venerdì 20 ottobre 2017

Avevamo vent'anni e oltre il ponte...

Il 23 settembre 2017, in occasione del 25° dell’Istresco, venne cantata nel museo civico di Treviso una delle più belle canzoni dedicate alla Resistenza italiana: Oltre il ponte (testo di Italo Calvino, musica di Sergio Liberovici). Motivi tecnico-burocratici impedirono di pubblicarne il video nelle pagine web dell’Istituto. Per questo riporto qui il brano originale cantato da Pietro Buttarelli nel disco Cantacronache 3 "Partigiano" - (1959).


La copertina è tratta dal blog GENERAZIONI e "PICK-UP" (post del 25 marzo 2013) in cui sono riportati anche testi e spartiti delle quattro canzoni che compongono il vinile originale (45 giri - EP) nonché il commento del leader politico e capo partigiano Ferruccio Parri (primo presidente del Consiglio dell'Italia liberata) sul lavoro dei "Cantacronache":

[...] L'interesse grande del loro nuovo canzoniere partigiano nasce anzitutto dalla dimostrazione che una lotta popolare e nazionale di liberazione è diventata fatto fondamentale della storia del popolo quando se ne impadroniscono i giovani. Vi è connesso poi un interesse quasi tecnico, quasi letterario rappresentato dalla traduzione poetica della resistenza che ad essi suggerisce l'aura nella quale vivono; forse un poco più semplice, più distaccata, più serena.
Sia come voi volete, sia come voi sentite, amici. Il 1945, il 1948 hanno lasciato una consegna sospesa. Benedetto chi la raccoglie. Vive nel canto la speranza.

Il gruppo dei Cantacronache si era formato nella seconda metà del 1957 per iniziativa del musicista Sergio Liberovici, al quale si unì il poeta Michele Luciano Straniero (entrambi collaboratori della redazione dell’Unità di Torino). A essi si aggiunsero l’avvocato Emilio Jona, l’architetto Fausto Amodei, la cantautrice Margherita Galante Garrone (Margot); scrittori e poeti come Mario Pogliotti, Franco Fortini, Italo Calvino, Umberto Eco, Gianni Rodari; pittori e grafici quali Lucio Cabutti, Giorgio Colombo e Lionello Gennero. «L’idea era di creare una forma di arte totale in cui la musica si compenetrasse alle immagini in maniera originale e creasse una forte suggestione durante le esibizioni».
Inizialmente, e fino «ai primi mesi dell’anno successivo», il gruppo «si esibiva nei salotti buoni della borghesia torinese, da quello di Giulio Einaudi a quelli di Carlo Galante Garrone, di Luciano Foà, Elsa de’ Giorgi».

L'attività pubblica iniziale dei Cantacronache 
(maggio-luglio 1958) è riportata nel primo numero dell'omonima rivista.
(Dal blog Generazioni e "Pick-Up'')

Primo numero della rivista ''Cantacronache'', estate 1958:
Oltre il  ponte, testo di Italo Calvino,
musica di Sergio Liberovici, illustrazione di Lucio Cabutti.
(Dal blog Generazioni e "Pick-Up'')
La prima esibizione pubblica dei Cantacronache risale al 1° maggio 1958, a Torino, durante un corteo della CGIL. Le canzoni «Dove vola l’avvoltoio? , La gelida manina e Viva la pace vennero suonate dagli altoparlanti di un grammofono collocato sul camion dei sindacati», mentre il testo fu distribuito in ventimila copie ai manifestanti.
Nell’estate 1958 uscì il primo disco, Cantacronache sperimentale, con quattro canzoni interpretate da Franca Di Rienzo: Colloquio con l'anima, Canzone triste - Dove vola l'avvoltoio, Ad un giovine pilota. Contemporaneamente fu dato alle stampe il primo numero della rivista “Cantacronache” che alle pagine 11 e 12 ne riportava i testi.
Il 6 luglio 1958 il gruppo partecipò, invitato dall’ANPI locale, al raduno presso il monumento partigiano di Montoso (CN). Fu in quell'occasione che furono cantate per la prima volta pubblicamente Oltre il ponte, Partigiani fratelli maggiori, Partigiano sconosciuto (catalogate nella raccolta Nuovo canzoniere partigiano ), che l’anno seguente verranno incise nell’EP Cantacronache 3 - "partigiano”, con l'aggiunta di Tredici milioni .

Cfr.
- Chiara Ferrari, Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica, "Storicamente", 9 (2013), no. 42. DOI: 10.12977/stor495
- Riproduzione del primo numero della rivista Cantacronache (blog GENERAZIONI e "PICK-UP").

Le notizie in rete non permettono di ricostruire una completa biografia del cantante Pietro Buttarelli, interprete della versione qui riportata di Oltre il ponte, comunque - spigolando qua e là - emerge il ritratto di un artista di valore.
Di professione era attore del Teatro Stabile di Torino, dove nelle stagioni 1957/58 e 1958/59 recitò in sette pièce, quasi sempre con regia di Gianfranco De Bosio e musiche di Sergio Liberovici. Complessivamente (fino al 1970/71) allo stabile di Torino recitò in ventidue opere. Recensendo la partecipazione di Buttarelli a "Un caso clinico" di Dino Buzzatti (marzo 1957) il critico Giorgio Guazzotti ne sottolineava "il sanguigno umorismo".
Nel 1972 ritroviamo Buttarelli al Piccolo Teatro di Milano dove per la regia di Enrico D'Amato è fra gli interpreti di Ma perché proprio a me? di Luigi Lunari. Ed è proprio nel materiale d'archivio di quest'opera che si trova una delle rare foto pubbliche di Pietro Buttarelli.


Oreste Rizzini e Pietro Buttarelli al Piccolo di Milano nel 1972
in ''Ma perché proprio a me'' di Luigi Lunari (foto di Luigi Ciminaghi)
Il giornalista Daniele Pugliese, nipote di Buttarelli, nel post "Grazie zii" ricorda che lo zio Pietro, oltre ad aver partecipato a Torino alla nascita di Cantacronache «ha fatto l’attore di teatro credo soprattutto al Piccolo di Milano» e si augura «che mio padre e sua sorella Anna, si decidano a scrivere una voce d’enciclopedia su Pietro Buttarelli e magari Teche della Rai e il Piccolo di Milano raccolgano un po’ di materiale su quell’uomo: partecipò a un bel progetto».
L'ex sindaco dell’isola del Giglio, Giuseppe Ulivi, in un suo articolo del 2005 sul sito della rivista L’Isola ricorda che «Il “teatro dell’isola” è nato grazie alle capacità artistiche ed umane di Pietro Buttarelli che ha calcato le scene, come si dice, di tanti teatri tra i quali “Il Piccolo” di Strehler e “Lo Stabile” di Torino, ha recitato nelle Americhe e ha lavorato con la Rai.
Ritiratosi in pensione all’isola del Giglio, nel 1995 decise di aprire una scuola di recitazione e formò la compagnia “Teatro dell’Isola” [mentre sua moglie Anna Pugliese curò la formazione del “Coro dell’Isola”] affidando testi classici ai dilettantissimi attori: Cecov con “L’Orso” e “Una domanda di matrimonio”; il “Miles Gloriosus” di Plauto, il “Medico per forza” di Molière e così via.” Buttarelli se ne andò nel 2003. Dopo la sua scomparsa, la Compagnia ha continuato». [E ha preso il nome di "Teatro dell'Isola - Pietro Buttarelli"].

Su Anna Pugliese Buttarelli e sull’ambiente socio culturale torinese da cui prese il via l’esperienza di Cantacronache, cfr. il capitolo «Parole e musica: colta, jazz, leggera e impegnata. Il circolo musicale A. Toscanini» in Vincenzo Santangelo, Le Muse del popolo, Storia dellArci a Torino 1957-1967, Prefazione di Giovanni de Luna, Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea Giorgio Agosti - Franco Angeli ed., 2007,  pp. 131-135 nellanteprima online su Google Play. [Consultazione: 20.10.2017]

OLTRE IL PONTE - Testo


O ragazza dalle guance di pesca,
o ragazza dalle guance d'aurora,
io spero che a narrarti riesca
la mia vita all'età che tu hai ora.
Coprifuoco: la truppa tedesca
la città dominava. Siam pronti.
Chi non vuole chinare la testa
con noi prenda la strada dei monti.
Avevamo vent'anni e oltre il ponte
oltre il ponte che è in mano nemica
vedevam l'altra riva, la vita,
tutto il bene del mondo, oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte,
tutto il bene avevamo nel cuore,
a vent'anni la vita è oltre il ponte,
oltre il fuoco comincia l'amore.
Silenziosi sugli aghi di pino,
su spinosi ricci di castagna,
una squadra nel buio mattino
discendeva l'oscura montagna.
La speranza era nostra compagna
a assaltar caposaldi nemici
conquistandoci l'armi in battaglia
scalzi e laceri eppure felici.
Avevamo vent'anni e oltre il ponte ...
Non è detto che fossimo santi,
l'eroismo non è sovrumano,
corri, abbassati, dài, balza avanti,
ogni passo che fai non è vano.
Vedevamo a portata di mano,
dietro il tronco, il cespuglio, il canneto,
l'avvenire d'un mondo più umano
e più giusto, più libero e lieto.
Avevamo vent'anni e oltre il ponte ...
Ormai tutti han famiglia, hanno figli,
che non sanno la storia di ieri.
Io son solo e passeggio tra i tigli
con te, cara, che allora non c'eri.
E vorrei che quei nostri pensieri,
quelle nostre speranze d'allora,
rivivessero in quel che tu speri,
o ragazza color dell'aurora.
Avevamo vent'anni e oltre il ponte ...

(Testo tratto dal primo numero della rivista Cantacronache, estate 1958)


Oltre il Ponte è usata come leitmotiv nel libro-intervista Zia, cos'è la Resistenza? della partigiana (e prima donna ministro della repubblica italiana) Tina Anselmi, edito nel 2003 da Manni, San Cesario di Lecce, nella collana per ragazzi BiBò diretta da Giuseppe Fiori.

Copertina di Zia cos'è la Resistenza?
Il libro-intervista di Tina Anselmi, Manni, 2003 
Nella quarta di copertina del libro intervista  a Tina Anselmi
(Manni, 2003) sono riportate due strofe di Oltre il ponte,
poesia presente in filigrana lungo tutto il volume.

















Per altre notizie su questo “classico” sulla Resistenza cfr. il sito Canzoni contro la guerra.
In una lunga pagina vi si trovano, oltre ai nomi dei numerosi cantanti e gruppi che l’hanno interpretato, anche le traduzioni di Oltre il ponte in francese, portoghese, inglese, ungherese, esperanto e spagnolo.
Fra i molti interventi è riportata pure una cronaca di Alessandro Portelli (pubblicata il 13 novembre 2012 sul Manifesto) su una “silenziosa fiaccolata di protesta” contro il monumento eretto dal comune di Affile (RM) in memoria del massacratore fascista generale Rodolfo Graziani, criminale di guerra riconosciuto tale dall’Onu, cui l’Italia di De Gasperi e Togliatti negò l’estradizione in Etiopia, dove nel 1937 aveva ordinato il massacro di migliaia di civili (30.000 secondo gli etiopi) dopo aver subìto un attentato da parte di patrioti di Addis Abeba.
Al termine della serata di protesta, scrive Portelli, Sara Modigliani intonò il canto di Oltre il ponte.


Per ulteriori informazioni tecniche
ed eventuale acquisto del disco Cantacronache 3 "Partigiano"
vai su Discogs


Testi e link audio delle altre tre canzoni del disco "Cantacronache 3 Partigiano" del 1959


Tredici milioni

Testo: Emilio Jona -  Musica: Fausto Amodei
Voce in Cantacronache 3 - 1959: Michele L. Straniero
Voce presente su Youtube: Fausto Amodei
(Consultazione: 22.10.2017)
https://youtu.be/gpv43dQzk7s

Testo

Ero per una strada, chiedevo solo di camminare.
Ero un contadino, andavo i verdi campi a lavorare.
Ero un ragazzo ebreo, chiedevo una vita agli altri uguale.
Ero un partigiano, volevo la mia terra liberare.

Erano tredici milioni di uomini ed i nazi fecero
Tredici milioni di grigia grigia cenere...
non lo dovete dimenticare:
scolpitelo nei cuori e in ogni casolare.

Per le terre d'Europa, correvano vagoni piombati.
Un popolo di uomini, spingevano tra fili spinati.
Di odio e di paura, vivevano tra volti spietati.
Di fame e di tortura, morivano tutti assassinati.

Erano tredici milioni di uomini ed i nazi fecero
Tredici milioni di grigia grigia cenere...
non lo dovete dimenticare:
scolpitelo nei cuori e in ogni casolare



NdC - La cifra di tredici milioni di vittime dell'Olocausto nazista comprende gli ebrei (fra i 5 e i 6 milioni) e gli altri "indesiderabili": rom e sinti (popoli romaní , i cosiddetti "zingari"), comunisti, omosessuali, malati di mente, pentecostali (classificati come malati di mente), testimoni di Geova, sovietici, polacchi e altre popolazioni slave (considerati nel complesso Untermenschen ).

Partigiano sconosciuto
Testo della poesia: autore dapprima anonimo; successivamente ne venne individuata l’autrice: Caudina Vaccari, partigiana, 1945 (dal sito ilDeposito.org) - Musica: Sergio Liberovici
Voce originale e presente su Youtube: Michele L. Straniero (Consultazione: 22.10.2017)

Testo

A Modena, liberata dai suoi partigiani
domenica 22 aprile 1945, la sera del 23 aprile
fu data la notizia che era stato trovato
un partigiano ucciso, sconosciuto a tutti,
il quale aveva in tasca soltanto un pezzo di pane.
La sua fotografia fu esposta per alcuni
giorni sotto il portico del Collegio,
della località più centrale e più
frequentata della città.
Poi non se ne seppe più nulla.
Questa poesia di un anonimo, appunto
ispirata a questo episodio, comparve in
quei giorni accanto alla fotografia dello
sconosciuto.


Dalle contese montagne,
dalla ribelle pianura
con in tasca un pezzo di pane
a tracolla un vecchio moschetto
a liberarci tu sei venuto,
Partigiano Sconosciuto.

Quanto, ignoto protettore lontano,
ti avevamo invocato
e nei giorni del terrore
sotto il giogo maledetto
solo appoggio era il tuo aiuto,
Partigiano Sconosciuto.

Ma l'odio in contro ti mosse,
il dì della lotta aperta
e camicia e bandiera
rosse ti diventarono sul petto
e il tuo cuore si serbò muto,
Partigiano Sconosciuto.

In quel terribile schianto,
che barcollavi e morivi :
o nostro fratello santo, santo
figlio nostro benedetto,
il tuo volto l'abbiam saputo,
Partigiano sconosciuto.



Partigiani fratelli maggiori


Testo: Michele L. Straniero - Musica: Fausto Amodei
Voce in Cantacronache 3 - 1959: Michele L. Straniero
Voce presente su Youtube: Fausto Amodei (Consultazione: 22.10.2017)
Partigiani che adesso cantate,
partigiani che fate all'amore sulla montagna
ricordando le notti passate
quando l'aria sapeva di foglie
vi mancava la madre e la moglie e l'Italia
ascoltate le nostre parole.
Se cerchiamo sui libri di storia,
se cerchiamo tra i grossi discorsi fatti d'aria
non troviamo la vostra memoria,
ma se invece spiamo sui volti
dei fratelli, sui tratti sconvolti dell'Italia
riviviamo quegli anni trascorsi.
Eravate partiti cantando
la speranza nel cuore, occhi aperti, sulla montagna,
eravate partiti sognando.
Noi sapemmo di favole strane,
noi ragazzi, e di guerre lontane per l'Italia,
noi fratelli minori inesperti.
Una voce nell’ora dei morti
ci ha chiamati alle vostre bandiere con l’Italia
a vegliare la fiamma sui monti;
ma se un giorno tornasse quell’ora,
per i morti che avete lasciato sulla montagna,
partigiani, chiamateci ancora!

Nota - I testi di queste tre canzoni sono tratti dal sito ilDeposito.org

martedì 1 agosto 2017

La fucilazione dei partigiani Luigi Bavaresco e Giovanni Gasparini ai bordi della Callalta, a Fagarè.

Le schede dei partigiani Luigi Bavaresco e Giovanni Gasparini
nell'elenco caduti della divisione Sabatucci. (Aistresco, b. 24)
Bavaresco Luigi di Gaudio [e Guadagnin Teresa], nato a Padernello [il 27.2.1925].
Domicilio a Padernello. Caduto il 28 Marzo 1945 a Fagarè. (Nome di battaglia "Grifone").
Gasparini Giovanni di Giuseppe e di Moro Luigia, nato a Paese [il 24.4.1924]
(nome di battaglia: "Nani"). Domiciliato a Padernello di Paese.
Caduto a Fagarè il 28 Marzo 1945. Fatto d'arme (per entrambi):
«Catturato in un'imboscata tesagli dalle bb.nn. nella zona di Padernello, veniva
successivamente tradotto a Fagarè e vilmente trucidato».

Luigi Bavaresco e Giovanni Gasparini, partigiani di Padernello di Paese TV:
la loro cattura e fucilazione nel Diario storico della Brigata Bavaresco. (Aistresco, b.7)

Il 28 marzo 1945 (mercoledì santo), alle sei di mattina, tre partigiani rinchiusi in una cella dei sotterranei del collegio Pio X a Treviso - Luigi Bavaresco, F.A. e Giovanni Gasparini - furono prelevati dalle brigate nere e fatti salire su un camion. Direzione Oderzo, dove in quel giorno si sarebbe celebrato il funerale dei tre fascisti (di cui due - Arrigo Bernardi e Corrado Piccione - uomini di spicco della Federazione trevigiana del PFR) uccisi dai partigiani il precedente sabato 24 marzo sul rettifilo della Callalta in territorio di Fagarè, non molto lontano dal sacrario della Prima guerra mondiale.

I fascisti uccisi erano:
Arrigo Bernardi è nominato vicecomandante
federale della GIL, il 20 settembre 1943,
dalla rinata Federazione fascista di Treviso.
Ordine del giorno n. 5 - (Gazzettino 20.9.43)
- Arrigo Bernardi, nato a Oderzo nel 1896, mazziniano, studioso di storia locale, fondatore e direttore dell’Università Popolare (poi Istituto Fascista di Cultura), conferenziere. Nella vita civile segretario economo del comune di Oderzo, durante la guerra capitano d’artiglieria.
Dopo l’8 settembre 1943 fu tra i primi a riaprire la Federazione fascista di Treviso, un paio di giorni dopo che 5000 soldati italiani disarmati erano stati fatti sfilare dai tedeschi dalla caserma De Dominicis e altre caserme cittadine per le vie del centro fino alla stazione dei treni: destinazione Germania, su vagoni piombati. Responsabile provinciale dell'Ufficio Stampa e Propaganda (Audacia, n. 2, 6.XI.1943), membro del comando della G.N.R. di Treviso, Bernardi prestava servizio come capitano presso la caserma Salsa.
- Lea Forcellini Bortoluzzi, nata a Longarone nel 1902, maestra elementare, ausiliaria e impiegata presso la Federazione Fascista Repubblicana di Treviso.
- Corrado Piccione, nato nel 1900 ad Avola (SR), direttore didattico a Oderzo, fascista della prima ora, squadrista iscritto al Fascio di Oderzo dal 16.5.1921, con alle spalle diversi e importanti incarichi nel partito fra cui quello di segretario provinciale del PNF. Piccione, tenente della XX Brigata Nera “Amerino Cavallin” e direttore di Audacia, l’organo della brigata, era un granitico propagandista del fascismo. Lo fu fino all’ultimo articolo (pubblicato il giorno della sua morte), che così terminava: «Chi osa dubitare, se il Duce è sempre in testa a noi? Lo ha detto: “Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi!”. E noi lo seguiamo il Duce nostro, con lo stesso ardore di sempre, fino ai limiti del mondo, col dono della vita e della morte, per l’onore e la gloria della Patria immortale!”[1].


Arrigo Bernardi, Lea Forcellini Bortoluzzi e Corrado Piccione, la croce
eretta nel luogo in cui furono uccisi i tre fascisti che provenivano da Treviso in bicicletta.  
Siamo ai bordi della strada Postumia/Callalta, all'altezza dell'attuale trattoria
"Da Toni e Maria". (Google Street View, giugno 2018)
«Sulla proda del fosso, a mano destra giungendo dal capoluogo, ponemmo una crocetta di marmo
con la sola data dell'eccidio». Ulderico Bernardi, Un'infanzia nel '45, p. 48.

L’intenzione delle BB.NN. era di uccidere i tre volontari della libertà nei dintorni di Oderzo, per pareggiare i conti.

I morti di Fagarè secondo il parroco don Pietro Martini:
i " noti fascistoni" (Corrado Piccione, Arrigo Bernardi e Lea Bortoluzzi-Forcellini)
"assassinati nella strada Callalta" e i "due giovani di Padernello" (Bavaresco luigi e Gasparini Giovanni)
uccisi per rappresaglia sui campi di Pietro Dametto.
(''Cronistorie di guerra ... 1939-1945. Le relazioni dei parroci... ",  
a c. di Erika Lorenzon, pp. 990-91 - DVD allegato )

Dalla testimonianza di F.A., partigiano scampato alla fucilazione. [2]

Arrivati al ponte di Bocca Callalta [3] fu impossibile proseguire a causa del Piave in piena. Il camion allora svoltò a destra, prendendo la strada sull’argine, diretto alla passerella di S. Andrea di Barbarana. Ma anche qui la violenza dell’acqua, che aveva sommerso la passerella, rendeva impraticabile il transito.
All'imboccatura della passerella c'era «una macchina nera, una di quelle macchine tedesche di una volta, con dentro quattro persone. Noi siamo rimasti sul camion mentre il tenente è sceso ed è andato a parlare con loro».
Non restava che tornare indietro. Se non era possibile consumare la vendetta nella città dove erano vissuti e stavano per essere sepolti i camerati, poteva andar bene anche il luogo in cui essi erano stati uccisi.
Il camion infatti si fermò sulla Callalta, poco distante da una stradina che sul lato sinistro si inoltrava nella campagna lavorata da Pietro Dametto e un centinaio di metri prima del punto in cui - sempre sullo stesso lato della strada - erano stati uccisi i fascisti.


Il rettifilo della Callalta (S.R. 53 "Postumia") in territorio di Fagarè dove il 24 marzo 1945
furono uccisi i fascisti Arrigo Bernardi, Lea Forcellini e Corrado Piccione
e il 28 marzo 1945, per rappresaglia, i partigiani Luigi Bavaresco e Giovanni Gasparini.
(Foto: Domenica 4.12.2016 - ore 9:12)
Va da sé che il panorama all'epoca non era così spoglio e i bordi della strada maestra e delle stradine
interpoderali erano delimitati da siepi, dietro le quali, malgrado si fosse ancora all'inizio della primavera
e la fogliazione fosse ridotta, si poteva agevolmente trovare riparo.
Duecento metri prima del cippo in memoria di Bavaresco e Gasparini,
provenienti dall'attuale via Asiago "che in quel tempo era solo una cavedagna", i partigiani avevano
ucciso i fascisti Bernardi, Forcellini e Piccione, provenienti in bicicletta da Treviso e diretti a Oderzo.

Fagarè: sulla destra della Callalta, in direzione di Ponte di Piave, il cippo in memoria dei 
partigiani Luigi Bavaresco e Giovanni Gasparini. (Google Street View, giugno 2018)

Bavaresco, F.A. e Gasparini furono fatti scendere dal camion. Erano come in trance, silenziosi, non un gesto di ribellione, non un grido né un lamento: sapevano quale fosse il loro destino.
Lo sapevano fin dal momento in cui si erano rifiutati di continuare la guerra con il duce. Lo sapevano da quando avevano iniziato ad agire contro fascisti e tedeschi, invece che starsene nascosti in attesa che tutto passasse.
I tre, sospinti dai mitra stavano per incamminarsi verso la morte quando il comandante dei fascisti bloccò F.A.: «No, questo teniamolo, perché dobbiamo interrogarlo ancora». Uno dei giovanissimi brigatisti protestò: «Ma come, lui no? E perché? E' figlio di questo o di quell'altro? E' un privilegiato... [4]», poi mi ha preso, mi ha dato un calcio in culo e mi ha buttato su nel camion, ricorda F.A..
Dopo un po’ una sventagliata di mitra poneva fine alla vita di Bavaresco e Gasparini. Pochi minuti ancora e F.A. vide ritornare i due-tre giovanissimi militi che avevano eseguito la condanna a morte. «Sono saliti bestemmiando e imprecando contro di me, e siamo ritornati al Pio X».
F.A. sarà rimesso in libertà alcuni giorni dopo, senza alcun ulteriore interrogatorio.

Partigiani di Treviso -  
Luigi Bavaresco e Giovanni Gasparini i due partigiani di Padernello (Paese TV)
assassinati a Fagarè dalle brigate nere, il 28 marzo 1945.
Iscrizione alla base del cippo eretto alla loro memoria ai bordi della Callalta. (Foto: 4.12.2016)

Cippi partigiani in provincia di Treviso - 
Domenica 24 marzo 1946 fu inaugurato il cippo partigiano
a ricordo di Luigi Bavaresco e Giovanni Gasparini.
 (Il Gazzettino, 21.3.1946)

F.A., che fino al rastrellamento del '44 era stato in montagna con la brigata Mazzini, era stato fermato da un milite delle brigate nere in via Palestro a Treviso una decina di giorni prima delle uccisioni di Fagarè mentre, da solo e privo di documenti, stava recandosi all’ospedale di San Leonardo per una visita medica. Portato al Pio X, fu sottoposto a un duro interrogatorio a base di frustate con nerbo di bue da parte dei brigatisti (ed ex partigiani) "Lince" (Giorgio Brevinelli) e "Stilli" (Paolo Borea) [5].
F.A. ritiene di essersi salvato dalla fucilazione per il prodigarsi della madre, Giuseppina Carnio, che gestiva un frequentato bar nell'ex casello del dazio a Porta Calvi. Immediatamente dopo la cattura del figlio, Pina del bar - così era conosciuta - era infatti andata a bussare a tutte le porte di chi in qualche modo avrebbe potuto tirarlo fuori dal carcere. «Ogni giorno in un ufficio o in un altro o in un altro ancora, a dire che ero innocente, che ero giovane, che qua e che là. I sacrifici che ha fatto mia madre… una doppia vita, ecco, mi ha regalato!»[6].

La relazione con cui le brigate nere di Treviso falsificarono
le modalità dell'uccisione dei partigiani Luigi Bavaresco e Giovanni Gasparini.
(Aistresco, b. 15, fasc. "Raccolta informazioni sull'attività ribellistica... ".)

Del tutto falsa, come spesso accadeva, la ricostruzione
da parte delle brigate nere della morte di Bavaresco e Gasparini.
In una relazione datata 28 marzo 1945 e indirizzata ai vari comandi delle BB.NN., della GNR, nonché alla Sicherheitsdienst (SD, Servizio di Sicurezza) e alla gendarmeria tedesca, l’Ufficio Operazioni e Addestramento del comando della XX Brigata Nera riferisce sulle operazioni effettuate in provincia di Treviso nei giorni 23-24-25 marzo 1945 [7]. Fra di esse, quella avvenuta nel pomeriggio di domenica 25 marzo a Padernello di Paese dove «venivano catturati due partigiani armati di fucile e precisamente Gasparini Luigi e Bavaresco non meglio identificato». Dopo la cattura, «avendo i suddetti dichiarato di conoscere in S. Biagio di C. la località ove si celavano altri partigiani, mentre le squadre erano impegnate nel rastrellamento tentavano la fuga.
Accortisi della cosa i componenti la squadra aprivano il fuoco, intimando loro di fermarsi. Visti inutili i richiami i due furono feriti in modo tale che successivamente decedevano».
Oltre alla storpiatura dei nomi, nell’informativa fascista vengono unificate in un’unica data le catture dei due partigiani, frutto invece di due rastrellamenti: sabato 24 fu preso Bavaresco e domenica 25 Gasparini [8]. La loro uccisione figura inoltre avvenuta già a Padernello, in seguito a un tentativo di fuga. San Biagio di Callalta, comune di cui fa parte Fagarè (località in cui Bavaresco e Gasparini furono effettivamente fucilati), viene citata solo di sfuggita, come esito di una possibile delazione.
Di fatto, la nota delle brigate nere altro non è che un goffo tentativo di ingarbugliare le carte, cercando di allontanare da sé ogni responsabilità, nella consapevolezza dell’ormai vicina e definitiva resa dei conti.


Il sonetto dedicato da Luciano Desiderà [Desidera?] (''il compagno Vich'') il 7.10.1946
al partigiano Luigi Bavaresco su patrioti della marca, il settimanale Anpi provinciale
di Treviso che aveva iniziato le pubblicazioni l'11 luglio 1946 e
dal 13.2.1947 cambierà il nome in La Nuova Strada, per cessare le pubblicazioni nel 1948.

Luigi Bavaresco e Giovanni Gasparini, i due partigiani uccisi a Fagarè, ricordati
sul settimanale dell'Anpi di Treviso La Nuova Strada (27.3.1947)
dal partigiano  Luciano Desiderà [Desidera], comandante del btg. Cattarin della brg. Bavaresco.

Testata giornale partigiano - 
La Nuova Strada, settimanale dell'Anpi di Treviso,
continuazione (dal 13.2.1947) di ''patrioti della marca'' - Cesserà le pubblicazioni nel 1948.
Direttore per quasi tutto il periodo di pubblicazione il partigiano del PCI  Remo Casadei.
L'ultimo numero presente nella collezione dell'Archivio Istresco è invece firmato da Giorgio Trentin.

Giornale partigiano -  
patrioti della marca, settimanale dei partigiani di Treviso
che inizia le pubblicazioni l'11 luglio 1946
e che da 13.2.1947 diventerà ''La Nuova Strada''.


Una delle azioni partigiane di Luigi Bavaresco: attacco alla caserma del 29° Deposito Misto
RSI di Ospedaletto d'Istrana, il 29 novembre 1944. (Aistresco, ID 86, n. inv. 007)

Trascrizione
Azione n. 62 della Brigata Bavaresco / 29 novembre 1944 / Ospedaletto d'Istrana«Attacco alla Caserma del 29° deposito misto in Ospedaletto di Istrana. Nell'azione che durò una ventina di minuti, nostri elementi riuscirono a penetrare nell'edificio della caserma e ad asportare armi e munizioni. (azione condotta da Bavaresco, Ciccio e Francia) con una decina di uomini».
Partecipanti all'azione 13 uomini /Bottino: armi e munizioni varie e materiale d'ufficio.



“Padernello di Paese, Cronistoria dei fatti più importanti avvenuti durante la guerra”.


La morte dei partigiani Luigi Bavaresco e Giovanni Gasparini nella cronistoria
parrocchiale di Padernello. Particolare del testo scritto in data 1.VI.1945 dal cappellano
Don Ferdinando Bruttocao e controfirmato dall’arciprete Don Antonio Borsato. (Cronistorie di guerra … , a c. di Erika Lorenzon, pp. 705-706 - DVD allegato)

Trascrizione integrale
Due morti partigiani


«Il 24 e 25 marzo 1945 le Brigate Nere di Treviso portarono via con violenza i  due giovani della Parrocchia: Gasparini Giovanni di Giuseppe di anni 21 e Bavaresco Luigi di Gaudio di anni 20. Il Sacerdote si interessa presso la famiglia del perché di questo arresto: la famiglia nasconde al Sacerdote il perché dell’arresto [9].

Il 28 Marzo i predetti giovani furono fucilati. Il Cappellano deve portare la triste notizia a una delle due famiglie, non ancora avvertita della disgrazia e invitare alla rassegnazione l’altra. Il giorno seguente (Giovedì Santo) il Cappellano, d’accordo con S. E. il Vescovo, gira dovunque per rintracciare le salme. (Al Comando delle Brigate Nere non si voleva riconoscere il fatto della morte, perché illegale). Verso sera poté scoprire le due salme a Fagarè (dove qualche giorno prima erano stati uccisi tre delle Brigate Nere (Piccione, Bernardi, Forcellini). I giovani erano stati battuti, fucilati e poi gettati in un fosso d’acqua; e, perché non fossero riconosciuti dai parenti, privati dei documenti e anche dei denari. Per impedire mali maggiori a Padernello e Fagarè, minacciati di altri rastrellamenti e incendi, furono sepolti privatamente a Fagarè: (solo il Gasparini per un caso fortuito poté confessarsi presso il Parroco di Postioma).

Il 15 Maggio 1945, dopo la liberazione alleata, le loro salme furono trasportate solennemente in paese. I Capi della Brigata a cui appartenevano, dichiaratisi comunisti, vollero che anche i due giovani fossero iscritti a tale partito almeno dopo morte.

Nel giorno dei funerali furono pronunciate delle invettive, senza alcuna ragione, dai capi comunisti contro i Sacerdoti.

-In onore dei due morti si istituirono la così detta Brigata “Bavaresco” e il Battaglione “Gasparini”-».

Note

[1] Le  notizie biografiche su Bernardi, Forcellini e Piccione sono tratte da Maistrello, Op. cit. (pp. 126-127) .
Per la sfilata dei cinquemila soldati italiani diretti in Germania, cfr. Teodolfo Tessari, “La città nella storia”, in Treviso nostra, ediz. 1980, vol. 1, pp. 143-144. - Per Corrado Piccione vedi anche "Sqvadristi, a noi!... ".
Per i cenni biografici di Bernardi pre-Otto settembre, cfr. il libro del figlio Ulderico, Un’infanzia nel ’45… , pagine 43 e 147. Nello stesso volume (pp. 47-49) Ulderico Bernardi ricostruisce anche la dinamica dell’agguato in cui venne ucciso suo padre.
L’esecuzione di Bernardi, Forcellini e Piccione è ricordata nei diari storici di due brigate partigiane garibaldine:
- Brg. “Cacciatori della Pianura”: «24.3.45 - Nelle vicinanze di S. Biagio di Callalta venivano giustiziati i fascisti, criminali di guerra:  Piccione Corrado, Bernardi Arrigo e Forcellini Lea».
(Istresco, Diari storici… , p. 228).
- Brg. “Pompeo Pivetta”: «Marzo 1945 - Giorno imprecisato - ore 16 - stradale Ponte di Piave eliminazione tre spie fasciste. (Istresco, Diari storici… , p. 591).
[2] Il testimone ha chiesto, per questa pubblicazione sul Web, di restare anonimo; o meglio, che venissero riportate solo le iniziali del suo cognome e nome. La sua identità è tuttavia facilmente individuabile nella ricostruzione dei fatti di Fagarè da parte di Federico Maistrello in Partigiani e nazifascisti nell’Opitergino… , pp. 126-131.
[3] Il ponte sul Piave di Bocca Callalta fu oggetto, fra il 1944 e la fine della guerra, di oltre 120 incursioni con sganciamento di bombe da parte degli aerei alleati, che infierirono inoltre con «mitragliamenti e cannoneggiamenti a obiettivi mobili e alla fornace Bertoli». Relazione del parroco don Pietro Martini, in Cronistorie di guerra… , p. 988.
[4] Questo passaggio della testimonianza di F.A.è significativo. Il giovane milite delle BB.NN. si rendeva conto che dietro l’inattesa clemenza nei confronti del partigiano c’era la mano di qualche autorevole personaggio (che magari, con tale gesto, già pensava a come accreditarsi con i prossimi vincitori). Ed era altresì consapevole che nessuno sarebbe intervenuto in suo favore nel momento in cui i fucili sarebbero stati puntati contro di lui. (Difatti due dei fucilatori di Bavaresco e Gasparini - di cui uno, Omero Bertini era noto come Bagonghi  - saranno giustiziati dai partigiani alla cartiera di Mignagola. Maistrello, Op. cit. p. 129).
Per i militi di Fagarè, ma anche per gli altri brigatisti che si consideravano gli ultimi fedelissimi del duce rimasti a combattere “sul campo dell’onore”, riteniamo valga il ragionamento di Brunetta riferito ai reparti della GNR “Romagna” e “Bologna” giunti nel Trevigiano tra la fine del 1944 e l’inizio del 1945. Costoro erano formati da «militi profughi da zone già occupate dall’avanzata Alleata con la conseguenza facilmente comprensibile che […] avevano già bruciato i vascelli alle loro spalle e si battevano quindi con la ferocia che nasce dalla disperazione». (Ernesto Brunetta, Prefazione a Maistrello, Op. cit. p. 12).
Concetto ripreso da Dianella Gagliani nella prefazione del volume di Maistrello sulla XX Brigata Nera: « [...] Colpisce l’inserimento nella brigata Nera “Cavallin” di ex partigiani […] . Che si arruolino a forza dei resistenti dopo averli sottoposti a sevizie che li avevano degradati a delatori, per ulteriormente degradarli e condurli a operazioni infamanti contro i loro ex compagni, rappresenta una vicenda che merita ogni nostra attenzione […].
Senza alcun dubbio l’ingaggio di ‘Lince’, di ‘Nina’, di ‘Giraffa’ e di altri condusse a una escalation della violenza: anch’essi del resto, come i fascisti toscani o emiliani o romani giunti al Nord, si trovarono a essere in un certo senso sradicati dal loro retroterra; anch’essi avevano bruciato i vascelli alle loro spalle e non avevano più nulla da perdere. È anche questa una pagina che deve farci riflettere sui regimi che incentivano tali forme di sradicamento e snaturamento. Come deve farci riflettere il fatto che l’epurazione  al termine della guerra colpì soprattutto i ‘Lince’ e i ‘Nina’, mentre tanti altri - la stragrande maggioranza - non furono raggiunti dalla giustizia o finirono per espiare pene irrisorie».
[5] Ascolta la testimonianza di F.A. sui consigli di un compagno di prigionia per resistere alle torture durante l'interrogatorio.
[6] Registrazione effettuata da Camillo Pavan nell’abitazione del testimone F.A. a Treviso; clip 008 del 2.12.2016 e file audio 16120205 (stessa data) e 16121202 del 12 dicembre 2016.
Le modalità della cattura e dell’uccisione di Bavaresco e Gasparini sono riportate anche da Federico Maistrello in Partigiani e nazifascisti nell’Opitergino…. , pp. 128-131.
[7] Aistresco, b. 15, fasc. “Raccolta relazioni sull’attività ribellistica per la relazione mensile (1945) - S/14”, s. fasc. “Relazioni Comando XX Brigata Nera”.
[8] Maistrello, Op. cit, p. 128.
[9] Nella lotta partigiana le regole della clandestinità erano ferree e ponevano i resistenti nella condizione di non fidarsi di nessuno e, nel caso, di non potersi confidare nemmeno con gli esponenti del clero del proprio paese. Sia il padre che la sorella di Luigi Bavaresco, infatti, erano partigiani. (Cfr. lo slideshow curato da Lisa Tempesta e Bepi Bandiera e presentato alla scuola media di Postioma in occasione del 70° anniversario della Liberazione).
Si veda anche la drammatica situazione che dovettero affrontare i genitori di Vladimiro Paoli che, recatisi nella cella mortuaria del cimitero di Piombino Dese per vedere l'ultima volta il loro figlio caduto in azione, furono costretti a fingere di non riconoscerlo (Cfr. Anastasio, I quaderni di Nicola Paoli, pp. 174-175 e 198), tanto che il giovane partigiano fu sepolto come sconosciuto.

La bandiera della brigata partigiana garibaldina (a guida comunista)
intitolata a Luigi Bavaresco, ucciso a Fagarè ai bordi della Callalta il 28 marzo 2015.
(Mario Altarui, Treviso nella Resistenza)