto sulla camionetta, è sceso per vedere quale gomma avevano bucato. Quando ha fatto per scendere sono arrivati altri spari e lo hanno colpito direttamente al cuore ed è morto. I suoi compagni gli avevano detto “stai giù, stai giù”, ma lui … giovane…  è sceso per guardare quale gomma era stata colpita. E là è morto»[9].
Dal racconto della nipote sappiamo che la famiglia Laganà fu avvertita della morte del congiunto sia dal CLN trevigiano sia da Santo Avignone[10], un parente che da qualche tempo abitava a Treviso. Venute a conoscenza della morte del fratello, le sue due sorelle Vincenza (la più grande) e Teresa, iniziarono subito a risalire l’Italia devastata dalla guerra per raggiungere Treviso.
«Però ci hanno messo un mese, più di un mese, ad arrivare a Treviso da Reggio Calabria. Perché le strade erano interrotte e ferrovia non ce n’era. Diceva mia mamma che sostavano  in prefettura, in qualche caserma e quando c’era un mezzo che andava avanti di 50 - 60 km, salivano. Avevano un foglio di via e salivano. Gli è capitato di viaggiare perfino sopra a un camion carico di fichi. E loro sopra alle cassette con un freddo che non le dico. Finché qualcuno ha dato un cappotto a queste ragazze, perché si coprissero, perché non erano abituate a così tanto freddo.
Arrivate a Treviso sono andate alla caserma di Monigo e là sono state informate che Consolato era sepolto a Carbonera. Allora, a piedi, si sono dirette verso Carbonera. Lungo la strada hanno incontrato un uomo gentile, un contadino, che le ha fatte salire sul carro trainato da buoi con cui aveva portato la verdura al mercato e che le ha scaricate vicino a Villa Passi. Da lì sono andate dal parroco per saper dove fosse la tomba del fratello.
Mentre erano in canonica, dopo un po’ si presenta una ragazza e notano che porta al collo una medaglietta con la fotografia di mio zio: era Cesira Moro, fidanzata di Consolato e sorella di mio papà»[11].
Le sorelle erano venute al nord per il riconoscimento della salma, ma l’ufficiale sanitario di Carbonera, dottor Cavarzerani, disse che ormai la stagione era troppo calda e che per la riesumazione era meglio tornassero in un periodo più fresco, pertanto dovettero ritornare in Calabria.
Quando vennero a Treviso per la seconda volta andarono a salutare la famiglia della fidanzata di Consolato. È a questo punto capitò l’episodio che cambierà la vita di Vincenza, la maggiore delle sorelle.
In casa della fidanzata era nel frattempo tornato dalla guerra il fratello Ermenegildo (Gildo) che tutti davano per morto. Dopo l’8 Settembre infatti si trovava in Sardegna e fu visto salire su una nave che era stata silurata. Sennonché all’ultimo momento, prima di prender il largo, era stato fatto scendere da un suo superiore che aveva bisogno di un attendente e così si salvò. Inutilmente Ermenegildo inviò lettere e cartoline dicendo che stava bene: nell’Italia divisa in due non giunsero mai a destinazione.
Ermenegildo venne ufficialmente riconosciuto caduto in guerra, tanto che la famiglia percepì un sussidio. Ma morto non era e, finite le ostilità, si presentò in casa «e una mia zia è andata in affanno quando l’ha visto», racconta Anna Maria.
Fu in quei giorni che Gildo conobbe la giovane “terona”, e restò colpito dalla sua bellezza e dalla sua intraprendenza, ma non sapeva come fare per dichiararsi.
«Finché si fece coraggio e riferì a Vincenza che ci sarebbe stato un ragazzo di Biban a cui lei piaceva, chiedendole se a lei sarebbe piaciuto venire ad abitare dalle nostre parti, nel Veneto.
- Sì, mi piacerebbe, rispose Vincenza, ma vorrei anche sapere chi è questo ragazzo!
E mio papà le ha detto: - Sarei io!
Da allora si frequentarono nei pochi giorni di permanenza delle ragazze in paese per il riconoscimento del fratello e in seguito continuarono a scriversi. Ermenegildo Moro e Vincenza Laganà si sposarono il 2 luglio 1948 a Reggio Calabria, per poi stabilirsi a Biban di Carbonera[12]».
Chiudiamo col racconto di Anna Maria Moro sulle modalità del riconoscimento ufficiale del caduto partigiano Laganà.
«Dovevano fargli i “funerali di stato”, in ottobre[13], e in quell'occasione hanno riesumato la salma, tirata su. Quando hanno aperto la cassa hanno scoperto che mio zio aveva i capelli “a boccoli”, lunghi fino alle spalle.
Mia mamma allora ha chiesto come mai? Forse che da militare portava i capelli lunghi? No! I capelli gli erano cresciuti dopo la morte.
Allora ne ha tagliato una ciocca, che poi ha conservato per sempre con sé»[14].



Laganà Consolato, classe di leva 1921, matricola 15572 (Distretto di Reggio Calabria)
Residenza alla visita di leva: Reggio Calabria, Rione Tre Mulini, n. 18
Visita di leva 5 aprile 1940
Figlio di Francesco e di fu Geria Anna
Religione cattolica - razza ariana
Nato il 24.3.1921 a Reggio Calabria
29 maggio 1941
Giunto alle armi ed assegnato in qualità di aviere della R. Aeronautica al centro di affluenza di Grottaglie [TA] (Centro L.R. nella 4a Zona Aerea Territoriale)
Statura: m. 1,69  - Torace m. 0,90
Capelli: castani -  forma ondulata
29 maggio 1941
Mobilitato in territorio dichiarato in istato di guerra e zona di operazione
Viso: ovale
30 maggio 1941
Al centro di istruzione di Torino
Naso: regolare
10 giugno 1941
Trasferito all'aeroporto di Taliedo [Milano] - (Corso elettricisti)
Occhi: castani
20 settembre 1941
Aeroporto di Capodichino [Napoli]
Sopracciglia: castane
30 novembre 1941
Al 303° Deposito Regia Aeronautica di Roma
Fronte: regolare
10 dicembre 1941
Inviato in missione in Germania
Colorito: roseo
21 febbraio 1942
Rientrato dalla missione in Germania
Bocca: regolare
1 maggio 1942
Alla caserma 4 Novembre, Lido di Roma
Dentatura: sana
10 giugno 1942
All'aeroporto San Nicolò, Lido di Venezia
Segni particolari  =  =
Arte o professione:  barbiere
30 novembre 1942
Trattenuto alle armi per esigenze di carattere eccezionale in base al R.D. 17.8.1939 […]
Titolo di studio: 3a Industriale Inferiore
15 febbraio 1943
Nominato aiuto elettricista e promosso aviere scelto con la votazione 18/20 e con anzianità dal 16.8.1942
15 febbraio 1943
Depennato dai ruoli matricolari dell’Esercito ed iscritto in quelli dell’Aeronautica assumendo il n. 82625 di matricola per effetto della legge 19.1.1939 n. 340
8 settembre 1943
Sbandatosi in seguito agli avvenimenti verificatisi successivamente all’8.9.1943
8 settembre 1943
Cessa di essere mobilitato e di trovarsi in territorio dichiarato in istato di guerra e zona di operazioni
1 ottobre 1944
Arruolatosi nella formazione partigiana “U. Bottacin”, Treviso
29 aprile 1945
Deceduto a Treviso in combattimento contro i tedeschi
Notizie tratte dal foglio matricolare - Archivio di Stato Regio Calabria, classe 1921, matricola 15572, vol. 695
parificato [aggiornato] il 20.5.1950




Partigiano Laganà: il ricordo di Carlo Minello, suo coetaneo e vicino di casa
Carlo Minello, Sant'Artemio TV (1921-2018),
vicino di casa e amico del partigiano
Consolato Laganà. (Foto 17.5.2017)
Carlo Minello, operaio, 1921, dopo l’8 settembre 1943 riuscì avventurosamente a tornare a casa dalla Jugoslavia[15] e ricorda che Consolato Laganà venne ad abitare a Sant'Artemio nello stesso edificio in cui anch'egli abitava, però ospite della famiglia a fianco della sua[16].
L’abitazione delle due famiglie Minello - fittavoli del duca Catemario - era una casa colonica che adesso è stata ristrutturata da Zanetti “quello del caffè Segafredo”. La casa era posta lungo la statale Pontebbana, fra villa Felissent e l’ippodromo, di fronte a villa Margherita (dove si era installato il comando tedesco).
Tito Laganà trovò lavoro proprio dentro al comando tedesco come addetto alle comunicazioni radio[17].
Lavorava per i tedeschi[18] ma faceva il "doppio gioco" con i partigiani, informandoli quando erano previsti dei rastrellamenti o delle perquisizioni.
Consolato Laganà dal 24 aprile al 28 ottobre 1944
aveva lavorato per i tedeschi come radiomontatore
nel "LN-Frontreparaturbetrieb (GL) 5-VII".

(Archivio privato Anna Maria Moro).
«Tito mi avvertiva, mi diceva: “non muoverti questa sera” e se andavo dalla morosa che abitava a Pero: “sta attento stasera, vieni a casa presto” […]. Però lui non mi aveva mai detto, e neppure accennato, di essere partigiano. Ma io l’avevo capito.
Perché di notte portavano armi. Andavano a nasconderle nel campo là vicino a casa nostra sotto il fieno dell’ippodromo che avevamo falciato e accatastato in grandi “mari de fen” [19].
Là sotto i partigiani nascondevano le armi, avevano fatto dei buchi.
- Dove le trovavano queste armi?
Le passavano attraverso Villa Felissent e poi dall’ippodromo le sparpagliavano verso il Montello»[20].
Negli ultimi giorni della guerra, quando iniziò il gran movimento di soldati tedeschi in ritirata, i Minello abbandonarono la loro casa, che era sulla strada principale, e si rifugiarono in una casa di campagna dalle parti dell'ospedale psichiatrico.
«Un giorno abbiamo sentito dire “i ga copà uno”. E chi era? Laganà!
- Come hanno detto che è stato ammazzato?
Un cecchino, dalla caserma, ha sparato. Che anzi mi sembra che Tito avesse avuto la giberna, davanti, ed è stata bucata da questo tiro»[21].


Note

[1] Il primo mausoleo dei partigiani fu costruito “in economia”, al cimitero di San Lazzaro, su progetto dell’architetto Pietro Dal Fabbro nel 1946. Verrà dismesso nel 1994, sostituito dal nuovo monumento opera dell’architetto (e internato in Germania) Giuseppe Davanzo.
[2] File audio 17050901, sintesi da 24:00 a 26:30.
[3] Per la delimitazione della “Terza Zona partigiana” vedi domanda iscrizione all’Anpi di Antonio Campion, Breda di Piave. Aistresco, b. 47, fondo Anpi.
[4] Intesi come appartenenti al Corpo Volontari della Libertà.
[5] Come risulta dal foglio di riconoscimento della qualifica di partigiano, l’inizio dell’attività cospirativa di Consolato Laganà è ufficialmente fatto risalire al 1 ottobre 1944. Consolato, dopo l’8 settembre e per un periodo che non è possibile quantificare, risulta che lavorasse presso il comando dei tedeschi posto nella villa Margherita a Sant’Artemio (a lato della SS 13 Pontebbana che da Treviso conduce al nord), presumibilmente come addetto alle comunicazioni radio. Proprio grazie a questa sua posizione all'interno del comando nemico, ricorda la nipote, riusciva sia a segnalare ai partigiani le località di probabili rastrellamenti sia a procurare armi leggere che poi venivano nascoste in campagna.
Per ulteriori informazioni al riguardo si veda (qui sopra) la testimonianza di Carlo Minello, S. Artemio (TV) 1921.
[6] In realtà un altro partigiano, Armando Buttazzoni “Ilka” abitante a Treviso in via Andriana 76, dichiarò nella sua domanda di iscrizione all’Anpi che nell'aprile del 1945 fu «ferito in azione contro i Tedeschi alla caserma “Salsa”». Dichiarazione sottoscritta da Romeo Marangon, Severino Voltarel “Lidia”, Armando Perini e Bertillo Mattiuzzo. Aistresco, b. 47, fondo Anpi.
[7] Pagotto, I miei ricordi…, p. 138.
[8] File audio 19011202, 00:07.
[9] File audio 17050901, 04:15.
[10] Una figlia di Avignone, Delia, diverrà moglie del giornalista e scrittore Mirko Trevisanello (della famiglia di pescivendoli trevigiani conosciuti come Pàciara), e madre di Marco cantante e regista lirico.
[11] File audio 17050901, da 06:32.
[12] Ermenegildo e Vincenza vivranno per lunghi anni assieme. A morire per prima sarà Vincenza nel 2006; l’anno dopo toccò a Gildo.
[13] Il solenne rito funebre collettivo fu celebrato nel duomo di Treviso domenica 17 novembre 1946. Per l’occasione furono riesumate le salme dei 40 caduti partigiani di cui si conosceva l’esistenza e furono tumulate nel  mausoleo ad esse dedicato nel cimitero di San Lazzaro.
[14] File audio 17050901, 09:56.
[15] Il fratello minore di Carlo, Giuseppe Minello, 1923, fu invece catturato dopo l'8 settembre dai tedeschi e non ha più fatto ritorno a casa. I familiari non sanno né dove sia morto né dove sia stato sepolto. Il suo nome è ricordato nel monumento ai partigiani del cimitero di San Lazzaro, fra gli "internati nei lager".
[16] Il vicino di casa di Carlo si chiamava Vittorio Minello: il cognome era lo stesso ma fra le due famiglie c’era solo una lontana parentela.
[17] Carlo Minello, per la verità, usa queste testuali parole: «Lavorava alla Telefunken che era in villa Margherita». File audio 17051704, 01:45. Nel foglio matricolare Laganà risulta essere "aiuto elettricista", inoltre aveva frequentato la 3. industriale inferiore.
[18] Quasi sicuramente in virtù del suo periodo di oltre due mesi trascorso in missione in Germania (fra il dicembre 1941 e il febbraio 1942) come risulta dal suo foglio matricolare.
[19] Comunemente chiamati “mèe” [fienili a forma conica].
[20] File audio 17051704, sintesi da 00:45 a 05:30.
[21] File audio 17051704, sintesi da 24:20 a 26:15.